Il terrore saviniano

5-savinioSavinio aveva un tipico tratto sfocato, sia nell’uso del pennello che della penna, ch’era l’opposto del gesto sicuro del fratello. La sua bellezza è che sempre ripensa, e non rimane mai quale l’avevamo conosciuto poco prima. Il giovane Savinio de La nascita di Venere non ha la mano leggera dello scrittore maturo: anzi non è ancora compiutamente uno scrittore –gli scappa perfino qualche imperfezione linguistica- e la sua teoria dell’arte è interessante, ma è un discorso pro domo del fratello -unica cosa umanamente simpatica di questi scritti imbevuti di maschilismo, antisemitismo, misogallismo, di deliri nazionalistici e razzisti a cui il Savinio maturo si sottrasse. E però già avvertiamo nel voltarsi indietro di Savinio, nell’interrogare l’arte del passato una “corda pazza” fatta di inquietudine del nulla che ha davanti e di felicità di viaggiare attraverso questo nulla -come se il nulla fosse l’ultimo territorio vergine ancora da esplorare- che si distaccano dalla placida apocalisse di de Chirico.

Nei più tardi scritti di viaggio, l’abitudine di mostrarci un luogo attraverso l’etimologia del nome -con Capri che diventa “l’isola delle capre”, Cerveteri che diventa “Cere vecchia”- è tutt’altro che un vezzo, ed è il modo in cui Savinio ci dice che per lui render viva una cosa significa scavare nel suo passato scomparso, riaprire i suoi avelli. L’immaginazione scatta a ogni occasione di lanciarsi in una digressione mitologica, in un excursus di storia locale, in una fantasticheria surreale, in una notazione letteraria. Ma più che le singole immagini sorprende il concatenarsi delle immagini, il loro trasformarsi generarsi l’una dall’altra, ossessive, sotto l’impulso della fantasia ipercinetica di un maestro della divagazione che però sa impedire il deragliamento del treno da lui stesso mandato su binari azzardati.  E quando si cade in certe immobilità più accasciate che sbigottite, più catatoniche che trasognate, dove il motto dechirichiano Et quid amabo nisi quod aenigma est? si intona ad un più melanconico e umano pedale di morte, lì incontriamo il fondo segreto di Savinio: un rovello ch’egli stesso rimosse con la ricercata alessitimia dei suoi giochi intellettuali, giochi il cui movimento conduce sempre a una stasi, a un vuoto da cui emerge, primordiale, grezzo, il terrore della morte.

E’ esplicito questo terrore nel racconto di Isadora Duncan in Narrate, uomini, la vostra storia: dove Savinio, l’intellettualistico metafisico ironico Savinio si emoziona, e dove i suoi tic più tipici, la grecità addomesticata, l’inclinazione al suggestivo, diventano funzionali alla tragedia -come il perturbante “uomo del tufo”, che si rivela incarnazione spaventosa del dio Apollo venuto a punire la hybris d’Isadora -la creatura di tufo, gigantesca figura di morte nelle cui fattezze s’intravede il dio dell’arte…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...