I patchwork di Eleni

1

Eleni insegnava musica ai bambini, e amava il suo lavoro. Amava anche i bambini, sebbene non potesse averne di suoi. Il suo matrimonio era finito anche per questo. Ho avuto pochi contatti con suo marito, ma non mi piaceva. Incontravo lei di rado, negli anni della maturità, perché era sempre sfuggente e aveva sempre qualcosa per le mani. Lui non c’era mai. Un tardo pomeriggio del 2008, sbucando dalle visioni minacciose di piazza della Signoria, Eleni mi balzò incontro e m’annunziò il suo divorzio. Lo disse così, come una cosa che da gran tempo s’aspettava e ch’era stata solo ratificata. Ma poi mi fissò in viso quegli occhi penetranti che pochi conoscevamo, e mi chiese d’offrirle un aperitivo e d’accompagnarla per un pezzo di strada, anche in silenzio. “Sono a pezzi”, sussurrò.

Camminammo tutta via dei Tornabuoni, poi lungo l’Arno. Ci fermammo sul Ponte alle Grazie, a guardare le canne d’organo che il riflesso della luna formava sul limo del fiume. Era calata la sera. Sottobraccio l’accompagnai fino a piazza della Posta, nel monolocale dov’era andata ad abitare. C’eravamo detti meno di dieci parole. Ma perché sporcare di parole un’amicizia così bella?

Dovevo tornare indietro di molti anni per ricordarmi quando l’avevo conosciuta. Avevamo vent’anni. Ero appena arrivato a Firenze, era dicembre. Santa Croce era un albero di Natale, addobbata, illuminata, rallegrata dalle bancarelle che vendevano torroni; e c’erano i corniciai, i venditori di carabattole, d’antiquariato, modernariato e tutta quella roba… Sotto la statua di Dante, Eleni mi aspettava. C’eravamo visti una sola volta, a una masterclass nel Lazio -studiavamo entrambi il violoncello- e non ricordava bene com’ero fatto. Le avevo detto al telefono che avrei sventolato una busta rossa per farmi riconoscere. La trovai che fumava una sigaretta. Mi venne incontro col suo mezzo sorriso, colla sua tipica aria di malizia gentile.

-Come stai?

-Io bene. Tu?

-Bene. Stanco del viaggio.

-A che ora sei arrivato?

-Alle due del pomeriggio.

Erano le cinque. Eleni sorrise.

-Allora hai fatto appena in tempo a sistemarti e sei venuto da me.

-Più o meno. Più tardi devo andare in questura.

-Come in questura? – si stupì lei.

-Sì: appena arrivato m’hanno rubato il portafogli. Ero sul 17, sono arrivato in foresteria, dovevo pagare e quando ho aperto il marsupio mi sono accorto che c’era un taglio in basso e il portafogli mancava. Tutti i documenti devo rifare…

Eleni parve proccupata: -E adesso come fai?

-Il Bancomat lo tenevo in un’altra tasca, per cui s’è salvato. Ma la carta d’identità, la patente… tutto devo rifare.

-Mi dispiace. Ma hai bisogno di qualcuno che venga a testimoniare? Ci vengo io, se vuoi…

-Te la senti davvero? Mi sembra un abuso chiedertelo, mi conosci così poco…

-Ma non me l’hai chiesto, te l’ho proposto io. E poi ti conosco abbastanza da sapere che sei Lorenzo Necci! – rise lei.

Mi offrì un bicchiere di vin broulé. Era attraente. Era greca, e greco era il suo profilo. Aveva la pelle olivastra, capelli corti e scuri, molto ricci. Il viso spigoloso e il corpo avevano del mascolino, e il modo di vestire era da uomo: jeans e maglioni di lana girocollo –lana piuttosto grossa. Portava però grandi orecchini pendenti, con ricami orientali. Aveva un’espressione enigmatica: sfrontata, fredda, un po’ dura, ma con un che di malinconico, un ruvido affetto, un’ironia maliziosa ma non cattiva. La bocca era serrata e sottile e gli occhi scurissimi sembravano più nascondere che rivelare i suoi sentimenti. Quando si rivolgeva a qualcuno poteva sembrare che lo prendesse in giro, ma in fin dei conti percepivi un’interiore bontà: anzi, era quella la sensazione che nel tempo ti restava: la sensazione di un animo buono. Aveva una voce profonda, un po’ atona; parlava piano e in modo secco; aveva il fascino di quelle donne che non accentuano la propria sensualità, e magari la soffocano, anche se ne hanno da vendere.

