Il difficile di essere contemporanei

Non si decide di venire al mondo in una determinata epoca. La nostra appartenenza storica deriva da un fatto meccanico -il fatto di essere stati generati in un dato luogo e in un dato momento. Tutti i compositori, al pari di tutti gli esseri umani, hanno instaurato un rapporto dialettico con la propria epoca -con esiti contrastanti e qualche volta drammmatici.

Andrea Luchesi è stato un protagonista del periodo, fra il Sette e l’Ottocento, che dallo stile italiano portò al classicismo di Haydn, Mozart e Beethoven. Come Salieri, al confronto coi giganti la sua fama sperimentò una caduta tanto più rovinosa quanta più era stata la gloria iniziale. Ma, a differenza di Salieri, di cui restano l’opera e le notizie biografiche -passibili di un’eventuale rivalutazione in futuro- di Luchesi si è perso quasi tutto: non possediamo più le sue partiture -salvo rare eccezioni- e non possediamo più notizie sufficienti a tracciarne itinerario artistico e biografico. Il treno inarrestabile della Storia lo ha fatto a pezzi sulle sue rotaie.

Di Hans Rott, collega di Mahler a Vienna e allievo prediletto di Bruckner, restavano solo il nome e qualche accenno nell’autobiografia di un musicista mancato, Karol Krzyżanowski, e in degli articoli pubblicati negli anni Cinquanta. Nel 1985 Quirino Principe, nella sua biografia di Mahler, raccontò la vicenda di Rott in modo talmente appassionante che subito diede la stura alle ricerche. Dalla Biblioteca nazionale di Vienna riemersero i manoscritti, e nel 1990, 106 anni dopo la morte di Rott, abbiamo avuto il piacere della prima esecuzione pubblica di una sua opera.

Tutti i conoscitori di musica sanno quant’è importante il rapporto tra suono e silenzio. E’ in tale rapporto che si determina l’interpretazione musicale -la durata di una pausa, una virgola realizzata in mezzo a un fraseggio… Ma il rapporto col silenzio è fondamentale anche per la storia della musica. La mancanza di notizie su Luchesi ci impedisce di valutare a fondo l’influenza che può aver avuto sul giovane Beethoven -di cui, secondo alcuni, fu maestro. Il silenzio che ha sommerso Rott ha gettato una falsa luce su Mahler, e non tanto per i temi e le orchestrazioni che Mahler riprese dall’amico -in una poetica di simbologie funebri come quella di Mahler, la musica dell’amico scomparso dev’essere assurta essa stessa a ideogramma funebre- quanto perché, sganciato dall’ideale rottiano di una “musica universale”, che riunisse in sé i diversi stili dell’epoca e delle altre epoche, il citazionismo mahleriano, il suo viaggiare -deformandole- fra epoche e poetiche diverse è parso frutto di un alessandrinismo, di un gusto della crisi che non appartenevano al vero Mahler, e che difatti non si riscontrano nelle interpretazioni dei direttori che lo conobbero -Walter e Klemperer su tutti.

Il Novecento ci ha regalato due casi paradigmatici di rapporto tra il musicista e la sua epoca: Toscanini e Furtwaengler. Uomini dell’Ottocento catapultati nel pieno del nazifascismo, presero decisioni diversissime. La storia di Toscanini è nota e chiara: antifascista, pragmatico, uomo d’azione, scelse di non compromettersi; e andò in America, diede concerti nel nascente Stato d’Israele e si adoperò per aiutare i musicisti antifascisti e le loro famiglie. La scelta di Furtwaengler fu diversa: figlio dell’idealismo romantico, egli credette che, finché il popolo tedesco avesse potuto partecipare alla liturgia dell’atto musicale, avrebbe trovato in esso uno spazio di libertà. E rimase in Germania, assumendosi la responsabilità di essere un vicino, e un potenziale complice, degli assassini. In realtà, Furtwaengler non prese mai la tessera del Partito, più volte entrò in contrasto col regime, e tentò di difendere sia i musicisti ebrei che i compositori gettatidal nazismo nelle fosse comuni dell’ “arte degenerata”. Io sono un toscaniniano. Ma, dell’analisi del rapporto tra questi musicisti e il loro tempo, la figura di Furtwaengler emerge come quella di colui che si è assunto il maggior rischio -anche di fronte ai posteri. Che la sua scelta sia stata sofferta, lo dimostrano le esecuzioni: il suo Beethoven degli anni della guerra è il Beethoven dei contrasti, delle fratture del discorso musicale, un Beethoven centrato sugli scontri e sulla dialettica interna. L’ebbrezza dionisiaca delle registrazioni del dopoguerra testimonia fino a che punto la liberazione dal nazifascismo fu una liberazione anche per l’artista e l’uomo Furtwaengler.

