disartrofonie. “Il trittico della Shoah” di Sonia Caporossi

“[lo sterminio] Si compie ineluttabile ogni giorno, ogni volta che qualcuno dice ‘ebreo’ o ‘frocio’ in tono dispregiativo. Siamo tutti ebrei, siamo tutti gay. ‘God is gay’, trovai scritto per terra, nel parco antistante al Museo della Scienza di Glasgow nell’estate del 1993 quando, ventenne, andai a visitarlo insieme al mio uomo d’allora. Giacché niente, davvero, esiste ancora oggi di maggiormente cristallizzato e sospeso, rispetto a questo mastodontico enigma della Storia che ancora chiede ragione del perché e del come sia potuto accadere, come un punto interrogativo che anela risposta, un palo aguzzo confitto nelle brulle asperità della Storia, al di là delle Joy Division, delle Atrocity Exhibition, delle Notti e delle Nebbie. È per questo che noi siamo qui, a ricordarcene ogni giorno. Siccome il giorno dopo potrebbe anche benissimo non darsi e non essersi dato mai.
Nella terza immagine è troppo tardi, piovono onde di morte. Il cielo è di legno, derivato mortale della cenere morta.
Esatto, è troppo tardi. È come quando Stalin disse ‘una morte è una tragedia; un milione di morti, statistica’. Non c’è più sensazione né sentimento, manca l’aisthesis, volatilizzata assieme al senso intrinseco delle cose. L’universo è cullato dolcemente dalle curve di un’esistenza anestetizzata, siamo come addormentati col Ritalin, niente importa più in un mondo in cui i bambini imparano a sfogare i propri istinti omicidi primordiali ed ossessivi con i first person shooter. Siamo abituati, assuefatti al dolore. Un tempo in Grecia c’erano la tragedia, la commedia e il dramma satiresco. Oggi si parla genericamente di dramma giacché la commedia ormai, irrimediabilmente, è un’altra cosa: si confonde con la satira. Quando i generi si mescolano, non esiste più il genere; la letteratura, l’arte, la poesia non perdono il proprio gender, lo rimescolano in un’identità teratologica simile a quella della scena finale de ‘La mosca’ di Cronenberg. Abbiamo semplicemente agglutinato gli arti carnacei scomposti del senso delle cose.”
Così Sonia Caporossi su un tema fondamentale e con parole che rispecchiano il nostro pensiero.
Da notare che Sonia, cultrice, sminuzzatrice, analista e visionaria della Forma nella sua opera critica, realizza la sua estetica visiva rimodulando forme pure, geometriche, e traendone un risultato espressivamente sconcertante: a un dipresso come faceva Xenakis in musica.

disartrofonie

Sonia Caporossi, “Shoah n. 1″ (2014) Sonia Caporossi, “Shoah n. 1″ (2014)

Sonia Caporossi, “Shoah n. 2″ (2014) Sonia Caporossi, “Shoah n. 2″ (2014)

Sonia Caporossi, “Shoah n. 3″ (2014) Sonia Caporossi, “Shoah n. 3″ (2014)

Perchè questo cruciverba del male anticipa scie di scale di grigi?

E dire che la mia dedizione alla digital art, che è annosa visto che comincio ad interessarmene e a praticarla graficamente nel 1998, è cominciata all’insegna dei colori accesi. L’argomento della Shoah da me toccato in questo trittico non poteva, a mio parere, essere espresso che evocando il colore grigio in tutte le sue forme. Questo colore storicamente ha subito una serie di incomprensioni feroci da parte dei fruitori d’arte. Non è vero, ad esempio, che si tratti di “bianco sporco”, perché questa concezione, se data per buona, sminuirebbe l’autonomia estetica e la valenza autodeterminantesi del grigio come forma, in senso latino, in quanto tale. È vero che si ottiene mescolando blu rosso e giallo, ma l’essere questi tre dei…

View original post 904 altre parole

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...