Passò il pomeriggio. Si fecero le dieci di sera. Per ringraziarla le avevo offerto una pizza, e ora la stavo riaccompagnando a casa.

-Ti manca la Grecia?

-No – sorrise. –I primi tempi sì, mi bruciavano dentro la mia città, i miei amici. Mi sentivo come il secondo tema del Secondo concerto di Prokov’ev per pianoforte. Lo conosci? Quello che lui compose per un amico che s’era ucciso e l’aveva avvertito per lettera del suo suicidio. Lo conosci? E’ un tema semplicissimo, ma sembra raccogliere in sé tutto l’inverno di Russia… Ecco, io mi sentivo così.

–Sì, lo conosco bene – mormorai. –E’ uno dei temi più belli mai composti.

-Anche per me.

Qualche istante di silenzio, poi disse: –All’inizio soffrivo. Avevo lasciato nella mia città un amore durato tre anni. Lui si chiamava Vasilis, era più grande di me di cinque anni. Mi portava al mare, mi portava in motorino, mi portava nei prati. Mi diceva “Sei mia”, “Giurami che sei solo mia”, “Giurami che io sono tutto per te”, “Dimmi che nessuno è niente in confronto a me”. Era travolgente. E gelosissimo. Ma a me piaceva così. Ma non pensare che… non era ossessivo, la sua era più che altro scena. Aveva bisogno di un possesso totale, ma a me piaceva così. Finì quando io lasciai la Grecia. Lui non voleva che andassi lontano, io scelsi me stessa.

La ascoltavo attento. Ci fu un attimo di silenzio.

-Mi mancavano queste cose. Non la mia famiglia. I miei sono divorziati. Mio padre era depresso e quando andava in crisi diventava aggressivo. Ero piccola quando se n’è andato di casa. Mia madre ha avuto altre storie, ma sempre con gente di merda, e ogni volta è uscita devastata. Mi vuole bene, ma siamo sempre riuscite a parlare poco. Ha troppi problemi. Per fortuna avevo dei nonni spettacolari: mio nonno paterno soprattutto, lo amo più d’un padre. Era inglese e mi parlava in inglese. Quando ero piccola accendeva la pipa e mi raccontava storie di guerra. Mi piaceva. Era come sfuggire dal presente ed entrare nelle sue avventure. Con lui potevo lasciarmi andare e sentirmi bambina. Con gli altri no: mi sentivo adulta, anche se non molto saggia- concluse stemperando tutto in una risata.

Eleni amava la notte. Una notte d’estate, a quindici anni, di nascosto dalla madre che dormiva -sedata da una cinquantina di gocce dopo essersi lasciata con l’ennesimo uomo- era uscita. Era festa nella sua città, c’era gente. Andò in una piazza dove stavano ballando. Un ragazzo le si avvicinò. Ballarono. Il ragazzo la prese per mano. Dopo un po’ il suo ardore d’adolescente cacciava via dal corpo di Eleni i cattivi pensieri. Quando la conobbi io, divideva con una collega flautista, Liliana, un appartamentino vicino piazza della Signoria. La sua stanza affacciava sul mercato del Porcellino: per essere precisi, su una via che passava dietro al Porcellino, e che veniva usata come pisciatoio dagli ubriachi che sciamavano la notte. Nelle ore d’insonnia, Eleni fumava sul balcone, nascosta dietro due occhi assenti, ed osservava con allegria l’infernaccio della città. Se non era di cattivo umore, perfino l’odore di piscio la divertiva. D’estate, lei e Liliana uscivano spesso, a mezzanotte, per andare a mangiare un kebab. Eleni aveva preso confidenza col ragazzo del locale. A volte lo andava a salutare. Si erano dati i numeri di telefono, e quando lui faceva pausa lei scendeva, anche in pigiama, e fumavano assieme. Qualche volta facevano l’amore, ma non stavano insieme.

