“Fuocoammare”: il tempo, le voci

fuocoammareQuello che resta è il silenzio. Chi cerca un film di drammi, emergenze ed affanni lo cerchi altrove. Il ritmo di Fuocoammare è quello con cui le vecchie riassettano le lenzuola sui letti, e i marinai aspettano mesi prima di tornare a casa… La pazienza, la tenacia, la lentezza: c’è questo nel carattere dei lampedusani raccontato da Gianfranco Rosi. La tragedia degli sbarchi, che i telegiornali chiamano da vent’anni emergenzaemergenza clandestiniemergenza migranti, e da qualche tempo, per bontà, emergenza profughi– per i lampedusani è la realtà con cui si misurano ogni giorno; che si è mescolata alla loro vita di piccola comunità di pescatori che tramanda il mestiere di padre in figlio. Fuocoammare racconta la dignità fuori del tempo con cui un’isola porta sulle spalle la tragedia più infame del nostro tempo. Il piccolo Samuele ha un occhio pigro. Deve portare la benda. Per portarla non può più tirar di fionda. Lui rinuncia, pazienta. Piano piano l’occhio pigro  fa progressi. E lui aspetta.  Soffre di mal di mare. Suo padre gli consiglia di andare sulla banchina, dove attraccano i pescherecci, per “farsi lo stomaco”. E lui ci va ogni giorno, e fa progressi. Gioca a sparare. A tutti i bambini piacciono i giochi di guerra, è normale che Samuele giochi a sparare. Lampedusa poi è piena di militari. Ma sono militari della Marina, obbediscono alla legge antica dei marinai, che dice che la vita umana in mare va salvata. Ed è una guerra salvarla, in uno scoglio cui l’Europa e il mondo -e l’Italia anche, in parte- hanno lasciato il compito di far tutto da solo. Si vive come se si fosse ancora in guerra. Come quando, nel ’43, il bombardamento della nave Maddalena durò tutta una notte, e sembrò per tutta notte che ci fosse il fuoco a mare. Samuele va dal medico. Dice che prova sensazioni strane, dolori che non riesce a spiegare. E’ l’ansia, risponde il medico. Samuele ha l’ansia come un adulto. Ma non l’ansia creata dai media, che dosano col contagocce i loro allarmi sciacalli trecentosessantacinque giorni all’anno da vent’anni. E’ un’ansia che incombe e spinge a non parlare. Mentre il mondo blatera, i lampedusani cercano di vivere e fare, con dignità. Sono gente antica. Samuele colpiva gli uccelli con la fionda. Ma adesso che non può tirar di fionda, va  a cercarli di notte, si avvicina al loro nido fra i rami, e in un lungo momento magico Samuele e gli uccelli si guardano in faccia, nel freddo buio azzurrino screziato dal brodo della torcia elettrica.

Sono le voci della natura a dominare il paesaggio sonoro di Fuocoammare. Sono rare, sommesse, intessute sul basso continuo del mare. La voce umana è scarsa. E, quando c’è, non somiglia alla nostra. E’ più vicina al canto, alla preghiera. Una vecchia racconta la notte del ’43 in cui sembrò che ci fosse il fuoco a mare, e la sua voce è quella delle litanie.  Il padre di Samuele racconta la vita monotona e dura in alto mare, ed ha una voce cadenzata, simile al tonfo del mare. La voce di Samuele somiglia ai cinguettii degli uccelli. I lampedusani sono come i regazzini di Pasolini, che s’aggirano per il paesaggio e sembrano far parte del paesaggio. Sono lì da sempre, esseri intemporali. Le loro storie starebbero bene in un romanzo di Verga, o negli anni in cui c’era il fuoco a mare. Ma gli sbarchi portano la Storia in questo posto scordato dalla Storia. Quando si parla degli sbarchi la voce umana non è più voce della natura. E’ la voce delle anime rigate. E’ come una preghiera la voce del dottor Pietro Bartolo, il medico di base che insieme a due colleghi -due!- offre assistenza a quei poveri cristi. “Ogni uomo che sia un uomo ha il dovere di aiutarli”, dice soppesando attentamente che sia un uomo e timbrando la parola dovere. Ma non c’è nessuna rabbia nel suo dire, la sua parola lenta e trasognata sembra calare dal cielo. La sua voce nitida e infranta non si concede un’invettiva. Nessuno, in Fucoammare, si lamenta o maledice. Un gruppo di nigeriani ringrazia Dio per essere riusciti a sbarcare. Intonano un canto, e cantando raccontano di ciò che hanno passato: le marce forzate attraverso il Sahara, la Libia dell’Isis e delle prigioni dov’è di casa la tortura… Ma sono contenti, ringraziano solo Dio d’essere vivi. C’è un’altra scena ambientata al centro d’accoglienza, si disputa una partita di calcio tra profughi, la Siria vince, i giocatori vengono portati in trionfo. Ma poi c’è la terza scena, dove i profughi non cantano e non giocano: sono morti, e nessuno dei presenti osa parlare. E’ questa l’angoscia che incombe, e che contagia anche il piccolo Samuele.

