Dell’arte del romanzo

romanzo-21(Su Poesia, di Luigia Sorrentino del 12 marzo 2013)

Quel che rimprovero alla narrativa è d’aver falsificato l’essere umano. Il racconto, il romanzo, il dramma hanno costretto la realtà dei fatti, e quella interiore, in delle strutture, e hanno imboccato così un vicolo cieco in cui non si può più più indagare né l’una né l’altra. Oggi la narrativa -quasi tutta la narrativa- non serve più a conoscere. Ma come è accaduto?

Nel corso del Novecento, i narratori hanno lavorato sul ritmo, la struttura, la lingua, anche a scapito dell’elemento umano. Oggi non si può più raccontare un personaggio alla maniera ottocentesca, descrivendo il modo in cui s’agita nell’ambiente e trattando i suoi pensieri e affetti come reazioni all’ambiente dato, sulla scorta di fattori genetici ed esperienziali; ma non lo si può neppure scandagliare in una mimesi psicanalitica, come nel primo Novecento. Non è possibile perché entrambe quelle culture sono superate: è superato il positivismo, per cui lo scrivere romanzi era come osservare il comportamento in un enorme laboratorio che era il mondo intero; ed è superata la cultura del monologo interiore. Non mi sembra che la rivoluzione del nouveau roman sia durata più del tempo necessario a scrivere quei “nuovi romanzi”, che ormai hanno più di cinquant’anni. E allora?

La mistificazione ottocentesca, che perdura attraverso il cinema, s’è spinta fino al punto che noi attribuiamo alla realtà i caratteri dell’azione narrativa. L’uomo rimasto ucciso, qualche anno fa, in una rapina che non gli sembrava rapina perché non era come quelle del cinema ne è solo l’esempio più eclatante. Il dato orribile è che noi veniamo quotidianamente frustrati dalla scoperta di una realtà caotica, mentre le nostre aspettative si riferiscono a una realtà organizzata.

La vera scoperta del Novecento, alla fine, non è stata quella dell’inconscio, ma al contrario quella dell’inconoscibilità dell’essere umano, del mistero insolubile che sono gli altri ai nostri occhi. Da questa consapevolezza discende non solo l’impossibilità di essere narratori onniscienti, ma soprattutto l’acquisizione di un’amara certezza: che l’ultima possibilità rimasta, l’estrema sfida della narrativa è di raccontare il suo stesso scacco, insistendo sulla zona d’ombra che non si riesce a illuminare (Conrad), svelandosi nell’impossibilità di raccontare (Savinio) o rinunciando semplicemente ai personaggi (Pavese). Gli esempi che porto sono solo indicativi, sono i primi scrittori che mi vengono in mente e nulla più.

Ma cos’è il romanzo? Esso non è una tecnica e tantomeno un genere. E’ un modo di rapportarsi del narratore alla cosa narrata, un modo di rappresentarla che ormai ha permeato tutte le arti narrative -a eccezione del teatro, che ha una sua forma troppo antica, che è troppo radicato nella storia, e che per questo forse non sta sopravvivendo all’urto con la nostra epoca. Il romanzo, invece, è sopravvissuto. Si è spostato però il suo baricentro: oggi i romanzi più interessanti si scrivono fuori dell’Europa, o ai suoi confini. Sembra che la forma-romanzo oggi riesca a dare i suoi frutti più estrosi quando si contamina con una cultura estranea, quando va fuori dalla sua terra d’origine. La riuscita artistica di Carlos Fuentes, Salman Rushdie, Boumil Hrabal, la fioritura del romanzo israeliano sono i primi esempi che mi vengono alla spicciolata. C’è poi da dire che molti romanzieri oggi considerati d’evasione o d’intrattenimento, forse, supereranno il test del tempo meglio dei loro colleghi troppo preoccupati d’avere lauree culturali attuali. L’odierno mondo letterario è un mondo d’avventurieri: vi si respira un’aria d’ambizione, di competizione, di volontà di potenza; si parla della letteratura come d’un oggetto esoterico, staccato non solo dal reale ma persino dalle altre arti, e al medesimo tempo come d’un oggetto tecnologico, che ha per regola l’evoluzione e dove chi non è aggiornato è out. Domina la necessità di fare gruppo. Vige il conformismo dell’anticonformismo. Per questo, è probabile che alcuni narratori d’evasione, un domani, restino verdi perché più genuini, perché autentici narratori e non intellettuali che imbrigliano la narrativa nelle loro idee da intellettuali. Naturalmente, sono concetti che vanno presi col buon senso, evitando di cadere in un tipo di critica che prescinde dai valori o, peggio, nel soggettivismo assoluto. Io aborro il “non è bello ciò ch’è bello, ma è bello ciò che piace”. E tuttavia, è innegabile che la storia abbia reso giustizia postuma ad artisti al loro tempo considerati leggeri o inattuali. Ed è palmare che forme d’industria culturale siano sempre esistite, e che il buon Shakespeare e il buon Balzac non le schifavano nemmeno un poco.

