Marco Ercolani, “Si minore”

si minoreUltima raccolta poetica di Ercolani, Si minore (Edizioni Smasher, 2012) raccoglie le onde elettromagnetiche delle precedenti, con maggiore purezza formale rispetto a Sentinella e più piena integrazione tra la componente sapienziale e quella puramente poetica rispetto al Diritto di essere opachi. E’ un’esperienza di sintesi, che, come altre recenti esperienze, raccoglie più forte il richiamo della Storia e dell’attualità. Si minore è del 2012. Dietro le scene d’alluvione scorgiamo la reale alluvione di Genova del 2011; dietro i naufragi intravediamo le ombre dei migranti (la tragedia del Medio Oriente è iniziata anch’essa nel 2011).

Qui non ci sono grandiose pietre di fondazione come Gerico nel Diritto di essere opachi. C’è piuttosto la posa del furore precedente, la sua mineralizzazione, un pacato raccogliere i coralli lasciati dalle turbolenze delle due sillogi anteriori. La prima sezione, intitolata significativamente Fuoco liquido, si apre con un’ennesima, scultorea variazione sul rapporto fra realtà e illusione, fra l’essere e il dire dell’essere: “le pietre / trattengono l’aria, diventano parole. / Comincia il regno delle illusioni, vasto come le manie. / […] Mare: per illusione dell’acqua. / […] Finta fiamma, fuoco reale”. E più avanti: “Sostituire il mondo con i suoni delle labbra”.

Se, come vedremo più avanti, “nessun amore è intimo”, non ci sorprende trovare in una poesia d’amore riflessioni sul valore fondativo dell’illusione:

Fingere di non scrivere più, per estasi.
Per estasi, scrivere ancora.
[…]
Le pietre tornano vento, se sono guardate.

E non sorprende che una stupenda poesia d’amore sia così intensa e assertiva, così non sensuale:

Mare irrevocabile e limpido: senza futuro di morte.
Notte limpida e scura: senza sospetto di luce.
Bocca baciata, sbigottita.
Pelle ansiosa di carezze future.
Vite infinite, nel buio.
Pericolo che la luce allontani le labbra.

Da morti risponderanno di scritture segrete.
Da vivi si respirano come se il mondo fosse sciolto.
Nessun amore è intimo. Scrolla le tende,
scuote i muri.
C’è del rosso che allibisce, sui vetri tagliati.

La poesia d’amore riesce a Ercolani quando non va sulla cosa, ma sui suoi segni. Più il dire s’avvicina al concreto, più fallisce. Più ne raccoglie le tracce, più è intenso.

l’aria si versa nelle dita libere dall’abbraccio.
Lo guarda nel buio, la guarda nel buio.
Insieme vedono la forma dei volti.
Poi le mani tornano a toccarsi, le bocche a unirsi.
Ora sono labbra, saliva, un unico fuoco.

Questi versi sono evocativi, ma questi altri sono sublimi:

Nessuna forma, ma un canto trattenuto dalla voce.
Una parola stretta nelle labbra premendo la lingua.
Questo guardarsi ora.
Il lungo strappo negli occhi.
I ritmi dell’aria, i riti del respiro.
Le montagne capovolte, le nubi fitte.

Cresce pietra nelle frasi non dette.
Finestra chiusa. Fine di tutto. Parole mai scritte.
Ritrovare un punto, nella neve, culmine della bufera.

Dopo, l’ombra totale.

E’ una poesia che vive dei segni muti delle cose vive, che eterna -ancora, è la lezione di Mandel’stam- il sentimento in paesaggio, vira la soggettività nella contemplazione del soggettivo. Soprattutto, è poesia di suoni potenziali che risuonano fra i suoni vivi. L’atto distrugge la potenza, l’infinito possibile è il vero incanto, il primo concretizzarsi di una possibilità è la prima distruzione. Ci sono molte vite racchiuse in un unico, pienissimo istante:

Sprofonda nei bellissimi giorni.
Nessun punto della pelle che non gli appartenga.
Molte vite per accarezzare quelle ore.
Nei giorni splendidi si dice che le voci tremino,
e le dita. E gli occhi cambiano colore.
Nel sonno un si minore, inudibile.