C’è una musica nel film, la cui storia stralcio da un articolo di Valeria Brigida sul Fatto Quotidiano, scusandomi con l’autrice per la libertà con cui taglio la sua prosa:

«Giuseppe Frangipane, detto Pippo, è uno dei personaggi del film: è il dj di Canzonissima, trasmissione musicale che ogni giorno va in onda sulle frequenze di Radio Delta, raccogliendo richieste e dediche dei lampedusani. Ed è proprio lui che lancia la canzone Fuocoammare. Gli chiedo dove posso trovare quella canzone. Sono curiosa di conoscere il testo. “Il testo non c’è. E’ andato perduto” mi dice Pippo. Come? E non c’è modo di recuperarlo? “Purtroppo, no. Comunque parlava dei bombardamenti del 1943 a Lampedusa.” Capisco. Ma, quindi, quando nel film lanci e dedichi la canzone in radio? “Si sente solo il pezzo strumentale. E’ un pezzo che i musicisti lampedusani suonano da sempre. E che si balla! Mio nonno, Antonino Russo, ha novant’anni ed è uno dei musicisti più anziani dell’isola. Ma nessuno si ricorda le parole. Quella volta, nel ’43, mio nonno stava a Ponente, una zona dell’isola. All’improvviso, da laggiù, ha visto un fuoco proprio nel porto di Lampedusa. A quel tempo non c’era elettricità. Si stava al buio. E quel fuoco illuminava l’isola.” Chi focu a mmari ca c’è stasira. Chi focu a mmari ca c’è stasira. Era la frase che ripetevano i lampedusani quando la nave italiana Maddalena fu bombardata e prese fuoco nel porto. Una frase ripetuta talmente tante volte che alla fine è diventata una canzone popolare. E di cui oggi, dopo 73 anni, sopravvivono solo poche parole. Chi focu a mmari ca c’è stasira.»

Sembra che a Lampedusa il film non l’abbiano ancora visto: l’unico cinema è all’aperto, e bisogna attendere una stagione più mite.

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6 thoughts on ““Fuocoammare”: il tempo, le voci

  1. mi spiace ma non ho potuto recarmi a vederrlo per un contrattempo.
    mi farò raccontare da una colega che segue tutti i film del cineforum ….ultimamente sono un pò delusa dai film che vedo, mi aspettavo di più da Revenant ma anche da 45 anni.
    l’unico film che non mi stancherò mai di rivedere credo sia Mato Grosso, l’hai visto?

  2. Chi lo ha visto mi ha raccontato ce la sua letezza restiguisce il tempo, come il rituale di rifare un letto, e l’atmosfera …e la forza del canto diluisce oni peso, si fa testimonianza e disincanto

    • I due film più impressionanti per me dell’ultimo anno sono due documentari: questo e Eau argentée. Al di là del loro valore civile, che è fondamentale, mi sembra che il documentario goda di un vantaggio poetico sul film classico attuale perché è libero dalla schiavitù del plot. La meravigliosa libertà del cinema degli inizi la ritrovo più in Rosi e in Mohamed che nei film di narrazione o in quei film che volendo essere poetici somigliano a delle installazioni multimediali. Però, detto questo, un film estremamente classico come Il ponte delle spie a me è piaciuto 🙂

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