Qualcosa di scritto

treviQualcosa di scritto è l’espressione con cui Pasolini designò Petrolio: una non-definizione, lasciata su un foglio fra gli appunti preparatori di un libro incompiuto, destinato a rimanere incompiuto anche senza la morte improvvisa dell’autore perché l’incompiutezza gli era connaturale. Emanuele Trevi rilegge l’ultima fatica pasoliniana, finalmente, come opera letteraria e basta, evitando di considerarlo un episodio di cronaca nera o addirittura un corpo del reato. Che Pasolini sia stato ucciso per un capitolo non ancora scritto è una tesi a cui Trevi non crede. Anzi, egli dimostra che Pasolini, come investigatore, valeva poco, e che di nessun segreto sull’ENI e su Cefis era a conoscenza che non fosse a disposizione dei lettori de L’Espresso. Trevi dimostra che nessun elemento interno a Petrolio fa supporre che il capitolo Lampi sull’Eni sia stato effettivamente scritto. I rimandi in altre parti del libro non provano nulla, perché Pasolini lascia sbozzati molti luoghi, rimanda a capitoli che non ci sono, cita frasi di capitoli precedenti che però non troviamo; introduce una serie di “come abbiamo già detto” e d’inutili precisazioni che ci obbligano a domandarci: perché lo fa? Per mettere i lettori postumi sulle tracce del suo assassino? No. Più verosimilmente vuol produrre l’effetto di un testo in divenire. Forse Petrolio sarebbe rimasto frammentario anche se Pasolini fosse sopravvissuto; forse era stato ideato per essere un mosaico con delle tessere mancanti: come il suo modello dichiarato, il Satyricon di Petronio. Per di più, osserva Trevi, nessuno dei sostenitori della “teoria del capitolo rubato” si è reso conto reso conto che immaginare Pasolini intento a scoprire episodi di malaffare, e limitarsi a inserirli in un frammento di un’opera di fantasia anziché denunciarli, equivale a raffigurarlo come una specie di ricattatore, e non come il grande intellettuale che fu.
Così come smentisce la teoria di un Pasolini detective, Trevi smonta l’idea di un Pasolini “profeta”. Se Pasolini fosse stato buon profeta, sarebbe stato un cattivo scrittore. Pasolini ha descritto il modo in cui la plebe s’è imborghesita, ha acquisito i codici espressivi e i comportamenti della borghesia; ma ora noi assistiamo al fenomeno opposto: la plebe, involgarita e brutta, detta i suoi codici a una borghesia sempre meno ricca e più stracca, sempre più bisognosa di essere altro da se stessa. I giovani ricchi che si travestono da poveri, i rampolli di buona famiglia che ostentano un dialetto fasullo e modi da camorristi… tutto questo sta a provare che l’acculturazione di cui parlava Pasolini non è stata a senso unico, che la mutazione antropologica, il genocidio culturale non si sono consumati a danno delle plebi, ma colla loro cinica complicità. Il popolo mitizzato dal poeta è un organismo cinico, un mostro capace di assumere i connotati della vittima per poi ammazzarla, come certi predatori.
Trevi ha anche il coraggio di dire qualcosa che tutti sapevamo, ma nessuno aveva detto: che Pasolini non conosceva il romanesco, che il dialetto dei suoi libri è inventato e che il poeta -lo dichiara un testimone autorevole: Walter Siti- era incapace di ascoltare, preso com’era dalle sue “voci di dentro”. Pasolini ascoltava se stesso, e cercava nella realtà conferme a quanto aveva trovato dentro di sé; se la realtà non s’adattava al suo pensiero, lui la reinventava, perché è così che fanno gli scrittori. Anche per questo non poteva essere profeta.
Sono durissimi i colpi che Trevi assesta a un intellettuale che cantava il mito delle classi popolari ma non era capace di comunicare con loro, che se ne serviva da intellettuale razzista (la parola è mia) per scendere agl’inferi e soddisfare un suo intimo gusto del degrado, un suo sadomasochismo, o che pensava mischiandosi al popolo di attingere a un serbatoio incontaminato d’energia primordiale. Il Pasolini di Trevi incarna le contraddizioni dell’intellettule di sinistra, che parla del popolo ma non lo conosce, che ha verso il popolo tuttalpiù un’attitudine da colonialista illuminato. Ma sarebbe sbagliato dire che questo è un romanzo contro Pasolini: al contrario, Trevi non perde occasione di ribadire la sua ammirazione per lo scrittore, per il suo coraggio, la sua energia vitale. Solo che non può esimersi dal vedere l’altra faccia di questa energia. La personalità di Pasolini era così potente da non poter essere buona. Il suo passaggio sulla vita di Laura Betti è stato un passaggio sterminatore. Pasolini fu per lei come un angelo della morte: fu adorato come un angelo, ma dopo di lui l’esistenza della Betti era finita.
Ho parlato di “romanzo” di Trevi. Perché questo è un romanzo. Un romanzo che non racconta. Con fine intuito, Trevi mette in guardia contro la trasformazione di tutta la letteratura in narrativa, una trasformazione che fa della letteratura un’arma innocua, che spara a salve. Trevi mescola una personale rilettura di Petrolio ai ricordi di un aspirante scrittore -colto ma di poca personalità- che lavora con Laura Betti al Fondo Pasolini. Il protagonista sta lavorando alla raccolta critica delle interviste di Pasolini e s’è accorto che Pasolini ha fatto dell’intervista un genere letterario nuovo. Lo scrittore di oggi, dice Trevi, è obbligato a fare letteratura in spazi che prima non erano della letteratura, perché la letteratura ha perso tutti i treni della nostra epoca. Parlare attraverso l’opera non basta più: l’unico modo per dichiarare la propria unicità, per essere veramente necessari, è diventare scrittori con tutta la propria persona, vivere fisicamente lo scandalo d’essere scrittori. E’ questo che rende Pasolini così scandaloso, così scottante, così vivo e contemporaneo. Non fu profeta sulla società, ma nel capire i pericoli e gli orizzonti della letteratura nella società che si andava profilando. Oggi noi sentiamo più che mai la mancanza d’intellettuali che escano dalla torre eburnea della letteratura, che affondino le mani nel disastro del Paese, che esplodano oltre i limiti dell’opera letteraria per testimoniare con tutti se stessi lo scandalo di essere scrittori in questa falsa polis, in una civiltà di autistici privi di freni.
Ho detto i pregi del libro di Trevi. Il difetto più vistoso è nella disparità tra la parte critica -la più importante- e quella narrativa -ch’è pretestuosa, con una Laura Betti parodia di se stessa. Ma Qualcosa di scritto ha anche il difetto di molti libri d’oggigiorno, i cui autori vogliono scrivere “bene” e passano molto tempo a vellutare, tornire, rilegare la loro prosa. Ma così diventa tutto troppo riuscito per essere letterario. “La loro merda non puzza”, avrebbe detto Pasolini. All’inizio, la prosa treviana affascina per il suo lavoro da tessitore della parola. Ma poi ci lascia come certi arazzi, magnificamente intessuti e così inutili! E’ una scrittura che nasce e s’adempie dentro le parole, senza il desiderio d’andar oltre. Sembra non esserci conflitto fra l’autore e la sua parole. Le parole sono tante palle che vanno in buca –ma in letteratura non conta che la palla vada in buca, conta il percorso che compie. Come si fa ad essere scrittori senza una lotta per far dire alle parole più di quanto sanno dire, per imprimere loro l’odore delle cose? E’ l’unico rimpianto che questo altrimenti prezioso libro m’ha lasciato.

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