Ma in che cosa consiste, una buona volta, la mentalità romanzesca? Essa è un’attitudine a rappresentare il reale rispecchiandone la struttura profonda, caotica e non teleologica, dove il “senso” e la “direzione” degli eventi sono dati solo a posteriori, nella nostra immagine mentale. Al di fuori di questa mentalità, è impossibile dare una definizione “tecnica” di romanzo, così come la si dà, per dire, di poesia. Il merito del romanzo è d’aver trovato una forma del relativo. Il teatro e l’epica -e i primi romanzi, nati sotto l’egida del teatro e dell’epica- trasformavano personaggi e situazioni in archetipi. Si può dire: Otello o della gelosia, Eurialo e Niso o dell’amicizia. Anche Gargantua e don Chisciotte non sono un cavaliere folle e un gigante grasso, ma il cavaliere folle e il gigante grasso. La realtà sporca, misera, senza senso, le storie e i personaggi non esemplari, privi di grandezza, sarebbero entrati di diritto nella storia della letteratura solo col realismo francese ottocentesco, e in particolare con Flaubert e con il suo romanzo “fatto di niente”.

Il romanzo come rappresentazione di un reale non teleologico non poteva che nascere nella laica Francia. I primi romanzi protoromantici non erano ancora romanzi. Sterne, Goethe, Scott… tutti costoro hanno scritto delle meravigliose opere in prosa, ma non erano ancora arrivati alla rivoluzione copernicana del romanzo. Il realismo del romanzo moderno ha rappresentato un turning point così radicale che tutti i realismi precedenti ci appaiono… poco realistici. Non si trattava più d’imitare la realtà nelle apparenze, ma di rispecchiarne la struttura profonda, la struttura irrimediabilmente caotica e ambigua: di organizzare le cose in modo tale che risultassero disperatamente disorganizzate.

La mentalità religiosa italiana ha faticato ad accettare la bella doccia fredda del romanzo. L’idea di un reale non teleologico non attecchisce in noi. Noi pensiamo sempre che “Dio provvede”, anche quando non crediamo in Dio. Lo facciamo per radicata superstizione, per pigrizia m0rale, per non assumerci l’intera responsabilità delle cose. E quali riflessi ha tutto ciò sul romanzo?

La risposta è nel romanzo italiano per eccellenza: I promessi sposi. Manzoni si propone di scrivere un “romanzo realista”; ma poi, sottomettendo ogni dettaglio alla dimostrazione dell’esistenza di un disegno provvidenziale superiore, distrugge quel realismo da lui stesso teorizzato. I personaggi di Manzoni sono personaggi da teatro, paradigmatici: si può dire Don Abbondio, o della vigliaccheria; l’Innominato, o della redenzione; Lucia, o della virtù… Solo Renzo sembra meravigliosamente scappato al controllo dell’autore. Che nel finale, infatti, tenta di sottometterlo ai suoi intenti pedagogici, senza riuscirci perché Renzo è un bambino capriccioso, un Pinocchio che non vuol diventare ragazzo.

