Anna Bergna, “I corpi e le cisterne”

corpi cisterneSe parlo della poesia di Anna Bergna, non sono obiettivo; e non lo sono perché la sua ricerca -fatta di sguardi disincantati dentro il dolore; di varchi verso un altrove che subito si richiude, di un equilibrio difficile tra poesia e pensiero- la sua ricerca è così simile alla mia, che sembriamo due frutti di uno stesso albero, che procedono dallo stesso terreno, che respirano la medesima aria. Ma, fatta questa professione di non-obiettività, devo anche dire che la poesia di Anna è solo sua, ed è così personale, così nuova negli esiti, che dev’essere analizzata lucidamente.
La ricerca di un altrove, in Anna, è la ricerca di un principio ordinatore laico e razionale. La sua poesia non nega la dimensione del divino, ma ne dà un’interpretazione democritea: il divino è motore immobile dei fenomeni; e, per scrivere dei fenomeni, ella si affida a un lessico scientifico che è l’invenzione linguistica caratterizzante della sua poesia, quella che le dà il suo timbro. E’ una poesia contemplativa eppure inquieta, dove continui straniamenti rivelano epifanie metafisiche nell’immanenza -varchi aperti su un Oltre che subito si nasconde, sommerso dalla realtà dei corpi e dall’entropia dell’agire. La poesia è una serie di lampi che appaiono nel tritume d’ogni giorno, e che subito spariscono, perché poi nel tritume si ricade -ma in un tritume “divino”, reso sacro dal passaggio della poesia.
L’universo è dominato dal caso, da un caos probabilistico dove anche le anime si scindono ad ogni bivio del percorso, e l’identità diventa plurima a ogni scelta:

Nel mio procedere ho trovato
solo un me plurale

scrive Anna. E ancora:

Questo mondo,
fatto di nulla
se non del nostro stesso sguardo,
è la creazione delle sue creature.
Senso dei sensi.
Se non cercassimo, non avremmo mondo:
sordi non avremmo musica e ciechi non avremmo colori,
scuoiati saremmo senza carezze, né sapore,
senza mielina non riconosceremmo.

La poesia è luogo di sintesi di un io che non si riconosce come unità; che dice “vivo in una condivisa solitudine”; che dice

Se una folata, considero, mi trascinasse via
o il pianeta stanco
scrollasse di dosso la mia vita,

se divenissi di una materia leggera,
mi allontanassi
e salendo strappassi la corda e il nome […]

L’io empirico coincide col suo puro nome: la Nominazione è la corda che lo tiene ancorato all’Essere. La parola è cosa che si agita nel mondo, è radiazione cosmica che cerca di ricomporne i frammenti.“Nomino ogni venatura del grembo sepolcro”, dice Anna; e nel procedere trova “relitti di tempeste lessicali”. L’Essere è solo in quanto noi lo percepiamo, in quanto lo nominiamo. Da ciò la nostra infinita responsabilità verso il mondo. Perché, se il mondo esiste in quanto noi lo rendiamo vero, noi siamo responsabili per esso e con esso tragicamente ci identifichiamo. Anna vive un’identificazione panica col mondo. La sua empatia integrale non si risolve, ma si abbandona a una serenità da occhio del ciclone, a una “contemplazione agitata” dove l’io è un punto di vista che si dissolve nello scorrere dei fenomeni, come se l’abbandono fosse l’unica salvezza, e l’ultimo residuo di senso fosse in questo contemplare alla deriva. Vitalismo e morte in un caos non teleologico, come in Lucrezio:

I sogni e le nefaste bugie
dei viaggi tra corridoi del vuoto,
privi di vigna e di viticci,
con la speranza che il non visto sia
sempre congeniale
e l’aerostato,
strappata la zavorra, possa cadere
tra le mammelle di una divinità accogliente.

L’avventura avviene tra le pieghe di un nulla ritratto con fin troppo viva concretezza. La diplotimia di Lucrezio -l’ebbrezza e la disperazione del viaggio senza senso- diventa in Anna un atteggiamento singolarissimo, uno slalom tra le pieghe della morte:

quest’acqua che sale dalla carne
è morte dei morti
definitiva fine che discende
sul tetto di lamiera sforacchiata.

I gabbiani stanchi piegano le ali
e le generazioni si incantano al medesimo fiore,
ma i corpi spenti fluiscono
nelle cisterne metropolitane,
gorgogliano nei sifoni,
si accomodano
in bizzarre forme di contenitori.

L’unica possibilità è una disperata accettazione:

Circumnavigate le possibilità,
liquefatti i legami,
abbandonate le ambizioni
che all’orizzonte si illuminavano come si illumina la luna schiava,
temiamo di scorrere
nei piovaschi che strappano
le vesti rosse e lasciano
le ossa biancheggiare.

