Cristina Sendrea, arte di sorgente

photoNella mia terra, l’Abruzzo, c’è una pittrice contadina, Annunziata Scipione. Oramai la conoscono tutti, in Italia: tutti gl’intenditori. «Sono nata con la passione di scarabocchiare. Da bambina scarabocchiavo sui vetri, sulla carta, sui muri col carbone, facevo bozzetti di terra. Anche da signorina mi piaceva disegnare, ma poi buttavo i disegni. Non pensavo a una cosa seria. Prima veniva il lavoro in campagna, una donna doveva badare alle pecore, fare la calza. Ma io facevo altro che la calza, cucivo i vestiti, ero brava a fare tutto. Dipingere non era da donne, ma era più forte di me» racconta. «Dipingere mi è sempre piaciuto tantissimo, era una cosa per me. Spesso mangiavo in piedi e intanto riguardavo il quadro che stavo facendo. La pittura mi dà felicità.» Sui soggetti delle sue opere, dice semplicemente: «Ho sempre dipinto i miei ricordi, quello che conosco e ho vissuto, la campagna, i contadini, la vendemmia, le mucche, le pecore».

Non sono un intenditore d’arti figurative: eppure credo che Cristina Sendrea sia una pittrice della stessa razza. Poco sappiamo di lei: il suo nome; il suo anno di nascita; il nome di suo marito, Bogdan Sendrea (dal che deduciamo che Sendrea non è il suo cognome natale); la città in cui vive e lavora, Verolanuova, nel Bresciano (ma quale lavoro farà?); la sua patria d’origine, la Romania. Nel pieghevole d’una sua mostra, ci fa sapere che non ama parlar di se stessa: tiene solo a dirci che l’avvenimento più importante della sua vita è stato incontrare e sposare il suo uomo, e che si considera fortunata perché la pittura le permette di esprimere ciò che ha dentro. Poche parole, di una semplicità disarmante, anzi: che potrebbero appartenere a chiunque, che potrebbero perfino allarmare e farci pensare all’ennesima romantica che scambia l’intimismo per arte. Ma a smentire quest’opinione c’è una prova autorevole: quella dei suoi dipinti. Non tutti, per la verità: non quelli d’imitazione impressionista e cezanniana. Ma quelli da cui promana un urlante dolore, quelli da cui si leva un’urlante tenerezza, un violentissimo bisogno di tenerezza, quelli da cui emerge una fede spietata e scabra, la fede degli spagnoli, la fede dell’Est; quelli da cui si leva una preghiera sommessa ed aspra. A cosa ci fa pensare quella preghiera? Ci fa pensare al Padre nostro di Janacek. Allo Stabat Mater di Poulenc. Ai Quattro pezzi sacri di Verdi. Ci fa pensare alle ultime parole di Verdi, che non volle al suo funerale “né canti né suoni: basteranno un prete, due candele e una croce”. A questo ci fa pensare l’arte della giovane Sendrea.

Da alcune rispose date di getto sul suo blog, sembra che la ritrosia dell’artista sia motivata anche da difficoltà linguistiche. In quelle risposte, la pittrice si comporta come una bambina, con naturalezza e umiltà: a chi le muove critiche sul blog, chiede consigli su come migliorarlo, e lascia perfino il suo numero di telefono… Ci facciamo l’idea di un’artista bambina, non in senso anagrafico, ma di un’artista che ha il temperamento umano di un bambino, e ancora ci sovviene un termine di confronto musicale: la personalità umana di Carlos Kleiber…

Non voglio entrare nel merito del valore dei quadri di Sendrea. Altri lo sapranno fare più di me. E, come ho detto, non tutti i quadri hanno uguale valore. Ma è difficile non sentirsi scossi da immagini come questa

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o questa

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o dalla pietà ancestrale di questa madre

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o dal terrore selvaggio di questa bambina, che forse ha paura della miseria, forse della povertà, forse dell’abbandono

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Purtroppo, le uniche testimonianze su Sendrea le abbiamo riscontrate sul suo blog. Così la descrive, in home page, Dionigi Canini: “Parlare delle opere di Cristina non e facile,per capirle e apprezzarle bisogna entrare nel suo mondo fatto di cose semplici e tanti sogni. Da padre ferroviere nasce in Romania dove vive un infanzia difficile,riuscendo ad emergere a 16 anni quando studia in una delle scuole superiori più prestigiose della Romania .A 20 anni ,quando viene in Italia a trovare per qualche giorno sua sorella maggiore, conosce Bogdan vicino di casa in Romania.Ne diventa la moglie, l’amica, la compagna. Persona dell’anima molto dolce e sottile rincorre quel sogno quella bellezza che l’osservatore attento può trovare ammirando le sue opere…”

L’infanzia difficile lascia dappertutto solchi nella sua pittura. Potrei anzi dire che da queste pitture balza su il sentimento di un’infanzia infelice, di un’infanzia -forse- abbandonata.

sendrea5Un sentimento dell’infanzia che ricorda, ma in toni molto più violenti, quello della celebre canzone di Jacques Brel.

Questa pittura mi affascina. La trovo raffinata e violenta, primordiale, selvaggia, ma anche tenera, “genuina”: le immagini di Cristina Sendrea hanno una concretezza che raramente trovo in un universo artistico che va verso l’estetizzante. Sendrea è radicata nella vita come una quercia, ma la vita appare ai suoi occhi come una fantasmagoria piena di lati infernali. Ecco ad esempio il terrore di questi volti

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e la sofferenza inumana del Cristo che porta la croce

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Ma se tutto, nel reale concreto, è anche fantasmagoria e miracolo, c’è posto anche per momenti buoni: momenti che leniscono, senza farlo dimenticare, il senso tragico dell’infanzia che permea tutta la produzione di Sendrea.

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