Antonio Devicienti: nella petraia i sassi ardono

Pochi giorni fa, su La dimora del tempo sospeso, un articolo di Francesco Tomada ricordava a poeti e aspiranti poeti la necessità di essere umili, di dare valore alla dignità del percorso piuttosto che alla sua visibilità. La vicenda da cui scaturisce questo libro ce lo ricorda con la maggior forza: altro che ricerca del successo, altro che “tirarsela”: l’arte è sacrificio di sé. Si può perdere la ragione o la vita per questo. Non si può fare arte se non rinunciando a godere, in favore di qualcosa che s’adempie soltanto negli altri. Non tutti hanno la forza di resistere, ed è per questo che tante vocazioni si perdono per strada, e ci sono tanti Giona fuggitivi per il mondo. Il ritratto di Edoardo De Candia che emerge da questo breve articolo mi ricorda ciò che Ehrenburg scrisse di Marina Cvetaeva: “Ho incontrato molti poeti nella mia vita, e conosco lo scotto che l’artista paga alla sua passione; ma, se non sbaglio, nei miei ricordi non esiste una immagine più tragica di quella di Marina. Nella sua biografia tutto appare incerto, illusorio: le idee politiche, i giudizi critici, i drammi personali; tutto, tranne la poesia”.

Compitu Re Vivi 2

Antonio Devicienti, TORRIDO, in AA.VV. OPERE SCELTE, FaraEditore 2014

devicientiIl poemetto di Antonio Devicienti, selezionato al concorso “Pubblica con noi” 2014, è ispirato alle vicende umane e artistiche di Edoardo De Candia, pittore ed emarginato (Lecce, 1933 – ivi, 1992).
Intreccia elementi di biografia del pittore a un canto “forsennato”, altisonante, dove i temi della vita e dell’arte si rincorrono e si feriscono.
Il motivo dell’alienazione sociale si porta dietro la memoria di altri artisti ingabbiati in una vita difficile e febbrile, spesso in un’aura di pazzia e che qui appaiono tra le filigrane di una voce nervosa, indignata – per esempio Dino Campana, Rotko… –
Il “torrido” del titolo mi sembra sottolinei assai bene il sostrato desertico che fa da sfondo alle vicende dell’artista, ma anche un vivere febbrilmente, un “vedere” per disperazione ai margini della città.
Più in generale il poemetto insiste sul valore della libertà nell’arte, il…

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6 pensieri riguardo “Antonio Devicienti: nella petraia i sassi ardono”

  1. Gentile Giorgio Galli, grazie per la condivisione. Non voglio fare la figura del falso modesto, ma mi creda: non avrei immaginato che i miei versi, che vogliono essere al servizio dell’arte di tutti i poeti da me amati, studiati e citati, potessero trovare una qualche attenzione. Scrivo testi in versi da sempre, da sempre li trovo ridicoli rispetto a quelli dei Maestri. Quando mi decido a proporli per la pubblicazione questo accade forzando un pudore che, invece, mi porterebbe a lasciarli nel cassetto. E trovo straordinario che Lei citi l’articolo di Francesco Tomada sulla Dimora, perché alla Dimora mi sento particolarmente legato e grato, dalla Dimora del Tempo sospeso ricevo sempre lezioni di umiltà. Ed imparo.

    1. Ancora una cosa: la Dimora per me è una scoperta recente, ma è forse l’unico posto nel mondo della poesia dove -grazie ad articoli come quello di Tomada- io mi sia sentito anche umanamente a casa. Lì credo di poter imparare senza scontrarmi con quella disumanità e quel delirio di onnipotenza che ho incontrato troppo spesso in chi era più avanti di me nel percorso della poesia. Grazie ancora, e soprattutto spero che i nostri percorsi continuino a incrociarsi. Sono sicuro che ne sarò arricchito. Giorgio

  2. Gentilissimo Giorgio, il Suo è stato un atto di generosità gratuita e spontanea: come non esserLe grato? Ed anche il reblog del Collage per Rocco Scotellaro è motivo per me di gioia e gratitudine. Mi considero un lettore che ha la fortuna di poter far partecipare altri lettori alle proprie scoperte e ai propri innamoramenti. Un grazie nei Suoi confronti è poco e “La lanterna del pescatore” è nome bellissimo: fin da piccolo ero affascinato dalle lampare che, la sera tardi, punteggiavano di luce l’Adriatico tra Otranto e Castro – la lanterna è uno strumento umile e potente al tempo stesso, tradizionale, ma capace di far scorgere ciò che si cerca.

    1. Caro Antonio, le sono grato ma sono stupito: non ho fatto altro che condividere qualcosa che mi era piaciuto e che mi aveva fatto pensare. Lo trovo normale, e se invece è raro allora vuol dire che l’articolo di Francesco Tomada è più amaramente vero di quel che pensavo.
      Io sono un dilettante, un lettore che “si fa” ad ogni lettura e la cui produzione scritta è fatta soprattutto di tentativi, di prove di scrittura. Sono uno che legge, che scrive, che cerca. Per questo “La lanterna del pescatore”. Lei ha centrato in pieno il fascino che le lampare hanno nel mio ricordo: sono nato a Pescara, ho vissuto la mia giovinezza in Abruzzo sul mare, e a ho girato perfino un documentario sui pescatori. Ma “La lanterna” vuole significare anche altro: una ricerca rivolta verso il basso, verso le cose umili. E anche qui torna l’articolo di Tomada.
      Lei ha un blog intitolato “Via Lepsius”: bene, Kavafis per me è un modello, non solo di poesia, ma anche di umanità, per il suo tratto schivo e poco incline all’autopromozione. Ora che seguiamo i nostri siti, spero che avremo modo di scambiarci i nostri punti di vista e spero di leggere ancora altre cose sue. Arrivederci. Giorgio

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