A fine giugno del primo anno, alla vigilia d’una settimana intensiva di prove, Eleni non riusciva a chiudere occhio. Si alzò, andò sul balcone: si tenne compagnia per un po’ con le sigarette e un whiskey, mentre nella sua testa risuonava un quartetto che le era molto caro, l’opera 56 di Sibelius intitolata Voces intimae. Anche Sibelius era un accanito fumatore e un appassionato di vini e distillati. Aveva dovuto smettere per un tumore alla gola, e aveva scritto quel quartetto poco dopo aver sfiorato la morte… Per un attimo, Eleni ebbe paura che potesse accaderle lo stesso. Sentì che il battito le accelerava, la testa girava… Poi riprese il controllo.

Ebbe bisogno di uscire, era troppo irrequieta. E così girò da sola un paio d’ore, assaporando la notte fiorentina, passeggiando lungo l’Arno pieno di turisti, sul Ponte Vecchio dove cantanti da strapazzo imbruttivano bellissime canzoni e arie d’opera con portamenti che sarebbero stati eccessivi anche in pieno Ottocento, e per le strade vicino gli Uffizi invase da ritrattisti e madonnari. In piazza della Repubblica c’era un gruppo di jazzisti. Erano bravi. Alcuni ragazzi, per lo più dell’Est, suonavano il violino per racimolare un po’ di danaro. Eleni ne ammirò due, un ragazzo e una ragazza di diciotto, vent’anni, vestiti da gitani. Suonavano con leggerezza spensierata. Ma la polizia li interruppe e li cacciò. Al vedere le luci della volante, tutti i madonnari, gli ambulanti, i venditori di bracciali, tutto un esercito di poveri cristi raccattò in fretta le proprie robe e si dileguò. Su Ponte Vecchio restavano solo i turisti, trionfanti fra i negozi di gioielli. Eleni ritornò a casa.

Era arrivata a Firenze una mattina d’aprile, alle cinque: il cielo si stava già imperlando di latte, e c’era quello strano silenzio di prima dell’alba, quando le voci non sembrano conversare, e sembrano casuali interruzioni al silenzio di un mondo in attesa. Aveva preso un cornetto alla stazione di Santa Maria Novella e s’era diretta verso l’affittacamere dove aveva passato i primi giorni. La città non l’aveva entusiasmata. Diceva ch’era “una città senza anima: non solo le antiche botteghe chiudono con la stessa facilità con cui le mosche, d’estate, vengono fatte secche dalla graticola elettrica, ma nessuna delle sue bellezze architettoniche e artistiche sembra suscitare l’attenzione e l’amore dei fiorentini. Musei sporchi, tenuti male, con indicazioni stampate su fogli di carta e appiccicate a muro con lo scotch… e non solo, ma strade dissestate, dove a ogni passo inciampi in una buca, alberi malati, tutte le superfici imbrattate con lo spray… per non parlare dell’apatia che si respira a pieni polmoni in ogni negozio, bar, ufficio, dove chiunque incontri sembra seccato, se gli rivolgi la parola, che l’hai strappato a un sonno millenario…” Così mi scrisse, quando le dissi che stavo per trasferirmi a Firenze anch’io.

Studiava molto, Eleni. “Se non suono, mi sento come una farfalla a cui hanno tolto la polvere dalle ali”, aveva confidato a Liliana. Passava giorni senza uscir di casa, senza togliersi il pigiama, sprofondata nei suoni. Sembrava non s’accorgesse nemmeno della presenza dell’amica, e quando lei le parlava, Eleni aveva l’aria di tornare sulla terra e di dire: “Ah, sei qui?”

Una volta, rientrando, Liliana aveva visto uno spettacolo buffissimo: Eleni rigovernava la cucina con la Salome di Strauss sparata a tutto volume, muovendosi a ritmo, quasi danzando, e accompagnando il CD con canti e gesti che pareva una baccante. Erano scoppiate a ridere. Quando voleva prenderla in giro, Liliana le chiedeva: “Rifammi un po’ la Salome, com’era?”

