Marco Ercolani, “Preferisco sparire”

ERCOLANI-4201Scrivere e riscrivere non è solo arte di citazione, dottor Weiss, non è un semplice gioco, è l’ossessione da cui non si può sfuggire. Anche inconsapevolmente lo scrittore ritraduce le emozioni di un individuo vissuto prima o dopo di lui. Anche quando una nota ricorda un tema e una parola ne porta altri alla luce, non si cerca di imitare, ma di evocare. Ci sono delicate, viscerali corrispondenze tra vivi e morti, tra chi ha sognato ieri e chi sogna oggi o sognerà domani. Risonanze. Potrei considerarmi un rabdomante di risonanze. In ascolto del ritmo di altri cuori che mi aiutino a sopportare con minore solitudine il battito del mio. Una questione di musica, ancora e sempre.

Ci sono molte ragioni dietro la scrittura apocrifa: ragioni che vanno al di là di un mero alessandrinismo che pure caratterizza la nostra epoca, in cui riscrivere è parte imprescindibile del vero scrivere. Questo passo attribuito a Robert Walser spiega molte di tali ragioni: la scrittura dialoga sempre con altra scrittura, fa risuonare note che nell’altra scrittura non c’erano, come sulla tastiera del pianoforte sentiamo la corda del sol risuonare in simpatia con quella del do. Marco Ercolani è maestro di questa simpatia, di quest’empatia demoniaca e pietosa, che manipola inquietudini per rendere loro giustizia (Atti di giustizia postuma si intitola una recente “collezione” di apocrifi, edita da Matisklo nel 2014). Uomo di poche parole, ma esatte, Ercolani trasborda una visione esistenziale ed estetica di furiosa complessità dentro pagine rarefatte, che spesso adombrano la scelta del silenzio, la rinuncia all’arte in nome di una scienza ineffabile -forse una scienza della morte, o una scienza vicina a quella imparlabile degli animali, da cui l’uomo, come scrivevano Leopardi e Cioran, si è pericolosamente allontanato… La stessa scrittura apocrifa è una paradossale forma di silenzio, l’approssimarsi a una scrittura che si scrive da sola, col minimo ingombro dell’io, con lo scrittore che rinuncia allo status di autore per ritagliarsi il ruolo di ventriloquo, di riempitore di lacune biografiche e critiche. Abdicando al ruolo di autore, Ercolani si destituisce di autorità. -ed elegge se stesso a protagonista silenzioso dei suoi racconti apocrifi.

In Preferisco sparire, c’è un passo in cui Walser si rispecchia nei gatti incontrati durante le sue passeggiate. Il gatto, animale avverzzo all’uomo, è espressione pura, che prescinde dalla parola. Dinanzi ad esso non si può che essere se stessi, nella creaturale nudità della propria anima. Altra figura di questi apocrifi walseriani è la neve: la neve che ricopre gli scoppi delle passioni umane e li riconduce al silenzio. Il silenzio è maestro di umiltà: ci ricorda i suoni del mondo che continueranno a risuonare anche senza di noi, anche quando spariranno gli uomini e le donne. Da questa umiltà discende il bisogno di un punto di vista assoluto, libero dai lacci della soggettività. Bisogno qui incarnato in Robert Walser, scrittore caro all’immaginario di Ercolani al punto che questi riesce ad aderire alla sua voce, a rubargli la voce, quel timbro acuto, quella terrorizzante frivolezza del suo scrivere gioioso e perturbante. Walser non vuole uscire dal manicomio: lo dice esplicitamente allo psichiatra con cui dialoga in questi colloqui. Dentro il manicomio si può essere se stessi, si è liberi perfino di sparire, di annettersi alla folla anonima dei matti, mentre fuori dominano il dover essere e il dover fare, i rapporti di potere che sfociano in istituzioni e guerre. Mentre Walser è ricoverato ad Herisau -per sua scelta, anche se da anni non manifesta più segni di follia- si è consumato l’orrore nazista. Walser non vuole confrontarsi con l’orrore del potere, non vuole più quasi avere rapporti umani perché nei rapporti umani s’instaura la mala pianta del potere. Per lui, animella fantasiosa, è già troppo l’orrore interiore. Sua madre, donna malata e incapace di dargli attenzioni, ha cercato di proteggerlo dall’orrore coprendogli occhi e orecchi davanti a un barbone che urlava. Walser invece vuole cantare felicemente, liberamente quel barbone, è ai porci del mondo che si rivolge, con biglietti scritti a matita -a matita perché si può cancellare, perché può sparire– e insegna loro che non serve gridare, che alla follia del potere si può rispondere con la dolce follia del testimoniare, del tracciare segni, messaggi in bottiglia lanciati verso la fine del tempo. Questi messaggi non recano la firma di un autore: conservano però la sua traccia. Possono cancellarsi prima di arrivare a destinazione, possono esser nascosti -non per questo cessano di esistere. E’ così che la massima spoliazione di sé coincide colla massima soggettività -una soggettività affrancata dal bisogno di affermazione.

