Giovanni Agnoloni, “La casa degli anonimi”

la casa degli anonimi cover(Su Poesia, di Luigia Sorrentino del 15 dicembre 2014)

Il 26 marzo 2027 Kasper Van Der Maart, scrittore olandese, deve atterrare a Firenze, ma una perturbazione dirotta il suo volo verso Dresda. Kasper si trova gettato in una periferia disanimata e straniante; cerca di telefonare a sua moglie Hilde perché, sebbene il loro rapporto sia ormai poca cosa, lo rassicurerebbe sentire la sua voce. Ma al telefono sente solo dei fruscii. Non c’è linea. Le comunicazioni tra paese e paese sono diventate impossibili.
Alienazione e incomunicabilità sono il filo rosso de La casa degli anonimi, terzo capitolo -dopo Sentieri di notte e Partita di anime– della riflessione di Giovanni Agnoloni sulla “fine di Internet”.
È passato un anno e mezzo da quell’ottobre 2025, quando la multinazionale che aveva accentrato su di sé il controllo della Rete e dell’energia elettrica in tutta Europa ha fatto crollare il sistema tentando il colpo di Stato. Il colpo di Stato è fallito, per fortuna e per merito di alcuni coraggiosi. Ma l’Europa sembra aver perso l’anima. Un gruppo di ribelli, gli Anonimi, ha fatto cadere Internet anche in Nord America e nel Nord Africa, per impedire che il tentativo di golpe si ripeta. Poco a poco, l’energia elettrica è stata riattivata, il peggio sembra passato. Si torna, semplicemente, a vivere senza Internet. Ma è così? Il saggista Kasper Van Der Maart s’è accorto che il problema non è solo tecnologico, e va al di là anche del rischio politico che (forse) si è evitato. Il problema è che il mondo si sta parcellizzando in aree comunicative sganciate l’una dall’altra. È una deriva dei continenti che sta riportando l’orologio della storia non a prima di Internet, ma a prima di Colombo e Magellano. E c’è di più. L’umanità sembra aver perso, con la Rete, il senso di se stessa. I pochi che sono riusciti a salvaguardare un loro mondo interiore si trovano nel Sud del mondo come Ahmed, un giovane marocchino rimasto orfano di tutta la famiglia; oppure sono scampati a un disastro come Tarek, che stava per perdere la vita nella guerra in Iraq e che non ne ricorda più nulla; o sono dei disadattati come Aurelio, un musicista cresciuto senza un padre, che vive a Firenze vicino al Cimitero degli Inglesi. Sono tutti dei solitari. Intorno a loro, un formicolio di persone disumane, che avevano proiettato la loro vita in Rete, negli avatar, ed ora che la Rete non c’è più si sono trasformate negli avatar di se stessi: arrabbiati, omologati, privi di sentimenti e di reazioni.
Ma chi ha conservato la propria umanità, ha anche lui qualcosa di rotto. Nel precedente Partita di anime, Aurelio (o un personaggio a lui ispirato) appariva rapito da un delirio schizotipico, costellato da apparizioni tolkieniane e preraffaellite. All’inizio de La casa, sembra che il suo universo, da schizotipico, stia diventando schizofrenico: appaiono iscrizioni in lingue morte, ma a lui comprensibili; le iscrizioni si trasformano in altre iscrizioni; ogni piccolo movimento nell’entropia del mondo gli si manifesta come un messaggio rivolto a lui soltanto. Su un cassonetto della raccolta differenziata, Aurelio legge: “SOLO vetro e alluminio”; e la parola SOLO, tutta in maiuscolo, aggetta alla sua coscienza come una diagnosi della sua condizione. Ed è allora che Aurelio è costretto ad accorgersi della sua lontananza dalla realtà.
Ma è difficile riprendere contatto con la realtà in un mondo ch’è diventato a sua volta schizofrenico. Tutti i protagonisti hanno perso qualcosa: chi la memoria, chi la famiglia, chi un amore sparito nel nulla… Sì, sono spariti nel nulla, e Kasper li cerca inutilmente, perfino i tre personaggi principali di Sentieri di notte, che qui esistono soltanto come nomi e ossessioni. Non è venuta a mancare solo la comunicazione fra diverse aree del globo. Anche passato e presente non dialogano più. Alcuni personaggi raccontano in prima persona la loro esistenza atemporale in una Casa -o in più Case?- simile a un limbo, a un intermundus fra la vita e la morte, desiderosi di tornare a vivere ma inconsapevoli di ciò che sono stati. La loro presenza si manifesta solo nei sogni di altri personaggi. Tutti, dunque, hanno perso il contatto con se stessi: con una parte, o con la totalità, di sé. Cosa li salva? L’incontrarsi, il ritrovarsi. Ma è difficile ritrovare se stessi in un mondo di identità incerte, ingannevoli, talvolta perfino fungibili, come in un racconto di Hoffmann.
