Alvaro Mutis: “Che cosa è la poesia?”

alvaro-mutis_2386(Su Poesia, di Luigia Sorrentino del 27 agosto 2012)

Alla domanda “Che cosa è la poesia?”, Andrea Zanzotto rispondeva: “E’ un fatto che accade, e mai il commento ad un fatto che accade”. L’opera di Alvaro Mutis sembra scritta apposta per coonestare quest’affermazione: sembra non venire da nessuna parte, non avere precedenti né eredi, accadere. Ha il mix di barocco lussureggiante e di durezza tipico dell’autentica anima spagnola. Ma le sue origini sembrano perdersi nella foresta pluviale. Eppure, accade. E allora val la pena soffermarsi su codesto suo accadere.

E’ stato scritto che quello di Mutis è un rito. Ma non è un rito religioso. E nemmeno propriamente un rito magico. Un rito laico, allora? Nemmeno. Somiglia piuttosto a un esorcismo, a una seduta spiritica: all’evocazione d’una schiera di fantasmi, una formula sciamanica che fa venir giù nella pioggia una caterva di elementi eterogenei, legati fra loro solo dall’intensità della visione.

La parola di un rito non ha bisogno d’artifici letterari: e difatti Mutis non ne usa, a parte certe interminabili anafore che però sembrano venute alla penna senza essere cercate.

Naturalmente, il rito non può essere individuale, altrimenti somiglierebbe piuttosto a un disturbo ossessivo-compulsivo. Il rito appartiene al registro dell’epica. E il mondo di Mutis è fatto di un realismo magico tipicamente sudamericano, poco lontano da quello di Garcia Marquez. E’ un mondo corale. Ma in questa coralità spiccano gl’individui: perché Mutis è ispanoamericano, sì, ma ha avuto un’educazione europea. E ciò dà luogo a un mélange, o meglio a un sincretismo, ch’è tutto suo, che rende la sua pagina inquietante e affascinante.

Diciamo la verità: inquietante e affascinante, e, a volte, squilibrata. Soprattutto nell’opera narrativa l’irrazionalismo di Mutis, il suo scrivere “senza bussola” possono lasciare insoddisfatto chi esige un minimo di coerenza costruttiva, di attendibilità psicologica. L’intensità della visione, il ritmo non sempre bastano. Ma non è facile raccontare un’intuizione lirica. Il problema di Mutis è che fa del racconto in poesia e della lirica in prosa. In qualsiasi impresa si cimenti, rimane sempre uno scrittore ambiguo, così come ambigua è la sua famosa voce: scura di registro ma luminosa di timbro, autorevole ma dolce e musicale.

Il rito, dicevamo, è epico, è corale. E Mutis intende l’epica nel modo più antico: come un racconto d’avventure. Ma, siccome è un moderno, si contamina con la nostra epoca più volentieri di quanto non dica, e le sue avventure hanno una strana affinità con quelle del Corto Maltese di Hugo Pratt, di cui condividono il sincretismo e il clima di catastrofe incombente. Siamo pronti a giurare che l’affinità è casuale, e che Mutis non sappia manco il nome di Hugo Pratt. Ma di sicuro egli è attratto dalla cultura popolare, e da essa è ricambiato. L’amicizia con De André ne è un altro segno. Perché, dunque, codesto interesse per la cultura popolare? Essa attrae Mutis perché ha una dimensione corale più forte, perché si è depositata nell’inconscio e nell’immaginario collettivi. Non interessa a Mutis la cultura popolare in quanto tale, ma la sua posa sedimentatasi nell’inconscio dell’umanità. C’è un’altra ragione: cioè che Mutis, borderline integrato e vincente, ama le avventure, proprio come il suo Maqroll.

Dicevamo del rito. Ernesto de Martino ha spiegato che il bisogno del rito, nelle società antiche e tout court in tutte le società, sorge dalle crisi della presenza. Quando l’essere umano teme di star perdendo il suo orizzonte, quando una grandine, un incendio o una sciagura, l’aver subito un lutto o l’aver commesso una colpa lo fanno dubitare di se stesso e del proprio posto nel mondo, quando gli sembra di star perdendo la signoria sulla propria vita, quel controllo su se stesso e sul mondo che si usa chiamare identità, allora la società gli offre il conforto del rito: che, mimando la catastrofe, la esorcizza e ne inscena la sconfitta di fronte all’intera comunità. Sembra soltanto, però, sconfiggerla: ché la catastrofe torna, anzi la società s’incarica di anticiparla ripetendo il rito a cadenze fisse -ogni anno, ad ogni cambio di stagione… Ci si difende dal male istituzionalizzandolo.

Anche in Mutis il rito è legato a una crisi della presenza. Ma a quale collettività appartiene uno sradicato come lui? E’ chiaro: alla collettività di coloro che credono nel valore della Bellezza. E a quale tradizione culturale? E’ chiaro anche questo: a quella di tutte le culture. Il suo orizzonte rituale non è la comunità, ma l’universo. E’ l’intero umanesimo -occidentale, e non solo- a organizzare un rito per esorcizzare la crisi della propria presenza. L’edificio della poesia è un cimitero delle balene ove s’affoltano, un’ora prima del disastro, gli sfasciumi della Bellezza.

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