Polli

(Su Postpopuli del 14 agosto 2014, col titolo Geni della letteratura e cose che cambiano)

brechtAll’università, Viviana diceva d’essere la mia migliore amica. Ma io non le avevo mai detto ch’era la mia migliore amica. Era un titolo che s’era auto-data. Molti titoli, del resto, ella s’autoattribuiva. Un pomeriggio di settembre, azzurro come nella poesia di Brecht, Viviana m’aveva confidato: “Nella mia vita, ho conosciuto solo tre persone alla mia altezza”. Mi disse i loro nomi, e com’era prevedibile io non c’ero. Mi disse, in un’altra occasione, che divideva gli amici in “fondamentali” e non, ed ancora una volta, com’era prevedibile, io non appartenevo alla categoria dei primi. Viviana attribuiva a se stessa un “carisma” sulle altre persone, ma le altre persone non le attribuivano che una certa supponenza. E’ del tutto conseguenziale che, quando Viviana parlava di suo fratello, scrittore e attore in erba, non lo presentava come scrittore e attore in erba, ma come un genio della letteratura. Del resto, era questa l’opinione che ne avevano in famiglia: quando si laureò in Lettere con centodieci su centodieci e lode, il fratello di Viviana venne festeggiato per quasi due settimane: i festeggiamenti per la sua laurea durarono quanto un matrimonio balcanico, perché, ad ogni occasione, si trovava una scusa per alzare i calici gridando “Abbiamo un genio, un genio!” Io, se mi fossi laureato a trent’anni come lui, avrei ricevuto dai miei genitori non due settimane di calici alzati, bensì di calci nel deretano, cosa ch’io stesso avrei trovato del tutto giusta e normale. Per inciso, anche l’umile sottoscritto scrive, come dimostrano queste poche righe, e però non s’è mai sentito un genio della letteratura; anzi ha sempre evitato di dire troppo in giro che scrive, proprio per non essere confuso con tutti coloro che considerano se stessi geni della letteratura: così geniali, magari, da non aver bisogno neanche di leggere libri altrui; e quando il più umile sottoscritto s’è laureato a sua volta con centodieci su centodieci e lode, e all’età di “soli” ventisei anni, nessuno in siffatta occasione ha avuto l’ardimento di gridare al genio.

L’unica volta che presi io l’ardimento d’andare al cinema con Viviana e suo fratello, al termine dello spettacolo, con le luci in sala e la musica che si spengeva sui titoli di coda, udivo solo la voce di lui -del geniale fratello- che pontificava in un modo così assurdo da far venire in mente la battuta che a un suo simile aveva dedicato Woody Allen: “Come vorrei avere un’enorme palata di cacca di cavallo!” Se avessi citato quella frase, e quella scena -davvero geniale- di Io & Annie, forse la combriccola degli artisti non avrebbe capito che la odiavo: mi avrebbe preso fra i loro confratelli, eventualità ch’io aborrivo quant’altre mai. Che senso avevano i commenti che avevo appena udito? “Film geniale, regia geniale! C’è tutto! C’è Dante! C’è Dylan Dog!” Geniale, geniale: una parola sprecata, ripetuta, ch’io aborrisco quant’altre mai. Aborrivo quel circolo di eletti come la peste nera, gialla, rossa, bordò ed indaco. E’ del tutto conseguenziale che, da allora, evitai con ogni cura di tornare al cinema in siffatta compagnia.

Testo completo su Postpopuli

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