La goccia del ritorno ci appare
come destino limitato:
cosa conserverà la pioggia del nostro esserci stati
e degli sguardi evanescenti
al suo ugualmente effimero
ma perenne ricadere?

Che la morte sia il motore e l’esito del viaggio è chiaro da versi come questi:

La materia crassa, sierosa,
il lume degli occhi,
i meati dell’udito,
l’umidità della lingua:
gocce che in alti stati dovranno transitare.

Perfino la speranza è all’indietro, è nel ritorno, come nella poesia di Ivo Andrić:

Cosa ci impedisce di nuotare a ritroso,
e un po’ di lato,
portarci in acque lente, dove la speranza
riesca a respirare?

“Non cerco il senso in un Altrove”, dichiara Anna in un verso, e questa affermazione non contrasta col suo continuo intravedere apparizioni: perché le apparizioni ravvivano la poesia, ma non ne danno il senso. Il senso Anna lo cerca per terra, nella minutaglia ed anche nell’impoetico. Molti passaggi rivelano il suo amore del sottobosco, l’attenzione ai minerali, agli animali, il minuzioso nominarli:

Questa opportunità di piantumare:

un pruno, un gelso, una marruca spinosa,
il bisbiglio sottobosco
dei convenuti dopo l’acquazzone,
covili nella terra per non morire al gelo […]

L’attenzione è tutta rivolta all’umile:

Lungo l’Adda, tra Brivio ed Imbresago,
folaghe e svassi guardavano le alghe venire,
i piccoli esci, gli insetti imprigionati:
setacciavano col becco il passato del fiume.

[…]

Immaginai che Benjamin si fosse incamminato al buio,
le macerie franate nell’orizzonte del progresso.

E immaginai le anatre, al venire di un’onda di piena,
prive dell’ambizione per un paradiso
volare sulla pianura sfigurata,
essere la bellezza di uno stormo:
sopravvivere.

E’ una “metafisica per poveri”, come scrisse Giudici di Caproni, dove il minuscolo si ribalta in apocalisse e mito, ma dove il senso del mito è nella negazione della possibilità mitica: sopravvivere è parola rivelatrice, sopravvivere come le anatre, belle del loro puro essere inconsapevole: un approdo difficilissimo per una poetessa così intrisa di pensiero, così perseguitata dal pensiero; ma un approdo cercato con dolore. Gli altissimi cieli hanno del resto poca attrattiva per Anna. In un passaggio che ricorda Nietzsche, l’astro le parla della sua solitudine:

Quando penso a un corpo celeste,
vedo una singolare solitudine
una deriva sconfinata.

Anna si alimenta di questa deriva. La sua indagine è il risultato di una dispersione, di un’esplosione. Ha bisogno dell’entropia per poter incominciare. Oggetto di quest’indagine è il dolore. Un dolore che, nella sua assenza di compromessi, ricorda Andrić:

Volano sulla soglia gli angeli,
la natura afferra le loro chiome d’oro
e piume sovrumane stanno
come petali sgualciti sul terreno.
La loro benevolenza non ci sazia,
il loro abbraccio non ci salva.

È con speranze rivolte a un dio arcano
che condivamo bacche, radici e poi il grano.

Questo rivolgersi a un dio che non risponde è andriciano, così come anche il tono essenziale, intimo, misterioso, dei versi che seguono, dove il dolore soggettivo si dilata nel dolore cosmico:

Ricordo la mia notte,
quando il bambino premeva la vescica e io pellegrinavo in bagno,
di aver guardato la culla che aspettava,
di essermi detta “ricorda” l’istante,
questa casa, questa attesa,
questo guscio vuoto
e ora, pur tra le prime nebbie,
ricordo che pensavo
“suo comunque vada”.

E l’operaia in un cotonificio con le decorazioni in cotto,
avrà pensato uguale in quei giorni d’inverno,
mentre andava al lavatoio e anche dopo, mentre glielo portavano via
in una tela bianca.

Perché la biologia è nostra madrina,

più dell’argine che la storia impone
e del battesimo prescritto dalla fede.

Rotolano generazioni,

prima nelle stanze rosse,
poi nel famedio terragno dell’umano.

Al dolore, il mondo risponde con l’indifferenza. Anche questo ricorda Andrić:

Rose in lattice,
imitazioni ordinate dell’effimero,
quale canto d’addio possono intonare?
Non il desiderio d’Orfeo per Euridice,
ma il lamento sopravvissuto al mondo
dell’ultimo migrante che saluta
la casa vuota e nudo
dirige al mare sconfinato.

E’ un Andrić però alleggerito, senza epica, senza popolo. La solitudine del poeta bosniaco avviene in seno al canto popolare; quella di Anna non conosce questa consolazione, ma quella del viaggio senza bagaglio, la leggerezza di chi non ha più nulla. E’ questa leggerezza a far sì che I corpi e le cisterne si apra con un lampo d’ironia:

Un lunedì di maggio, a Milano,
venti di pianura demolivano intonaci grigi.
Spalancavano respiri.
Noi sgranavamo lungo via Borsieri
parole avute nel punto esatto del ritorno,
ritrovavamo intatte liane
avvinghiate ai rami più saldi del pensiero.