Eleni scriveva molte lettere a molti amici lontani. Passava molto tempo al telefono. Nei fine settimana usciva con le amiche. Liliana non si preoccupava se non la vedeva tornare di notte. Eleni faceva sesso molte sere, con molti ragazzi, e le piaceva. Lo faceva anche con uomini adulti. A casa sua, a casa loro, o sulla sponda dell’Arno, fra l’erba, sotto le stelle, quando la primavera rendeva la notte di Firenze un invito all’amplesso. Se la comitiva non la vedeva più, era probabile che Eleni si fosse allontanata con una birra in una mano e la vita d’un ragazzo nell’altra.

2

Ci fu una sessione di prove che iniziò alle nove del mattino e proseguì fino alle nove di sera, con la pausa pranzo. Il direttore era una bestia. “Che cazzo, lo vogliamo tirare quest’arco sì o no?” “Potevo andare in pensione l’anno scorso, non ci sono andato sapete perché? Perché amavo il mio lavoro. Ma ora non lo amo più. Credevo di fare una cosa utile lavorando coi giovani. Manco per cazzo. Tutto tempo sprecato!” “Ho l’impressione d’avere a che fare con dei mentecatti. Ma come fate a non sentire che non siete insieme?” “Primo violino, cazzo, lo vuoi dare un attacco sì o no? Se non sei in grado di stare in orchestra, che sei venuto a fare?” “Ma porca, porca, porca!, avete le orecchie foderate di prosciutto! Suonate come porci! Ma come l’avete superata la selezione!, siete raccomandati?”

A Liliana: “Se qual flauto fosse un pisello, vedere con quanta passione lo suoneresti!”

Quando urlò ai violoncelli “Il vostro vibrato sembra quello di una vacca”, Eleni ribatté: “E le sue indicazioni sembrano quelle di uno scaricatore di porto!” Calò il gelo.

Dopo la pausa, il “maestro” era ancora più insopportabile. Il cornista, preso di mira un’altra volta, non ce la fece più: -Maestro, non posso suonare con lei così aggressivo.

-Aggressivo? – gli urlò quello. –Sai cosa ti avrebbe detto Toscanini?

-Toscanini era un grande direttore – disse Eleni calma, con voce bassa ma non così tanto da non essere udita.

-Da capo! – sbraitò il maestro. Da quel momento, tutti gli errori li mise in conto ai violoncelli.

I cellisti di fila ce l’avevano a morire con Eleni. –Vuoi stare zitta? Quello ci rovina! – la minacciò un ragazzo durante la pausa.

-Se fosse per te, saremmo rovinati da tempo – rispose Eleni.

S’era confidata a lungo col suo ragazzo, Antonio. Le sembrava schizofrenico che ci si potesse occupare di una cosa bella come la musica ed essere persone così squallide. “Si fa musica malgrado i musicisti”, disse. E si seppellì, quella sera, nel corpo caldo di Antonio chiedendogli: “Puliscimi dalla bruttezza del mondo”.

Da quando era a Firenze, Eleni aveva avuto due ragazzi -più le molte avventure con cui riempiva il tempo quando era libera. Il primo ragazzo, Maurizio, studiava economia: era molto strafottente, scherzava sempre. Era pieno di sé. Secondo alcuni era fascista. Un giorno la madre di Eleni spedì delle scatole dalla Grecia: lei chiese aiuto a Maurizio per sistemarle. Non c’era nessun altro in casa: era un fine settimana e Liliana era tornata a Marradi, il suo paese. Eleni prese un grosso televisore fra le braccia e lo portò da sola nella stanza.

-Ammazza, sei una donna forte! – gridò Maurizio con la sua voce da sbruffone.

-Perché, le donne sono deboli? – insinuò lei con un sorriso malizioso.

-No, che c’entra, mica volevo fare del maschilismo, era perché, così… sei forte! – gridò lui.

-Sono una donna forte – mormorò ironica Eleni.

-E sì, mica è un’offesa?, è che… si’ fforte!

