Conversazione in treno

federico-Io Fellini l’ho sempre trovato più suggestivo che profondo.
-Ma come? In che senso?
-Ecco… Orson Welles ha detto: “Fellini mostra pericolosi segni di essere un artista superlativo con poco da dire”. Per me questo rispecchia…
-… l’invidia di Orson Welles!
-Può darsi, però penso una cosa: che dopo che se n’è andato Flaiano, Fellini non ha più scritto una sceneggiatura con dei personaggi approfonditi, con delle psicologie. Ha sempre creato atmosfere. Affascinanti, magiche, ma… non appena andavi al contenuto, spesso era persino triviale. Il che non ci sarebbe niente di male, se non fosse che… se ci fosse anche dell’altro. E… dell’altro c’è, ma, come dire… l’altezza del cielo di Fellini rimane sempre un po’… bassa, come un cafè chantant portato al massimo livello di suggestione
-Ma come si possono dire queste cose?
-So che ho tutto da perdere, ma… Franco Fortini ha scritto che Fellini ha “splendidamente raccontato avidità, degradazione, vanità”. Ecco… lui per me ha rivestito di un manto meraviglioso i lati peggiori dell’uomo.
-E ti sembra poco? Il Novecento non è stato anche questo togliere il velo all’ipocrisia della dignità?
-Certo. Però la mia repulsione non riguarda l’artista, riguarda l’uomo. Che a un certo punto si è messo a “fare Fellini”, senza neanche cercarsi un soggetto, anzi mettendo anche se stesso in scena, col suo corpo. Come se pensasse che gli bastasse accendere una cinepresa per essere affascinante: Intervista è un film sul niente, eppure…
-Ma questo è moralismo da quattro soldi! Allora l’arte dovrebbe essere tutta arte impegnata? Ma non ti sei accorto di quanto sono invecchiati, visti con gli occhi di oggi, i film del Neorealismo?
-Ma io non dico questo. Dico solo che, da un certo punto in poi, gli è diventato sempre più difficile trovare un soggetto. Poi, certo, di fronte a I vitelloni, Le notti di Cabiria, Otto e mezzo, E la nave va, io ti dico: tanto di cappello!
-E meno male!…

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7 pensieri riguardo “Conversazione in treno”

    1. Ne parlammo una volta nel 2002, a Piazza Matteotti, mentre aspettavi il pullman. Non la vedo come una questione di “contenuti”: è che la povertà d’animo di Fellini mi sembra abbia rovinato in più casi la grandezza di quelle “visioni”. Penso a “Giulietta degli spiriti”, dove il regista semplicemente NON SI RENDE CONTO di star mettendo in scena meschinità e cattivo gusto, e quindi non è capace di redimerli con la forma non perché non voglia farlo (che sarebbe un’operazione poetica consapevole) ma semplicemente perché non sa che potrebbe farlo. Oppure a “La città delle donne”.
      Un film come “Roma”, che pure è tra i miei preferiti, soffre perché Fellini NON SI ACCORGE di essere un artista che può lavorare quasi solo sulla forma. Fellini cerca di dare un contenuto al suo film inserendo parti documentaristiche (i giovani sessantottini, Gore Vidal). Lo fa perché la sua mancanza di cultura non gli permette di accorgersi che a un artista come lui non è necessario fare queste cose, che lui potrebbe essere un regista alla Dziga Vertov o alla Jean Vigo, potrebbe fare pura poesia mettendo in scena la sua visione mostruosa della realtà, e invece non lo fa perché cade in luoghi comuni sulla sua arte che pure padroneggia così splendidamente.

      1. credo proprio di pensarla come te, è un artista della forma ma privo di spessore culturale e, probabilmente, spirituale.La stereotipizzazioni delle relazioni di genere è uno degli errori macroscopici.Evidentemente persino lui non aveva completamente fiducia in se stesso, nella sua arte, se si è forzato a inserire dei contenuti, chissà…

      2. Hai letto “Cinematografo” di Soldati? Se lo trovi (è in Sellerio), dai un’occhiata agli articoli su “Otto e mezzo”. Soldati rimprovera a Fellini di non aver avuto il coraggio di seguire fino in fondo la sua ispirazione, che è “la facilità di visione presa in se stessa”. In generale, credo che un rimprovero simile (anche se per ragioni diverse) si possa fare anche ad Antonioni: con più consapevolezza, con più serietà, ma anche lui non ha avuto il coraggio di andare fino in fondo al suo spettacolare lirismo visivo, e anziché fare Rotko al cinema ha voluto a tutti i costi cimentarsi con trame, dialoghi… roba che non gli apparteneva neanche un po’.

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