Aggiravamo l’essere svaniti,
quasi si potesse abitare la casa demolita,
la stagione nuova sbocciare le medesime rose
e il passato trascinarsi in ciò
che si prefigurava:

un vano gioco di rianimazione.

All’angolo, rovesciai lo sguardo:
la strada sopravviveva al nostro divenire assenza

e un cane al guinzaglio pisciava
dove avevo annunciato un “ricordo che qui”.

Il discorso procede dal dolore, ma non necessariamente è doloroso. E’ piuttosto un discorso sul dolore. Questa leggerezza è propria di Anna: come una pietra levigata, un comune ciottolo che ha trovato la sua perfetta semplicità, il suo verso è ottenuto sottraendo. Anna sottrae anche la musica, ne resta solo la suggestione -una suggestione di szymborskiana levità. E se talvolta il discorso si avviluppa in un pessimismo eccessivo, se talvolta bisogna cercare la poesia in una pletorica girandola di pensieri, è più frequente che Anna ci sorprenda con un’essenzialità lapidaria, o con trepidazioni ragazzesche che rivelano la gioia del suo fare poesia.
Nell’ultima parte della raccolta i frammenti di vetro, il pescatore, il bambino in corsa verso il mare, la Locanda del Pilota costituiscono una miniera di occasioni umili da cui la poesia prende il volo -e a cui sempre torna. Ma tra la partenza e il ritorno si dispiega la ricchezza di un discorrere pacato, la naturalezza con cui nuove immagini sgorgano all’improvviso da nuove combinazioni di parole, quasi che ci si inciampasse, quasi che le stelle cadessero nel secchiello come in un verso tra i più belli della raccolta. Una forza pacata e ricca, da lirica cinese, anche se tutto nostro è il tormento, l’interrogarsi arroventato che vi sottostà:

Da quella terrazza sull’ultimo tratto del fiume,

dove le sponde terminano in un digrado verde pietroso
e l’acqua, di tutte le modeste acque confluite,
migra dalla vena cava al cuore,

intuii l’ineluttabile andare della sostanza
dentro un universo acqueo che non si agghiaccia
e tergiversa sul limite dei nomi

Discreta -pur se così personale- è la lingua di Anna, che non attira l’attenzione su se stessa, ma sull’immagine, l’idea, il timbro della voce. Sul ritmico oscillare tra l’evidenza del tragico e l’amore dell’etereo.
Negli ultimi componimenti la poesia nasce spesso da un luogo. Ma un luogo che si fa luogo di riflessione e abbandono. Non scompare: piuttosto la poesia lo espande. Nei momenti migliori Anna si libera dall’ingombro dell’io e si lascia attraversare dall’universo circostante. E’ difficile a una poetessa come Anna, sempre in lotta col pensiero, che quasi cerca di scacciare il pensiero col pensiero stesso. Ma accade a volte anche il contrario, che il retaggio personale e culturale non inibisca l’abbandono, ed anzi lo arricchisca:

Il ghiacciaio della Val di Fez è residuale,
la sua acqua scende verso il bacino del Mar Nero.
In questo vetro io tenevo i piedi,
poggiati sul metamorfismo dorato della penisola di Chasté.
Lasciavo il freddo acclimatarmi, prima del nuoto.
Così mi trovò un banco di piccoli pesci, assiepato vicino alla riva,
forse avannotti di salmerini o temoli o trote di montagna,
con una bocca tonda e palpitante,
laboriosa intorno alla caducità della mia pelle.
Morsetti indolore per sfamarsi
di ciò che in me già aveva ceduto verso un bacino sconosciuto.
Nello stomaco di un pesce o di un verme,
o che altro, che altro?
Eppure c’era allegria
per quel baldanzoso mordicchiare intorno agli alluci
e inaspettata, materna tenerezza:
sfamavo avannotti in Engadina.

L’immagine sorridente e un po’ grottesca di Anna che sfama i pesci in Engadina richiama altri testi come La predica ai pesci di Sant’Antonio di Padova di Arnim e Brentano, i “pisce che fanno all’ammore” di Di Giacomo, o anche le storie francescane; eppure la bellezza dei pesci di Anna è nell’essere semplicemente se stessi, nient’altro che pesci, svuotati d’ogni simbolo e felici del loro puro essere. E la parola pulita a cui ella nega apparentemente le gioie del rapimento poetico è una parola che disegna gli assi di un microcosmo, sì che poi esso si tenga con il Cosmo. L’occasione, il luogo, il frammento di diario si spalancano e si rivelano come piccoli universi agganciati al sentimento dell’Universo.

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