La seconda sezione porta un titolo ancor più rivelatore: Scriviamo contro le parole. Scrivere contro le parole si estrinseca nell’assertività tagliente della parola poetica di Ercolani, scevra da quasi ogni artificio del dire (rarissimi gli enjambements, numerosissimi i punti fermi in chiusura di verso: una parola poetica si direbbe alla Mutis, autore che condivide con Ercolani il senso dell’accumulo di testimonianze, di reperti della civiltà poetica). Ma, scrivendo contro le parole, capita di realizzare testi bellissimi come questo, petroso come Gerico, lievemente montaliano nel suono:

La bellezza potrebbe mancare
e dunque non ti sento morire
ma so cantare
se la voce tradisce
se la luce torna buia
se sospiri
per vaghe impronte e per sassi
e polvere con ombre di figure
e mosaici di una mente che delira
se il tuo respiro dovesse sfuggire
come potrei nei posti che vediamo ritornare
intima è la terra
dove ci guardiamo
la pelle si colora
le dita ritrovano gli occhi
la bocca morde assapora
sparisce il gelo dai confini delle cose
se la bellezza mancherà
mi sdraierò nell’erba,
l’aria ventosa alle tempie,
il pensiero trasformato in sonno.

Un momento di altissima poesia questo, in cui la pace si realizza per accettazione della deriva del senso, per rinuncia a comprendere, a contornare anche solo d’ombra il reale che sfugge. Alla tensione esegetica della precedente Sentinella, al suo moltiplicarsi dei piani di “realtà” negli specchi ustori di un’esegesi sganciata dal suo oggetto, risponde il pensiero trasformato in sonno, che non annulla la tensione intellettuale -mai assente in Ercolani- ma la riduce a oggetto da contemplare, oggetto poetico e non più discorso poetico. Questo non impedisce allo scrivere di Ercolani di manifestarsi ancora come un post-scrivere, scrivere dal disastro o a disastro avvenuto, né al pensiero di ustionarsi ancora -pur dentro il porto raggiunto della contemplazione. E ne sono esempio questi versi

Se avesse un diritto la luce
e restasse nelle mie mani
e questo paesaggio terreno e celeste
vivesse ancora
se tutto non fosse già sprofondato
nell’acquedotto inesistente da secoli
e le opere degli uomini
fossero epigrafi chiare
nomi che visitano cose
suoni che sciolgono pietre per sempre

o questi

Le voci: architetture, foglie.
La nave si muove nella radura.
Non avremo altra immortalità
che notti future, porte
da chiudere e aprire
come fuochi, come vento, come
fine. Il fumo lo faccio
mio, bruciando senza capire.

Pure, in un universo senza chiari limiti ma senza scampo, in un paesaggio devastato, la disperazione non attecchisce. C’è innanzitutto un tu, a cui rivolgersi con intimità e veemenza, di cui risvegliare l’ascolto:

Ora parlo con te, non con i pianeti.
Leggo le tue frasi non dette,
le ripeto con le mie labbra nelle tue,
invento un sì ostile all’inferno.
Ora parlo con i pianeti, non con te…

e c’è un senso di condivisione labile ma forte, insito nella nozione stessa di segni (o scie, come recita il titolo della penultima sezione): pure ridotti a “sbattere di nocche sull’orlo del pozzo”, i segni non sono mai privi di conseguenze:

Lascia che le cose ti guardino.
L’aria è sempre condivisa.
Immagini di tempi remoti penetrano la roccia.
Sotto l’elmo,l’erba. Profumo d’acqua,
a notte dissolta.

Le scritture dei fuggiaschi cancellate.
Le parole scolpite nelle ossa.
Le voci, favole. Le frasi, nidi crollati.

Sbattere nocche sull’orlo del pozzo.
Oro, luce, necropoli. I coltelli appesi come ali.
Rocce a spirale. Aratri, balene, alabarde.

Abbiamo una possibilità.
Un soffio, fra le mura. Una scala piatta.
Il taglio è nelle spalle, nelle mani, nella fronte.
Un segno chiarissimo: il suono.

Lo stesso pensiero è ribadito poi con una formula abbacinante nella sua concinnità parmenidea:

L’universo letto da esseri strappati,
che ricordano gli appunti e dimenticano i libri.
E’ delle scritture invisibili il gesto
di spezzare il vuoto, senza
lasciare lutto.
Un volo delicato.
Il seme posato sul sasso levigatissimo.

Questi esseri strappati sono forse gli stessi di cui altrove si dice che “ricuciono, bisbigliano”, “riparano la vita”. Il decifratore di segni risveglia un’estetica de una civiltà. Ma il decifratore di segni è confinato in uno status esistenziale ambiguo, metà partecipe delle cose vive e metà delle cose morte. Anche se i segni da decifrare appartengono a un mondo di cui non si sa bene se è stato o se deve essere ancora:

dove il reale fallisce
tu annoti il fuoco illudi
con pagine di fantasmi
voci mai nate
muri che sono finestre
e risplendono
finestre che sono muri
e difendono
dove il reale fallisce
l’intima nota
diventa vibrazione
musicale cura
bersaglio illuminato
affilata visione
terra tolta per sempre
dal viso

La centralità di qesti versi è evidenziata da una musica insolita in Ercolani, quasi una nenia incantatoria -con poche, ma forti iterazioni- e dell’assenza d’interpunzione, che fa di questo passo un punto di transito spalancato verso il prima e il poi della raccolta.

