Il segreto di Silone: “Vino e pane”

silonePochi scrittori sanno commuovere come Silone: commuovere proprio nel senso latino di movere, di scuotere qualcosa nel profondo. Uno “scuotere”, tuttavia, mai violento, mai a strattoni: ottenuto anzi coi mezzi della più pacata ruvidezza, con virile gentilezza, con un’escavazione del dolore priva di compiacimenti. Non c’è sensualità in quest’arte: la prosa di Silone sembra anzi un castigo imposto alla sensualità dell’arte. La ruvidezza della sua scrittura ci ricorda la musica di Janacek, di Musorgskij. E’ scrittore morale e religioso, e come altri della sua stirpe, non tiene allo stile. Alieno da ogni ricerca formale, non ha lo splendore petroso e traslucido di Sciascia, non la passionalità neobarocca di Pasolini irta di specialismi e di voci letterarie. Il suo modo d’esprimersi è fattuale. Dove ci aspettiamo una descrizione, ci delude. Va dritto alla storia. Ci sentiamo perfino un po’ oppressi da codesta sua quasi gridata scarnità. Silone aderisce così interamente alle cose da non aver bisogno di descriverle. Il paesaggio, le stagioni, il tempo atmosferico sono resi con pochissimi tocchi. Solo verso la fine ci rendiamo conto che il paesaggio è tutt’uno con la storia, ch’è tratteggiato in modo così sommario perché è in funzione dei personaggi, in rapporto d’assonanza o di contrasto col loro stato interiore. E’ un paesaggio pervasivo, immanente, e pervasiva e immanente è anche la religione di Silone: un cristianesimo concreto come quello di Don Luigi  Orione, che gli fu maestro quando, quindicenne, perse i genitori nel terremoto della Marsica. E forse il segreto di Silone è proprio qui, in ciò ch’è accaduto alla sua psicologia in quel torno d’anni: nell’identificazione tragica con la catastrofe d’una comunità e nell’adesione altrettanto tragica all’unica cosa che a quella comunità diede beneficio: il cristianesimo terragno di Orione, il cristianesimo di solidarietà. Ecco perché la sua prosa “fattiva” ci trasmette una spiritualità così intensa. Il suo è un canto che, anziché levarsi dalle cose, le intride.

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