I “Destini minori” di Marco Ercolani

ercolani_copOpera essenziale e quintessenziale, Destini minori (Il Canneto Editore, 2016) sta a Marco Ercolani come Leucò sta a Pavese: tira le linee maestre del suo percorso, ma su un tono nuovo. Un tono che non rinuncia alla musicalità, al lirismo visivo e visionario propri di Ercolani, ma li ossifica, ne trae il distillato, ne lascia a volte una traccia semicancellata, mentre il discorso si arricchisce di ellissi gravide di tensione. Il rapporto col silenzio, costante in Ercolani, non è ottenuto ricorrendo al frammento, o a una prosa pausata simile a un porticato entro cui passa molta aria; ma con la concinnità di poche righe che riassumono d’imperio una vita, individuandone il momento o l’ossessione determinante e trasferendola sulla pagina direttamente, quasi senza la mediazione della parola.

Il silenzio è anche il vuoto che circonda queste brevissime vite. I titoli dei racconti riportano solo i nomi dei protagonisti: nulla che aiuti a identificarli, nulla che vada al nucleo della loro storia. Questi nomi anonimi spuntano d’improvviso sul foglio bianco e preannunciano con una semplice suggestione fonica il romanzo di cui riempiranno una o due pagine: Elisa Cairo, Paul Foran… da questi nomi si sdipana poi una vita. Poi la vita risprofonda nel silenzio. Sono questi i destini minori. A volte monologhi, a volte racconti in terza persona, a volte scarni dialoghi -non si sa con chi. Sempre lastre tombali, perché, con queste prose, Ercolani ci dimostra senza scampo che l’arte fa il lavoro della morte, ponendo un sigillo a vite più che mai inafferrabili.

L’aggettivo “inafferrabili” non deve però suggerire che i protagonisti di Destini minori siano figure esili, apparizioni umbratili e dotate di scarsa personalità. Al contrario ognuna di queste vite è densa come un romanzo, e i personaggi sono delineati con amorevole accuratezza, pur nell’estrema brevitas. Inafferrabili non sono le loro figure, umanissime e potenti, ma i loro destini: funi tese fra la quotidianità e l’assurdo, essi si srotolano in case che potrebbero essere le nostre: non sono destini dell’altro mondo, ma di questo. Sono contigui alla nostra quotidianità, e della quotidianità affiorano, nelle loro storie, i dettagli.

Accanto a quali volumi metteremo Destini minori? Accanto ai racconti di Kafka (come ha notato anche Antonio Devicienti) per la viva e tagliente scarnità. Accanto ai Casi di Charms, per la perfetta integrazione del perturbante nella logica lineare dei fatti. Alle “enciclopedie” di Kiš, per il senso del tragico con cui Storia e Cronaca vi fanno irruzione. Ma anche ai libri di Oliver Sacks, che condivide con Ercolani, oltre al mestiere di psichiatra, la rigorosa empatia verso l’atipico, la volontà di guardare dentro le Anime strane (titolo di un’altra opera di Ercolani scritta con Lucetta Frisa, Greco & Greco, 2006) non da romanzieri e tantomeno da giudici, ma da esseri intenzionati a capire, interessati a queste vite di confine e a una scrittura che le indaghi.

Non tutti i protagonisti dei Destini minori sono folli. Nella prima sezione, intitolata Con un marchio preciso, Pavel Hadeu è un Rom scampato alla Vore Porrajmos, lo sterminio nazista di Rom e Sinti (ed è la prima volta, a mia memoria, che la “Shoah dei Rom” entra in un’opera di letteratura), mentre Hans Fossl viene preso da pietà per un giovane omosessuale internato in un campo da Himmler. Sono esseri atipici, con un marchio preciso agli occhi degli altri, ma non certo strani o folli. Anzi, queste storie ci chiedono spesso da che parte stia la follia. Sono sbagliati gli esseri che avevano un marchio preciso, o piuttosto chi li ha sterminati, o ancor di più noi che abbiamo dimenticato il loro dramma e continuiamo ad assegnar loro un marchio preciso? Altre storie ci introducono nel braccio della morte: lì dove sta la follia? Un uomo affetto da un male incurabile chiede l’iniezione letale e gliela negano; uccide un altro uomo: ora è nel braccio della morte ad aspettare la desiderata iniezione letale. Da che parte sta la follia?

