Raphaël Jerusalmy, “Salvare Mozart”

COP-DEF-Salvare-Mozart-300x336La scorsa settimana sono stato al Festival internazionale di letteratura e cultura ebraica. Presentavano il primo romanzo di Raphaël Jerusalmy, Salvare Mozart. Jerusalmy è un personaggio: il romanzo dovrebbe scriverlo su se stesso. Di origini turche e russe, ma nato a Parigi, laureato alla Sorbona, ha fatto carriera nell’esercito e nell’intelligence israeliani. Ha preso parte agli accordi di pace con la Giordania del 1993. Ha promosso iniziative umanitarie. Da qualche anno ha aperto una libreria antiquaria a Tel Aviv. Ed oggi gira il mondo per presentare questo romanzo breve, sarcastico, scritto in una prosa telegrafica e incontinente, che ruota attorno a un personaggio indimenticabile: il critico musicale Otto J. Steiner, “austriaco di confessione tisica”.

Jerusalmy è una fonte inesauribile di storielle. Ce ne ha raccontate almeno dieci, sembrava Moni Ovadia. La più divertente riguardava proprio la firma degli accordi con la Giordania. Jerusalmy vi era presente come colonnello dell’intelligence. Il testo del trattato, con le foto aeree dei confini, era così grosso da occupare una valigia. Ne erano state disposte tre copie: una per re Hussein, una per Rabin, una per Clinton. Jerusalmy consegnò a re Hussein la sua valigia, ma non poté avvicinarsi a Clinton perché le sue guardie del corpo lo bloccarono: non aveva sul badge il bollino rosso di coloro ch’erano autorizzati a oltrepassare la scorta presidenziale. Di nascosto, Jerusalmy cavò un pennarello rosso dalla tasca e si disegnò un circolino sul badge. Le guardie di Clinton stavolta lo lasciarono passare, e così anche il presidente degli Stati Uniti ricevette la sua copia del trattato. Rimaneva la valigia per Rabin. Jerusalmy se la portò a casa. Dopo tre giorni, telefonò al gabinetto di Rabin per sapere se era andato tutto bene. “Tutto a posto”, risposero. Nessuno s’era accorto che il presidente d’Israele non aveva ricevuto la sua copia.

La stessa risata sulfurea con cui Jerusalmy racconta la sua vita la ritroviamo nel romanzo. Siamo nel 1939. Otto J. Steiner non è ebreo, ma ha avuto un padre ebreo. Dal passaporto la confessione del padre non risulta, per cui può sentirsi relativamente al sicuro. Dove? In un sanatorio di Vienna. Lì lo raggiunge un amico ligio al Partito, che gli chiede d’aiutarlo a stilare il programma di sala per l’inaugurazione del Festival di Salisburgo. Siamo nel ’39, dicevo, c’è appena stata l’Anschluss. A Otto rimangono pochi mesi di vita, ma ha uno scopo: impedire che il Festival di Salisburgo diventi un’altra Beyreuth. Beyreuth è il tempio di Wagner, e in quegli anni è diventata anche il tempio del nazismo. I musicisti sponsorizzati dal nazismo sono Karajan, pupillo di Hitler, e poi Karl Böhm, Wolfgang Schneiderhan… tutti artisti che nel dopoguerra hanno fatto carriere fulminanti, che sono venuti alla musica colla tessera del Partito in tasca e a cui nessuno ha mai chiesto conto del passato. “Per motivi anagrafici, non ho conti da regolare con la Shoah”, ha detto Jerusalmy; “ma ho conti da regolare col dopo-Shoah”.

E non poteva regolarli in modo più eversivo. Questo vecchietto tisico è solo come un cane, non ha niente di diverso da tutti i vecchietti tisici del 1939: sua moglie è morta, suo figlio è da qualche parte in Palestina, sua sorella non si sa nemmeno se è riuscita a partire per l’America. Deve vendere dischi e grammofono per potersi pagare il sanatorio. Eppure le prova tutte per raggiungere il suo scopo, per “salvare Mozart”. L’amico nazista riesce a infilarlo a un ricevimento cui partecipano Hitler e Mussolini. Otto versa nel caffè del Führer una fiala di veleno, un cocktail di tutte le medicine trovate in clinica. Aspetta la morte di Hitler, ma invano. Passano i giorni, sta attaccato alla radio in attesa della notizia, ma niente! All’improvviso le guardie entrano nel sanatorio: il direttore è un truffatore, somministrava ai pazienti succhi di frutta spacciandoli per medicine. Per questo morivano tutti. E per questo Hitler è rimasto vivo.

Alla stazione, a pochi passi dal Duce e dal Führer, Otto non si regge in piedi. Trema. Arriva il suo amico nazista che s’è rotto una gamba, e gli s’appoggia al braccio. I due incedono fra le SS barcollando, un vecchietto zoppo appoggiato a uno tremante che all’insaputa di tutti è anche mezzo ebreo.  Sembra poco verosimile. Ma Jerusalmy ha un’idea tutta sua della verosimiglianza. Ha vissuto storie come quella del trattato con la Giordania, cosa è l’implausibile per lui? Jerusalmy sa che solo l’umanità rende credibile un racconto: ed è l’umanità di Otto a reggere tutto il romanzo.

AVT_Raphael-Jerusalmy_3045Di viso, Jerusalmy somiglia a Jean Sibelius. Ma la sua scrittura non somiglia a quella di nessun altro. E’ una scrittura secca, fulminea, aderente ai malumori biliosi di un vecchio bisbetico. Otto è un antieroe che prova per disperazione a diventare eroe, ma non ci riesce. Tutto quello che fa è uno scherzo: già, uno scherzo ai nazisti. Sembra poco, ma Jerusalmy ha chiara una cosa: che se la protesta collettiva è importante, le ribellioni individuali sono sublimi. Se proprio devo pensare a un altro scrittore, Jerusalmy mi ricorda Hašek. Otto J. Steiner è della stessa stirpe del buon soldato Švejk.

Adesso, Jerusalmy sta per pubblicare il secondo romanzo. Lo aspettiamo. Visto che s’intende di musica, gli dedichiamo quest’aneddoto. Il grande pianista Glenn Gould era anche un compositore di talento. Ma compose poco. Quando l’interrogavano sul suo Quartetto per archi op. 1, soleva rispondere: “Nella vita di un compositore, quello che conta è l’opera 2”. Io auguro a Jerusalmy di scrivere una buona opera 2, di fare altro e di farlo anche meglio. Anche se, dopo il professor Steiner, non sarà facile.

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