Lei piantò i suoi occhi di perla in quelli di lui. Le sorridevano con malizia le pupille. Appoggiò la schiena alla parete e lo sfidò: -E tu? Fammi vedere quanto sei forte.

-Io?, ma che dici? – gridò Maurizio sgranando gli occhi.

-Che dico? – sussurrò Eleni.

Lui le dimostrò quanto era forte, ed Eleni stette con lui tre mesi. La loro unione si spezzò dall’oggi al domani: non s’è mai saputo perché, ma da Liliana trapelò che, durante una discussione, a Maurizio era partito uno schiaffo. Eleni aprì la porta, gl’intimò di uscire, e aggiunse che, se si fosse fatto vivo, avrebbe chiamato la polizia. Non disse più una sola parola né a lui né su di lui.

Il secondo ragazzo era diverso. Un tipo affidabile, quadrato. Dove Maurizio aveva una tempesta di capelli, Antonio era mezzo calvo. Anche lui l’aveva conquistata mentre la aiutava a fare gli scatoloni. Fu quando Eleni si trasferì nella nuova casa. Erano seduti sul pavimento del corridoio. Lei, stanca morta, guardò il lavoro fatto e domandò: -E adesso che facciamo?

Senza pensarci un attimo, lui la baciò.

-Ma come ti viene in mente? Sei impazzito? – fu la dura reazione di Eleni. Ma dopo meno di un minuto faceva l’amore con lui, per terra, fra le scatole aperte.

Con Antonio era durata più di un anno. Era finita perché avevano tentato di convivere e non c’erano riusciti. Ma era stata una storia molto bella. Antonio era stato un buon compagno, attento e vicino. Era anche venuto con lei in Grecia quando le era morto il nonno.

Già. Una mattina, Liliana aveva trovato sul tavolo di colazione questa lettera:

Cara Lili,

la tua Eleni riparte per la Grecia e ci resterà 2 settimane. Mio nonno paterno è morto. Era come un padre per me. Al funerale rivedrò anche mio padre. Se quando torno sei già partita per l’estate telefonami. Ti voglio sentire vicina.”

Tornò dopo tre settimane, più dolce e più triste di prima. Suo padre aveva ripreso a telefonarle: scoppiava a piangere, spesso era ubriaco. La madre s’era lasciata con l’ennesimo uomo, e venne a trovarla a Firenze. Come sempre, passarono la maggior parte del tempo in silenzio, e solo il momento del saluto rivelava l’affetto tra madre e figlia. Le telefonate del padre divennero ossessive, voleva che Eleni lo facesse rivedere con la moglie. Lei dovette di nuovo chiudere i rapporti.

Il carattere buono e quadrato di Antonio risultò anche dal fatto che faceva volontariato coi malati di mente: apparteneva a una cooperativa che portava quella povera gente a zappare, intagliare il legno, dipingere… Liliana era rimasta colpita da un episodio: al tavolo di un bar s’era avvicinata una signora tutta scarmigliata, chiaramente spostata di mente. Aveva chiesto una sigaretta. Antonio aveva preso tabacco e cartine, ma s’era accorto d’aver finito i filtri. Aveva detto alla signora d’aspettare un minuto, era andato a comprare i filtri, aveva preparato la sigaretta e l’aveva consegnata accesa nelle mani della donna.

3

Ci perdemmo di vista, dopo quella passeggiata muta in cui Eleni cercò consolazione al suo divorzio. A lavoro, mi raccontavano amici comuni, continuava ad essere la stessa; ma a casa era diventata una donna in crisi, che beveva un po’ troppo. Una volta mi telefonò e mi disse che veniva a trovarmi. Mi raccontò che a lavoro stava dando battaglia perché molte cose non andavano, in quella scuola non veniva rispettata la sicurezza dei bambini. Che non riusciva ad abituarsi alla nuova stanza in cui viveva, un monolocale che somigliava più a una roba da studenti che all’abitazione d’una donna adulta, “con un letto a soppalco che ogni volta devo farmi il segno della croce per come scricchiola. Un giorno o l’altro mi lascia col culo per terra”, rise. Mi confessò, come parlasse del tempo, che si sentiva sola e che la sera usciva per fare sesso col primo che capitava. “Ma sempre protetto”, sorrise. Mi chiese se poteva fumare in casa. “Certo che sì”, le risposi.

