Ritratto

Ai nostri occhi, eri come Turno
che sfidando il suo fato andava in guerra,
come il giovane Patroclo, di troppa
gioventù fiore troppo appassionato.
La morte come a loro ti era accanto:
ce l’avevi negli occhi, nella voce,
nel gesto che le sere dell’inverno
facevi per legar la bici rotta.
Scura sotto la luce di un lampione
che ti lambiva, avvolta nel cappotto
tuo frale di ragazza abbandonata,
ci sembrava che col tuo arrivo il vento
dovesse un po’ più gelido fischiare,
l’inverno diventar più rigoroso.
Eri un dolore che urlava più forte
perché gridava in un animo fresco.
T’incuriosiva tutto, ti rapiva
come il trucco di un mago il marchingegno
della vita; ma l’urlo dell’inverno
lo sentivamo dovunque tu fossi,
come una voce salita dal grembo
della terra; ed eri tu la piccola
fiammiferaia, intenta a proteggere
il lume vacillante nel nevischio.
Ma avevi troppi sogni: non avevi
la forza di assaggiare il succo aspro
che fanno le chimere, se qualcuno
le muta in ideali: e adesso il lume
non serve a nulla che stia sul balcone
se ci sei tu più fredda dell’inverno,
se la tua rabbia è più forte dell’urlo,
se la morte che accanto ti sentivo
adesso la sento addosso a me.

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