L’inverno e Schubert

C’è, nel quartetto La morte e la fanciulla, un che d’assolutamente ancestrale, di ruvidamente primigenio. Nel suo apparente candore ragazzesco, Schubert scrive un urlo, anzi un ruggito doloroso -uno di quei ruggiti dolorosi che, nella sua musica, paiono strappati alla terra. Questa musica restituisce la consistenza materiale della morte, quasi che  i suoi elementi fossero terra e polvere anziché suoni. Se Mahler ha ricreato l’immagine visiva, l’odore della morte, Schubert ce l’ha sbattuta in faccia.

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Il dolore è amplificato perché impera su un animo giovane, fresco, ancora stupendo di vita… Schubert era giovane, e pieno di sogni:  ed anche nel fondo più cupo dell’inverno cercava la fiammella che riluceva a una finestra, e se ne lasciava incantare. Ma intanto l’inverno avanzava, e gl’invadeva l’anima; e in questa lotta fra lo straripare della gioventù e la spietatezza dell’inverno sta l’origine del fascino asciutto e tragico, elementare, di questa musica. Ecco l’Adagio del Trio n.2, lume di candela che vacilla, senza mai spegnersi, a un vento nerissimo. E lo svagato tristissimo girovagare del Gute Nacht. Ecco l’inverno che alligna una forza inesprimibile su tutta la sua produzione…

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