La Bellezza salverà il mondo?

La passione per una attività estetica è una delle più antisociali al mondo. E’ probabile che una certa quota di disumanità sia connaturale al fare arte o poesia, un certo deficit della compassione e dell’empatia. Perché come si fa, altrimenti,  a dedicare il meglio delle proprie energie a qualcosa che non vive, non risponde, non chiede di te? Il poeta che scrive poesie d’amore, non dimostrerebbe meglio il suo amore passando del tempo con sua moglie anziché con un foglio di carta? Neruda avrebbe sofferto più la morte della propria compagna o quella della sua famosa penna verde?

Contro ciò sta l’aforisma che Dostoevskij mette in bocca al suo Idiota: “La Bellezza salverà il mondo”: la Bellezza, dunque, è anche giusta, e l’ingiustizia offende anche il senso estetico. Ne deriva che la bruttezza è anche immorale, che una parola sbagliata non solo è fuori posto: è volgare, è meschina, è addirittura criminale. Possiamo sperimentarlo nella vita di tutti i giorni, con la lettura d’un semplice giornale quando una parola “sbagliata” sul conto di una comunità o d’un’etnia produce effetti devastanti sul corpo sociale.

In questa seconda accezione della Bellezza, secondo cui la Bellezza è anche giusta, non vi può essere un’arte che sia pura tecnica e gioco, non può esistere l’art pour l’art: indipendentemente dalle intenzioni dell’artista, l’opera del suo ingegno estetico ha un peso sulla bilancia della giustizia.

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