Anche il rapporto dei due direttori con la tecnologia è significativo. Per Toscanini, il disco fu un problema perché tecnicamente imperfetto. Quando la tecnologia fu in grado di restituire in maniera attendibile le sue esecuzioni, il direttore vi vide il mezzo per realizzare un’interpretazione testamentaria -l’impossibile, e tuttavia fanaticamente perseguita, interpretazione definitiva. Più carico d’implicazioni fu il rapporto col disco di Furtwaengler, le cui esecuzioni erano sempre legate al qui ed ora, e per il quale la fissazione della sua arte su un supporto meccanico rappresentò un problema non pratico, ma estetico e filosofico.

Fin qui, il discorso non si scosta molto da quello di Benjamin sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.  Ma per la generazione successiva, nata nel Novecento e col disco, le cose furono diverse.

Karajan e Glenn Gould videro nel microfono non un mezzo per fissare le loro interpretazioni, ma un vero strumento musicale. Un ulteriore strumento dell’orchestra per Karajan, una seconda tastiera del pianoforte per Gould. La tecnologia, per questi grandi artisti, fu parte integrante dell’interpretazione: fu ciò che consentì loro di realizzare quelle intenzioni della partitura che l’orchestra e il piano in natura, col loro suono materiale, col condizionamento dell’ambiente, non potevano realizzare. Fu il loro modo di liberare l’esecuzione da ogni aspetto accidentale e di realizzare un’esecuzione astratta, mentale.

Al polo opposto di tutto questo si colloca la rivolta contro la Storia di un piccolo un compositore moravo, Leoš Janáček.Col suo realismo condotto fino alle estreme conseguenze, Janáček infranse uno dei cardini del pensiero occidentale da Platone in poi: la separazione dell’essenziale, l’Idea, dagli accidenti. Quando gli artisti dei secoli precedenti affermavano di imitare il vero, in realtà non era il vero empirico che imitavano, ma la sua versione purificata da ogni fatto transitorio, la sua quinta essenza: l’Idea platonica. Reintroducendo gli accidenti e le contingenze nel suo discorso musicale, rinunciando alla mente in favore dei cinque sensi, Janáček fu come una bomba piazzata nella storia degli stili poco prima che terminasse.  Se questa bomba non scoppiò, fu -ancora- a causa dell’epoca: epoca che vide la chiusura al mondo del suo Paese nel periodo compreso tra il crollo dell’Impero austroungarico e l’innalzamento della Cortina di ferro. Non scoppiò, la sua bomba, anche per la mancanza, da parte del compositore, di una visione metastorica della storia degli stili: egli voleva ribellarsi allo spiritualismo romantico, ma, pur da teorico e tecnico consapevole, mancò l’appuntamento col fiume carsico che dal Rinascimento correva contromano sotto il terreno degli stili occidentali. Non sapeva, in altre parole, che già nel Cinquecento un compositore francese, Janequin, aveva tentato la sua stessa operazione, rendendo la propria musica un’onomatopea del mondo che inglobava in sé l’inessenziale, l’accidentale, il non quintessenziale. E così fu travolto anche lui dalla Storia -anche se non nel modo devastante di Luchesi e Rott.

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