In Destini minori prendono la parola anche gli assassini: i ragazzini amorali che compiono un omicidio per postare il filmato su YouTube, la madre che annega i figli su ordine dell’amante… Fatti che releghiamo abitualmente nella cronaca nera, nell’altro da noi. Ma Ercolani, senza nichilismo né indebita giustificazione del crimine, ci invita a chiederci dove ci troviamo noi rispetto al crimine, quanto ne siamo i complici silenziosi. Domande che può porre senza paura di cadere nel didascalico perché la sua cultura scientifica lo mette al riparo dal pericolo della retorica. Egli sembra anzi praticare quella “semplice registrazione dei fatti”, libera da sovrastrutture concettuali, che aveva permesso a Charms di descrivere il realismo dell’assurdo financo nei suoi aspetti più crudeli, conservando uno sguardo innocente.

Rinunciando al respiro in favore dell’essenzialità, Ercolani perfeziona le esperienze artistiche già toccate. Nella sezione intitolata Gli esseri silenziosi ritroviamo, in testi vibranti di concreta commozione, personaggi che aspirano a spogliarsi di sé, a rinunciare alla propria arte in favore di una scienza superiore e ineffabile -forse una scienza araldica della morte. Il romanziere che imbianca le pagine del suo manoscritto rimanda a tanti protagonisti degli apocrifi ercolaniani. Lo stesso Ercolani, come autore di apocrifi, è a modo suo un essere silenzioso, che rinuncia alla propria voce di autore per adottare quella di un altro -un altro, per giunta, che ha l’autorevolezza di essere realmente esistito e riconoscibile. Allo stesso modo, nella sezione Pazzi di pittura, l’artista che usa l’aria come materiale ricorda il malinconico apocrifo di Atti di giustizia postuma (Matisklo edizioni, 2014) in cui lo scultore Giacometti modella una statua con l’aria; e il pittore che si toglie la vita perché nessun cielo dipinto potrà mai “diventare” un cielo vero ricorda con prepotenza Nicolas De Staël, a cui Ercolani aveva dedicato intensi passi ne Il muro dove volano gli uccelli, scritto con Lucetta Frisa (L’arcolaio, 2013). Nella prosa prosciugata di Destini minori, queste figure, sganciate ormai dal modello reale, acquistano una verità poetica più intima e meno dissolta dal lirismo.

Gli agganci potrebbero continuare all’infinito perché Ercolani, irrimediabilmente moderno, è scrittore intertestuale e ogni suo testo rimanda ad altri testi, in un vorticante circolo virtuoso in cui la lettura scrive nuove pagine e la scrittura ne legge di vecchie. Cercare questi agganci sarebbe tuttavia poco utile ai fini poetici. Perché Destini minori si presenta con un timbro così peculiare, aspro e commosso, da far dimenticare ogni rimando intertestuale e porsi come opera conchiusa, per la quale si può parlare senza timidezze di grande letteratura. C’è un racconto che credo rappresenti più di tutti l’impasto di ammirazione e raccapriccio, tenerezza, rifiuto e adesione che queste figure “minori”, calate nel tritume quotidiano, ci suscitano, e forse rappresenta più di tutti anche il senso intimo (artistico e umano) dei quest’opera e dell’intera opera di Ercolani, il suo muoversi dentro il confine:

Vuole a tutti i costi che il gancio gli traversi i muscoli della schiena. Vuole restare appeso così, pochi metri oltre la terrazza del grattacielo, mentre dalla piazza, gremita di gente, sale un lungo silenzio. E’ allora che Arthur Schwiren, il 7 maggio 1959, completamente nudo, comincia a danzare, muovendo appena i piedi nel cielo, mentre gocce di sangue scivolano lentamente dalla sua schiena, componendo sul selciato le macchie casuali di un disegno. Arthur avverte il primo dolore -una fitta acutissima dietro le spalle. Ma continua a sorridere e danzare, sospeso nel vuoto. Le gocce cadono, cadono ancora. La performance non è finita. Attende con pazienza l’ultima parte, quella che completerà il suo desiderio: lo strappo secco, il lungo volo e il disegno del corpo nell’aria -impeccabile, risolutivo, mentale- che anticiperà la mediocre traccia terrena del solito cadavere. “Morte annunciata di un performer“, sorride.

 

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