Di solito, fra la concezione e l’esecuzione d’un romanzo passa un filo d’aria. C’è qualcosa che sfugge al controllo dell’autore, per implacabili che siano le sue gabbie. Quei fili d’aria, quelle sconnessure sono il vero tesoro del romanzo, la sua folgorante ambiguità, la sua polisemia. Diceva Soldati che il vero artista ricerca d’esser chiaro, ma il velo dell’ambiguità gli sfugge dalle mani – e fa l’opera d’arte. Manzoni organizza tutto secondo un disegno simbolico: il castello dell’Innominato come un inferno, con tanto di vestibolo; la notte di Renzo all’Adda come un cammino dell’anima… E quando ormai ci stavamo preoccupando, quando il romanzo stava arrivando agli accordi finali senza che Manzoni avesse rinunciato al comando, senza che nessuna salutare ambiguità gli fosse sfuggita, ecco ci accorgiamo che a Manzoni è sfuggito di mano addirittura Renzo, e per merito di Renzo I promessi sposi sono un’opera di poesia e non un sermone.

E’ chiaro, sto semplificando: la poesia del Manzoni non risiede solo in Renzo – Renzo è solo la spia più evidente che l’operazione manzoniana non è tutta tetragona e dimostrativa, ma ha la bella e calda indeterminatezza che cercavamo.

Proviamo a prendere un romanzo italiano di un secolo dopo: Porte aperte di Sciascia. E notiamo:

-il lessico e la sintassi legali, giudiziali;

-l’accumulo di prove, fatti, digressioni letterarie-storiche-fantastiche: come un accumulo di materie prime, di detriti che lentamente formano una banchina;

-l’astrattezza: i dialoghi son condotti in tono formale, sono ellittici, non introdotti né intercalati da alcuna descrizione di personaggi e ambienti;

-il cielo sempre basso: mai un’impennata espressiva, uno slancio; anche i passi sul novembre a Palermo hanno un’asciutta poesia proprio perché dati senza lirismo, con la vigorosa desolazione tipica dell’autore.

Tutto questo fa il senso di morte, d’immobilità della pagina sciasciana, il suo ellenismo concettoso e impassibile ch’è sublime metafora della Sicilia. La mancanza di volto dei personaggi li rende già statue, erose dal soffiare dello scirocco. Qualche volta l’autore scopre troppo -in parole metafore ecc.- le sue intenzioni simboliche, fa qualche errore di calcolo dei “tempi”, s’avviluppa in qualche discorso troppo capzioso. Ma nel fascino dello stile, e nell’incapacità di essere pienamente un narratore, di godere della propria narrazione, sentiamo in Sciascia il vero estimatore di Savinio.

Cosa ne ricaviamo? Che forse la nostra cultura non è una cultura da romanzo; che, sebbene siamo un popolo d’affabulatori, non abbiamo la disperata purezza dei romanzieri. Che solo alcuni, pochi borderline della nostra cultura sono stati dei narratori puri -Verga, il primo Moravia… Noi italiani vogliamo sempre dimostrare una tesi, e il nostro humus culturale è troppo intriso di Provvidenza per poter accettare l’idea di un racconto che non porta a niente, che non è fatto di nulla se non del ritmo stesso del suo vivere. Perché l’altra scoperta del romanzo, la scoperta nata dalla sconfitta del romanzo, è che non si può imitare la materia del vivere, ma solo il suo ritmo. L’operazione romanzesca, potentissima per un po’, s’è esaurita. Come in quelle corrispondenze di guerra, dove più si parla della guerra e meno se ne capisce. L’aderenza al reale finisce coll’essere l’anticamera dell’inconoscibilità del reale.

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Un pensiero riguardo “Dell’arte del romanzo”

  1. rileggo questa tua profonda riflessione (che densita e che capacità di sintesi hai!) e ti dico: per me il collegamento fra scrittura e anelito conoscitivo è imprescindibile. Non per offrire una facile formula ma per condividere quel frammento di verità riflesso che ognuno possiede, scegliendo il canale più congeniale. Che può essere o non essere la letteratura.

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