Storia di un ponte

ponteC’era un ponte, a Pescara: un ponte fascista. Si chiamava infatti Ponte Littorio. Oggi non esiste più, lo si può vedere soltanto in certe foto d’epoca, teso sopra lo scorrere del fiume, traversato dalle automobili, da biciclette e da madri col passeggino, con sullo sfondo il bagno borbonico e le case della città antica. Non era brutto, il ponte Littorio, malgrado le aquile svettassero orribilmente in cima alle colonne. Ha scritto Luigi Lopez in Pescara dalle origini ai giorni nostri: “I ponti sono la spia più evidente dell’evoluzione della città. Se al piccolo borgo militare fu un tempo sufficiente un ponte di legno, poi sostituito dal laborioso e pericoloso traghetto sulla scafa e poi dal risonante stretto ponte a battelli; se al borgo che diventava città fu necessario un ponte a gabbia di ferro, ben presto anche questa struttura risultò inadeguata”. Pescara, dicevano le cronache locali, era in continua crescita: se nel 1921 contava 26.000 abitanti, dieci anni più tardi ne erano diventati 38.000, e sarebbero saliti a 45.000 nel 1936: “un incremento demografico secondo solo a quello di Roma”, fanfaronavano le cronache locali. In realtà, fra il 1921 e il 1936 c’era stato il 1927, e nel 1927 la vecchia Pescara, che sorgeva sulla sponda sud del fiume, aveva annesso il borgo che sorgeva sulla sponda nord e che si chiamava Castellammare Adriatico. A volere l’unificazione erano stati Gabriele d’Annunzio, che a Pescara era stato solo il tempo di nascere, e il ministro fascista Giovanni Acerbo, che a Pescara era nato e restato. C’era da stupirsi che la popolazione fosse aumentata? Prima veniva calcolata quella di una città, ora quella di due! Era questa la spiegazione dell’“incremento demografico secondo solo a quello di Roma”.

Il fascismo elevò Pescara a capoluogo di provincia. E la città si diede da fare per erigere la sua grande opera propagandistica: il Ponte Littorio. Era largo 18 metri, di cui 12 di carreggiata, e lungo 106; aveva quattro colonne che reggevano altrettante aquile di bronzo, alla cui base erano incisi distici latini inneggianti all’unificazione “delle due Pescare”, come si diceva nascondendo il fatto che di Pescara ce n’era stata una, quella di d’Annunzio e Acerbo, e aveva rubato a Castellammare Adriatico sinanco il nome. Il ponte aveva quattro antenne portabandiera e portalampade che raggiungevano i venti metri d’altezza, e due balconi centrali affacciati sul porto e sul mare. Su quattro basamenti di travertino lo scultore Vicentino Michetti aveva scolpito quattro donne di bronzo: l’Agricoltura, la Pastorizia, l’Industria e la Pesca: le pietre miliari dell’economia cittadina secondo la più classica retorica del Ventennio.

All’inaugurazione, il 14 agosto del ’33, vennero il duca d’Aosta e il segretario nazionale del Partito Giuseppe Starace, il ministro dei Lavori Pubblici e gli alti gerarchi Italo Balbo e Guido Buffarini Guidi. L’invito del podestà Giacinto Forcella obbligava tutti ad indossare camicia nera e decorazioni, ma dispensava dall’uso della giacca: il caldo era troppo grande. Il ponte fu amato e ammirato, ma anche criticato, perché, si diceva le quattro colonne, pur belle in sé, spezzavano l’armonia della costruzione, diversamente da quanto accadeva col Ponte della Vittoria a Firenze. A questa critica Pescara rispondeva che i due ponti “erano calcolati in ambienti naturali ben diversi, ricco di storia ma scarso di natura quello di Firenze; al centro di un vasto orizzonte, circondato dalla luce e dalla vicinanza del mare e dal cielo di alta montagna quello di Pescara”: un meraviglioso arrampicarsi sugli specchi per dire: Firenze è Firenze, a Pescara non abbiamo un cazzo e, se c’è qualcosa, bisogna pur metterla in mostra!

