Le incisioni di Herbert von Karajan

KARAJAN 1

Lo stile di Karajan è cambiato moltissimo col tempo, e non sempre in meglio. Chi conosce le sue incisioni dei primi anni ’40 si è trovato di fronte a un direttore di enorme vitalità, un po’ gigione, stilisticamente legato alla lezione dei grandi direttori austro-tedeschi del primo Novecento (Strauss, Krauss, Schalk), che amava giocare con i “tempi” e già mostrava -per quanto si può capire da riprese sonore non eccelse- un gusto timbrico opulento e una concezione “orizzontale” dell’orchestra. In un brevissimo volgere d’anni, assorbita la lezione di Toscanini, Karajan abbandonò gli estri giovanili per dedicarsi a letture più asciutte, prive forse dell’intensità toscaniniana, ma di eleganza e levità impareggiabili: e non è un caso che proprio in quel periodo (fine anni ’40) iniziò ad essere acclamato in area anglosassone: il suo stile di quegli anni è molto “british”. Le sue incisioni mozartiane con la EMI, il suo Falstaff, accoppiano la grazia settecentesca a un tocco suadente che non mostra ancora i manierismi della fase successiva. Allora, Karajan prediligeva i tempi veloci. E va ricordato che Dinu Lipatti, incidendo il Concerto di Schumann in una versione ch’è forse la migliore della storia del disco, scrisse a Walter Legge d’aver lavorato con un maestro “remarkable but superclassical”.
Il periodo Berliner Philarmoniker-Deutsche Grammophon è caratterizzato dal ritorno all’opulenza sonora degli esordi ingigantita dal lavoro dell’ingegnere del suono Gunther Herrmans: un fuoriclasse che, come tutti i fuoriclasse, tendeva a esagerare. Il binomio Karajan-Herrmanns diede frutti memorabili in gran parte del repertorio straussiano, sibeliano, brahmsiano e bruckneriano ed anche in certo Novecento storico  (Apollon Musagete, Quinta di Prokof’ev, incisioni della scuola viennese). Negli anni Sessanta, arrivò la “riforma” dell’interpretazione wagneriana: il Wagner di Karajan è più sensuale che eroico, punta sulla conservazione dell’intera gamma timbrica dell’orchestra permettendo di udire deliziosi timbri puri fra gl’impasti sonori più intricati. Fu un Wagner nuovo e più umano, ripulito dagli eccessi di retorica, ma trasformato forse un po’ troppo in “uno di noi”.
Il suo Beethoven mosse dal classicismo degli inizi a una visione tormentata e introspettiva, ma soffrì d’un’impostazione sonora che con lo stile dell’autore non c’entrava quasi nulla. Karajan tornò sempre più, e sempre più in forze, alla concezione tardoromantica delle sue prime interpretazioni, con tempi sempre più dilatati e una concezione del suono sempre più adamantina: e ne vennero fuori letture tormentate, affascinanti, suadenti, ma a volte stilisticamente “fuori fuoco”.
E’ difficile però tracciare una “traiettoria” precisa della carriera di Karajan, perché proprio in quel periodo (anni ’70-’80) ridiede vita ad alcuni suoi cavalli di battaglia in incisioni di persuasiva essenzialità: penso alla Finlandia sibeliana del 1975, meno compiaciuta di dieci anni prima, e a una Tapiola dove un’intensità fuori del mondo è raggiunta attraverso la rarefazione dei mezzi. Contemporaneamente, iniziò a cimentarsi con Mahler. E proprio a Mahler dedicò uno dei suoi frutti più poetici: la registrazione dal vivo della Nona sinfonia nel 1982, panoramica asciuttissima e tesa di tutti i climi espressivi di questa serena e disperata trenodia: Karajan la diresse come se anche la disperazione fosse alle spalle, come se Mahler avesse già varcato la soglia dei morti. Inutile dire quali livelli abbia potuto raggiungere questo direttore con l’altro grande “compositore della fine”, Richard Strauss: i suoi Morte e trasfigurazione, Metamorphosen, Don Quixote sono delle pietre miliari.
Due autori possono servire da cartina di tornasole della sua parabola direttoriale: Verdi e Sibelius. Dal Falstaff  leggero e “inglese” degli anni ’50 si sprofonda nel troppo sontuoso Otello di vent’anni dopo, con un Mario Del Monaco ruggente: un’incisione che pur nello splendore sinfonico abbagliante, fra timbri stregati, esplosioni di collera e sensuali languori, appare poco unitaria, poco adeguata alla robusta psicologia verdiana. Di Sibelius Karajan fu uno dei primi difensori quando ancora Leibowitz lo definiva “il peggior compositore del mondo”. Con Beecham, Kousevitzky, Ormandy e in parte Toscanini fu uno dei maggiori diffusori dell’opera del finlandese, che lo ricambiò con grande stima: “Karajan is a great master” scrisse a Walter Legge. Ma tra le interpretazioni sibeliane con la Philarmonia Orchestra, brucianti, dritte allo scopo, scure nei colori, e quelle berlinesi degli anni Sessanta con una tavolozza timbrica inusitata e tempi più flessibili, passa un mondo intero. Non so dire quale approccio sia migliore: sono tutte grandissime interpretazioni, ma la differenza è profonda.
Quanto al “suono” di Karajan, io lo trovo spesso manieristico, ricco e sfumato oltre il necessario. L’orchestra di Karajan sembra passare attraverso un prisma che la scompone in tutte le sue parti: si ascolta tutto come in un suggestivo lago sonoro, è una sbornia di colori in cui però si perde quella vigorosa unità che fa un’opera intensa. E’ un parere personale, ma ogni tanto Karajan pare perdersi e farci perdere nei dettagli, dimenticando l’insieme. E’ quanto accade nel Concerto per violino di Sibelius con Christian Ferras, o nella Finlandia del 1965. A differenza di Kubelik, che pretendeva una riproduzione esatta del suono dell’orchestra; e a differenza di Toscanini, che interveniva in postproduzione per dar risalto alle parti secondarie, Karajan chiedeva a Gunther Herrmans di smorzare gli acuti e conservare l’intera gamma dinamica (che con un cesellatore come lui era già amplissima), con un effetto di intimità quasi cameristica, che però rende i suoi dischi difficili, più che da ascoltare, da udire: a meno che non li si ascolti in cuffia, l’ambiente reale, soggetto a un normale rumore di fondo, fa perdere molti dettagli, e la concertazione di Karajan è tutta dettaglio. Spesso ci si fa un’idea più chiara del suo stile ascoltando i dischi EMI degli anni Cinquanta e Settanta, più realistici nella ripresa sonora.
Resta da dire che l’ultimissimo Karajan tende la mano al classicismo del giovane Karajan degli anni Quaranta e Cinquanta, con risultati di una bellezza inedita. Penso in particolare a una Sinfonia classica di Prokof’ev del 1982: in cui, dove altri sottolineano gli aspetti più moderni dell’opera (Malko, Ansermet), e laddove Abbado sembra non porsi il problema “dell’antico e del moderno” ed opta, con la Chamber Orchestra of Europe, per una lettura serena e spumeggiante, Karajan ci regala una lettura haydniana, che fa pensare all’Haydn di Szell.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...