In effetti l’ultima sezione, A forma di nave, ispirata all’incantesimo di Poseidone che trasforma in roccia la nave dei Feaci, ci porta all’interno di questa vita dentro la morte, di questa vita semiviva che è la vita dei segni e dei decifratori di segni: esseri che provano nostalgia -ma di cosa? di ombre, di cose forse accadute solo nel racconto:

Se al culmine del sonno
si capovolgesse il viaggio
la grande porta tornasse socchiusa
le fanciulle giocassero ancora
il corpo dell’eroe splendesse profumato
e ancora lunghe
fossero le lacrime del suo racconto

Il paesaggio mineralizzato, che conserva di umano appena un sibilo -il si minore inudibile?– ricorda i paesaggi sonori disumani del Luonnotar e della Quarta sinfonia di Sibelius:

Noi, grande pietra nera
a forma di nave
ancorata nell’acqua:
niente sangue nessuno
dice nulla

oppure:

Ma sarà mozzato comunque
e dopo, nel buio denso, le rocce per vele,
dove navigheremo?
Risponde la luce sotterranea dell’acqua,
il respiro che ci modella le ossa,
il nostro respiro.

Il circolo si chiude quando le tracce semivive non sono più reperti di un tempo indefinito, ma segni della più incalzante attualità. Appare chiaro che l’universo de-realizzato di Ercolani non è un pericolo incombente sul nostro: è proprio il nostro universo. E che, nell’identità incerta e intercambiabile delle “apparizioni” umane, il tu richiamato all’ascolto era anche il nostro, gli esseri strappati siamo noi e sempre noi siamo chiamati ad essere riparatori della vita. E’ la consegna etica di Ercolani: testimoniare. Decifrare i segni, sparire al limite, spoglirsi di sé per diventare voce, dare voce:

col remo, nel mare latteo,
respingo le uniformi degli annegati
mentre ogni rumore vivo sparisce
il fumo della guerra scompare
le bocche immobili nella barca
per la sete si screpolano piano.

Ci sono tuttavia versi ispirati a un’accezione più tradizionale del poetare: un’accezione laudatoria che non deve sorprendere in un universo aperto come quello di Ercolani. Questa dimensione laudatoria assume i toni panici di una luce innodica

Quella domanda
sulla natura degli uccelli, isola o saggezza,
quella ferita che diventa cielo.
L’albero, senza le foglie,
è nodoso, vecchio, è
un grido muto.
Ventosa e dorata la terra,
con ombre di nuvole, verdissimi
boschi,
e il sole
                    come sonno profondo

o quelli di un incerto invito a scavallare il confine della parola semantica

Voci: finestre,
argini, case.
Proviamo a non seppellire più le mani
a strapparci di dosso l’aria
sbagliata, gli errori del caos,
a parlare per sillabe e per fuochi,
senza i confini del quaderno
senza quel sordo lamento
a cui talora si oppone
la forma cava del vento
l’orlo del foglio il fumo della nuvola
il gabbiano tuffato oltre lo scoglio

o di un’apertura tout-court verso il mondo (sia pure ricompreso subito nelle pagine di una sorta di libro del mondo)

Alzo gli occhi dal libro
e non rimpiango il libro
ma la bellezza acuta del cielo
che non vedevo leggendo
poi torno a leggere e vedo
che quella stessa bellezza
è entrata nel foglio come acqua
che scorre su carta, acqua
che scrive non cancella parole.

La parola, ancora, è carcere ed è l’unica mappa per orientarsi in un reale che ha smarrito il proprio status di realtà. Ma c’è una resistenza delle cose, qualcosa che, direbbe Eco, argina la semiosi illimitata ed esiste per sé, per quanto piccola, minima sia la sua forza. Non si sa cosa sia, si sa però che è:

Dopo tanti ultimi giorni
resta una terra probabile
un lutto cancellato
l’aria favolosamente

lieve

Questo essere si manifesta coi segni della bellezza e dell’orrore:

La montagna magica
il vento soave
la tenebrosa nave
il monte interrotto.
Mare prima e dopo
che tace il suo suono
nell’onda ferma,
i pesci a sgusciare fra piedi e schiene.
Intanto
lunghe macerie si specchiano nell’acqua
intanto noi
non siamo più ritornati.

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