Pescara fu città fascistissima. Nel “rapporto al Duce” presentato dal federale Nicola Volpe il 26 gennaio del ’42 si legge che le uniche manifestazioni d’insoddisfazione erano dovute a carenze alimentari e che i cittadini seguivano con entusiasmo le manifestazioni del regime. “Lo stato d’animo della popolazione è di serena comprensione delle dure necessità della guerra, che si combatte non disgiunta da una quasi generale certezza della vittoria.” Organizzazioni antifasciste non ce n’erano, e del resto non avrebbero potuto esserci perché la censura esercitava un duro controllo su tutta la provincia. Nel 1940 un commerciante e un fabbricante di laterizi di Alanno, Pasquale Odoardi e Mario Verrocchio, erano stati condannati a uno e due anni di confino per aver raccontato barzellette sul fascismo. Nel ’41 venne arrestato l’avvocato Leo Leone, nel quale il prefetto Alberto Varano aveva ravvisato “la volontà acre del superinformato e del supercritico diretta a far sbollire il sano entusiasmo dei buoni cittadini”. I testimoni di Geova erano stati banditi per il loro antimilitarismo, e le autorità controllavano la posta, cancellando dalle lettere le frasi sgradite e convocando i loro autori in Questura. L’argomento più proibito era la guerra. Chi ne parlava -o scriveva per lettera- veniva condotto in Questura. Nicola Volpe aveva scritto che i pescaresi “comprendevano le dure necessità della guerra”; sarebbe stato più corretto dire ch’erano quasi all’oscuro della guerra.

Nodo di collegamento viario fra il nord e il sud e fra l’est e l’ovest del Paese, giovane e perciò fragile, Pescara avrebbe dovuto aspettarsi un attacco aereo. Invece era indifesa. L’aeroporto era una scuola d’addestramento per piloti d’aerei da caccia, ma non aveva velivoli funzionanti. Non c’erano armi contraeree o batterie antinave. Non c’erano rifugi antiaerei, non erano state organizzate squadre di soccorso ad eccezione di quella della Croce Rossa. La propaganda ripeteva che l’Italia aveva i migliori aviatori del mondo, ed era vero; ma l’industria bellica produceva solo aerei da raid. Erano stati progettati velivoli potentissimi, ma non erano staticostruiti perché mancava il metallo per costruirli. Come molti italiani, i pescaresi eran convinti che nulla di male potesse venir loro dal cielo. E continuarono ad andare a passeggio, al cinema e al mare come se la guerra fosse finita, mentre invece doveva ancora arrivare. E quando arrivò, coi bombardamenti del 31 agosto e del 14 settembre ’43, si assisté all’esplosione di un furore incontrollato. “Era incredibile come tanta gente fosse determinata ad andarsene, come se avesse coltivato in segreto e da tempo quell’idea” raccontò ad un giornalista uno che c’era. I tedeschi disseminarono la città di mine e requisirono tutto ciò che serviva alla loro industria bellica –fra cui statue di bronzo del Ponte Littorio. Il 31 ottobre, alla festa di Cristo Re, l’abate Pasquale Brandaro non poté usare le campane della sua chiesa perché i tedeschi gliele avevano confiscate. La vecchia Castellammare era deserta. Andò di là dal fiume, nella Pescara di d’Annunzio e Acerbo, dov’era rimasta un po’ di gente, e lì suonò le campane della cattedrale. Nel pomeriggio, i tedeschi gli avevano portato via anche quelle.

Gli Alleati bombardarono a tappeto, sperando che i cittadini, terrorizzati, insorgessero contro il regime. Ma non insorse nessuno. Non rimase nessuno. In una città che somigliava a un cratere della Luna i genieri tedeschi scavarono buche sul Ponte Littorio per sotterrarvi casse d’esplosivo. Il 9 giugno del ‘44, il Ponte Littorio saltò via, e con esso tutte le illusioni della Pescara tronfia e incosciente, ma forse soprattutto ingannata, del fascismo. Le mine restarono sulla spiaggia per una decina d’anni, anche dopo la fine della guerra, e ogni tanto qualcuno ci finiva sopra camminando e saltava per aria a pezzi.

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