La parola poetica

che feceCi sono in musica pezzi brevissimi, efficacissimi, che sembrano scritti tutti d’un fiato. Dicono poco, con pochi mezzi, ma dicono tutto l’essenziale. Più che al primo ascolto, quando possono deludere per la loro nudità, li scopri con ascolti successivi. Non raccontano un mondo, non lo evocano: lo istituiscono, e tutto ciò che è al loro interno basta a definire quel mondo, i suoi elementi e i rapporti che intrattengono, il suo clima. Sono quei pezzi per i quali useresti più volentieri la parola che va usata con parsimonia, ispirazione. Fra questi metterei senz’altro la ballata Edward di Brahms, Thus Angels Sung di Orlando Gibbons, l’Erlkoenig di Schubert e la Circus Polka di Stravinsky. In poesia, il primo esempio che mi viene in mente è La mia boheme di Rimbaud.

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Anche Kavafis ha questa straordinaria capacità sintetica. In lui -le testimonianze sul suo modo di scrivere lo confermano- l’unità non viene raggiunta per folgorazione, ma per sedimentazione. Sappiamo che portava avanti le sue poesie parallelamente, anche per mesi, aggiungendo verso a verso un po’ per volta. Le sue poesie erano il frutto d’un lavoro di filtraggio, erano la posa dell’olio, il corallo. Del corallo hanno lo splendore levigato, l’atemporalità e il fondo di morte. Il suo mondo poetico è, con quello di Baudelaire, il più affascinante fra quanti conosco.

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Una delle cose che mi colpiscono, in Kavafis come in Baudelaire, è la capacità di usare termini di per sé banali grazie a un contesto che li ripoetizza: “affascinante”, “suggestivo”, “cielo”, “ideale”… come accade che queste parole, che in una mia poesia stimolerebbero il censore a lavorare di matita rossa e blu, in loro evochino sensazioni vellutate, o eccitino a rapinose ebrietà? Ecco, io credo sia per l’intuizione profondissima delle radici, della potenza e dei limiti del linguaggio: che non esprime le cose, ma esprime i rapporti fra le cose, ed ha una propria musica. Non è un caso che la poesia cerchi l’aiuto della musica per esprimere emozioni, sensazioni, suggestioni: la musica è più adatta ad esprimerle, a suggerirle. La parola può aiutare a entrarci dentro, ad approfondirle, ma di per sé non ne scatena. Non è buona nemmeno a descrivere: nessuna descrizione di una porta avrà mai l’evidenza di una immagine, e nessuna “descrizione” d’una composizione musicale potrà mai eguagliarne l’ascolto. Il linguaggio verbale lascia più di metà del lavoro all’immaginazione: questo è il suo limite e questa la sua forza. Fallisce nell’esprimere qualcosa, è impagabile nel risuscitare un sapere o un patrimonio emotivo condivisi, o nell’istituire un mondo nuovo, delineandone elementi e relazioni. In questo senso, il lavoro del poeta è come provare a far musica con la pittura, o far quadrare il cerchio.

La parola, però, scatena emozioni se, messa in relazione ad altre parole, scopre nuove relazioni fra le cose. “Sfuriate di sole” o “la pioggia cotta dal sole”, in Pasolini, sono i primi esempi che mi vengono in mente. Diceva Pavese, citando Francesco Bacone, che il “nuovo” e il “bizzarro” nell’arte nascono dai rapporti fra gli elementi, mentre i singoli elementi “vanno banali”.

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Kavafis si lancia raramente in immaginosi scatenamenti verbali. In lui la parola, così pacata, sembra un puro accessorio, al punto che chi legge in originale riferisce che il suo greco è brutto. Pasolini intuisce giusto quando scrive che la poesia di Kavafis non parla la parola, ma la cosa; e però la sua intuizione resta a mezz’aria, perché egli non dice che la poesia di Kavafis nasce dalla costante evocazione di un mondo, e che Kavafis crede nella forza poetica autoctona di quel mondo, rispetto al quale la parola ha solo una funzione suscitatrice, serve a evocarne alcuni tratti salienti. Quel mondo non dev’essere evocato con troppo realismo, pena la rottura del sogno.

Kavafis appartiene a una cultura -quella greca- cui la dimensione “pubblica” della parola, la condivisione dell’immaginario sono consustanziali, e in cui persiste la credenza neoplatonica nell’esistenza oggettiva del mondo delle idee.

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L’operazione di Baudelaire è diversa: egli sembra chiamare a raccolta tutte le forze della Poesia perché lo aiutino a superare i limiti della parola semantica: la musica (Armonia della sera, Invito al viaggio), la parola-evocazione e proverbio (Il cattivo Frate), le insolite combinazioni di parole… e il dosaggio è talmente perfetto che, in Profumo esotico, una frase come “Guidato dal tuo odore verso climi affascinanti”, in sé leggermente da canzone, diventa, nel contesto, luminosamente, tiepidamente suggestiva e ammaliatrice. Nessuna delle “visioni” di questa poesia è in sé d’un fascino particolare; ma, nella combinazione in cui ci vengono presentate, esse c’immergono in un mondo di sensazioni visive, tattili, olfattive in cui ci perdiamo e ci perdiamo volentieri, trascinati dalla stessa vertigine che trascina il poeta. C’è la tipica combinazione baudelairiana di potenza visionaria e di realismo. Con uno straordinario effetto sinestesico, Baudelaire ci fa “sentire” il profumo esotico attraverso le altre sensazioni ch’esso suscita: il calore dei “climi affascinanti”, la luminosità del porto…

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