Qui, in Svizzera, i matti li capiscono. I dottori sono buoni con loro, con noi. Sembra un regno da favola, dove i fragili non sono percossi dalle bastonate dei potenti ma possono sprofondare in sonni lunghissimi (cosa sarebbe la vita senza il piacere del sonno? Vale la pena vivere soltanto per la gioia di dormire…) In Svizzera gli adulti e i potenti stanno dentro le loro gabbie e blaterano e blaterano, prigionieri di parlamenti, leggi, scuole, ricatti. Noi no. Noi siamo liberi qui, dentro i manicomi. E i dottori sanno che parlano con esseri liberi, ma troppo addolorati per essere soddisfatti. Tu, Weiss, passeggi con me. Mi sei amico. Ma – perdona la domanda troppo intima – sei sicuro di non aver mai sentito le voci? Io, con la punta dell’ombrello, scavo volentieri nella neve e le trovo: palpitano, mandano suoni.

Tutti, a Herisau (molti, non tutti) hanno il cranio rapato e l’aria folle e sputano per terra. Io mi avvicino a loro e sorrido (sì, Weiss, sorrido). “Perché avete quest’aria strana?” bisbiglio “Fate come me. Fingete. Tanto loro vinceranno sempre. Siate leggeri, sereni, è piacevole restare isolati dal mondo che fa le guerre e stupra i bambini, ma non vi opponete direttamente. Fingete di obbedire. In fondo qui, noi, siamo privilegiati. Non abbiamo bisogno di altre libertà e di difficili paradisi. Mangiamo, camminiamo dormiamo, sogniamo. E tutto è infinito. Tutto è pieno di parole che capovolgono l’ordine del mondo”. Come ti dicevo. Le parole sono riti per urlare di meno. Alfabeti che mettono a morte la realtà visibile.

Mi chiedi di leggere cose mie, cose nuove. Non essere impaziente. Mi leggerai, mi leggerai. Non sono come certi scrittori che venerano la loro arte come un totem e pretendono che il mondo giri attorno alle loro parole. Sono superbi e non imparano dal silenzio. Il silenzio è felice quando ricorda le parole e non le vuole più usare. Ci vuole sempre un attimo di pausa. Non si può soffrire all’infinito.

Ciao, Weiss. Sei proprio Weiss? Ti chiami ancora Weiss? Scherzo, scherzo. Ogni vita per me è come se la copiassi da un grande libro spalancato. È sempre stato così. Ho scritto e copiato frasi, come se il mondo non esistesse. Anzi, con il segreto desiderio che la mia scrittura lo cancellasse (lo so, lo ripeto). Ho sempre avuto una buona salute fisica, che mi ha protetto dalla malattia e dal dolore. Anche il tumore che il dottor Keller mi diagnosticò un anno fa si è rimpicciolito. Sono passati guerre, nazismo, lager, crisi economiche, e io mi sono sempre industriato a costruire storie graziose di viandanti, di ballerini, di dame, e chi mi conosceva sapeva che io costruivo corde sull’abisso sulle quali le mie figure oscillavano come acrobati, e chi non mi conosceva mi giudicava insignificante, biedermeier. Alla fine, morire sarà naturale per me, come addormentarmi. Un attimo casuale, come tanti. Un attimo che ho già descritto, senza saperlo, in uno dei miei racconti. Ma che rimpianto, il mio corpo immobile. E io, che non posso raccontarne la storia. Irresistibile, comica impotenza. La vita ha le sue magie impreviste e le sue inutili battaglie.

Non c’è momento, in questa piccola collezione di apocrifi, in cui venga meno questa grazia, questa felicità del dire. Non c’è momento che non sia poetico, o in cui l’espressione del pensiero sovrasti la leggerezza del tono. Né momento in cui ci si scordi da dove si libra tanta felicità -il manicomio, la solitudine collettiva dei matti. E’ il miracolo walseriano, che Ercolani riesce a far rivivere -e che non ha smesso, calvinianamente, di dire tutto quello che ha da dire.

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