I personaggi si muovono spinti da intuizioni irresistibili, da pure sincronicità junghiane (vale a dire da coincidenze significative solo per chi le esperisce). Kasper compie le sue azioni “ben sapendo, per motivi a me ignoti”, qual è il suo compito in questo gioco dove nulla è ciò che appare ma nulla è per caso. Le coscienze possono essere persino eterodirette, infiltrate da qualcun altro che vi prende stanza. Il socratico Gnothi seautòn, “Conosci te stesso”, diventa allora il comandamento più importante. Perché è solo ritrovando se stessi, ridiventando completi, che si può svolgere la propria funzione nel mondo. Accanto al motto socratico, c’è -con pari forza- l’esempio di Gesù, che, nel tempio, pur inveendo contro i Farisei, non si lascia distrarre da loro e continua a tracciare dei segni per terra. Cosa scrive? I Testi non lo dicono, ma ai nostri personaggi quel passo del Vangelo invia un messaggio: rintracciare i segni, decifrarli, interpretarli è il loro compito più sacro, perché i segni sono tutto, in un mondo che si è ridotto al suo proprio fossile. I segni sono ciò che sopravvive. Accogliere i segni, “abbandonarsi ai significanti” avrebbe detto Carmelo Bene, è l’unica via per ritrovare quell’unità a cui tutti aspirano, e che è sempre più lontana.
Questa decifrazione di segni avviene, per Agnoloni, in seno al Connettivismo, l’avanguardia letteraria a cui appartiene e che sta reinventando la letteratura fantastica italiana attingendo a un serbatoio di cultura anche scientifica. Più che come “corrente”, il Connettivismo si pone come un SOS, come un tentativo di riattivare -recuperandola- una cultura che è frutto di secoli e che può essere persa in un momento, se le sue diverse manifestazioni -umanistica e scientifica, “alta” e popolare- rifiutano di parlarsi. Il Connettivismo è la bussola con cui Agnoloni scandaglia la letteratura fantastica, il Sacro e il Mito, in cerca di una soluzione al ginepraio di problemi antropologici, politici ed etici aperti da una banalissima domanda: cosa accadrebbe se Internet venisse improvvisamente a mancare?
Agnoloni abbandona la scrittura “angelica”, il tocco etereo dei primi due romanzi. La sua prosa si fa più acuminata. Più frequente è il ricorso a un frasario scientifico. Giochi di luce evocano “catene di DNA”; un uomo solitario e speranzoso si aggira come un “germoglio quantico”. La casa degli anonimi delinea atmosfere di un lugubre chiarore, fra Kafka e il Palazzo Yacoubian di al-Aswani, mentre la moltiplicazione dei personaggi e dei colpi di scena guarda al fantasmagorico humor nero dell’ultimo Bolaño. Gli unici luoghi che conservano la loro poesia sono quelli del Sud del mondo: il mare di Essaouira o la riserva naturale di Merja Zerga, in Marocco, “dove nidificano gli aironi”; o sono luoghi illuminati dall’improvviso riaprirsi della speranza nei protagonisti, come la Versilia che Aurelio attraversa insieme a Emanuela, fuggitivi dal mondo incarognito ma diretti non si sa dove. La letteratura di Agnoloni è fantastica ma non di evasione, all’occorrenza mostra forti tracce di realismo, e ci presenta un punto di vista critico sul mondo in cui viviamo. Si potrebbe dire che l’operazione di Agnoloni consiste nel portare alle estreme conseguenze aspetti già operanti nella nostra società per mostrarcene il possibile esito perturbante, per rammentarci che senza conoscere se stessi, senza sapere “decifrare i segni”, tutte le dittature sono possibili, tutte le guerre in Iraq, tutte le manipolazioni e mistificazioni.

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