Di quanto tempo devo tornare indietro per ricordarmi d’una persona così in crisi? I suoi modi erano ruvidi e maliziosi come sempre, ma intorno a lei aleggiava un senso di solitudine profonda. Di solito, i suoi momenti di solitudine duravano qualche giorno, in cui non parlava e stava quasi tutto il tempo a letto. Ma adesso, non appena usciva dal lavoro, sfioriva. Se ci avesse coinvolti un po’ di più, o se noi fossimo stati capaci di forzare il suo isolamento, forse sarebbe stato diverso. Perché, presto, arrivarono altri guai.

Eleni iniziò ad inimicarsi il nuovo dirigente scolastico perché le cose che non andavano le diceva tutte, proprio come faceva da studente. La refezione era cattiva, nelle stanze c’erano vecchie cose arrugginite pericolosissime per i bambini; per mancanza di fondi, erano cominciate a mancare prima la carta igienica e poi il riscaldamento. I bambini si ammalavano. Il personale di pulizia, dopo il 2008, iniziò a venir pagato una miseria, e di conseguenza faceva molto male il suo mestiere. Eleni arrivò ad affermare che non avrebbe consigliato a una sua amica di iscrivere il proprio figlio alla sua scuola. Espresse la sua opinione al preside e in alcune lettere al sindaco. Finì con un mobbing pauroso, del preside e dei colleghi, che tirò in ballo le irregolarità della sua vita privata, e -non so neanch’io come- riuscirono a mandarla via per giusta causa.

Mi telefonò che avrebbe dato una festa d’addio, perché non poteva più pagarsi l’affitto.

-Ma… e dove vai? – le chiesi io.

-Da mia madre. In Grecia. Non dire niente.

Io raggelai: -Ele, ma in Grecia adesso c’è la fame! Cosa vai a fare lì? Piuttosto, vieni ad abitare da me, o da chi vuoi…

-Non dire niente, Lorenzo! – ribatté lei brusca. -Verrai a salutarmi? – mi chiese quasi implorando.

-Certo…

Era il luglio del 2010. La festa fu come la rimpatriata de Il grande freddo. Non vedevo l’ora d’andarmene. Non avevo più niente da dire agli amici di tanti anni fa. Lei invece sembrava allegra come da adolescente. Ma, un momento ch’eravamo soli in cucina, mi strinse le mani e disse: -Pensami forte!

L’ho pensata, ma la distanza era troppa. Non ci sentivamo più da un paio d’anni. Poi la scorsa settimana, su Facebook, ha chiesto agli amici di spedirle della roba vecchia che non ci serve più: asciugamani, vestiti, bottoni, nastri, stoffe… perché per prendere qualche quattrino s’è data al patchwork. Sta studiando il tedesco perché ha un uomo in Germania, che vorrebbe portarla con sé. Sarà l’uomo giusto, una buona volta? Io spero di sì. Vorrebbe trovare lavoro là. In effetti, andare in Germania è l’unica soluzione. “Ti rivorrei in Italia, perché almeno so che ogni tanto potremmo incontrarci. Ma ti direi una cazzata se ti dicessi che qui va meglio. Ti confesso due cose anch’io: la prima è che sono senza lavoro, la seconda che sono solo come un cane”.

Ogni tanto Eleni posta degli articoli in inglese sul pericolo che è Alba Dorata, ma dice che le persone intorno la prendono per matta. “Sono tutti entusiasti che ci sia un gruppo di fascisti che va a dare fuoco agli immigrati e a menarli e a rovesciare i loro banchetti. Le vecchiette, accanto al numero del medico e del farmacista, non hanno nell’agenda quello della polizia, ma quello della locale sezione di Alba Dorata”, mi ha scritto.

Le ho spedito tutto quello che potevo. Eleni ha sempre avuto tante risorse, ce la farà.

 

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