Soldati, “Cinematografo”

Ecco la raccolta, uscita nel 2008, degli scritti di Soldati sul cinema: un’arte che conosceva, amava, odiava, che praticava in qualità di regista, ma di cui forse si occupava con più serenità quando manovrava la penna anziché la macchina da presa. E’ un bel libro. Alcune riflessioni sembrano incompiute; e a volte Soldati sembra scrivere di fretta. Ma –tanto per fare un esempio- le pagine su Fellini, o su Antonioni, o sul doppiaggio nella cultura anglo-francese e in quella italiana sono da antologia della critica: sembrano uscite dalla penna di André Bazin. Il mio articolo preferito è quello sui cameraman della Grande Guerra: classicamente limpido come le immagini dei bravi artigiani che loda, vibrante nell’appello finale al ripristino della verità storica su Cesare Battisti, che fu patriota e irredentista, sì, ma soprattutto socialista.

Cinematografo è il titolo, non Cinema: segno che per Soldati il cinema è ancora una macchina delle meraviglie, una Wunkerkammer: qualcosa che ha a che fare collo stupore, col divertimento e coll’infanzia. E non ci stupiamo, quindi, d’incontrare sia film d’arte che film popolari, sia Nino Rota che Nino Bixio, sia Gassman che Audrey Hepburn. Soldati ha lo sguardo libero e limpido come la sua prosa, serena e senza briglie.

In molte pagine si sfoga contro la convenzione che il cinema deve “raccontare”, e raccontare secondo schemi ottocenteschi. Egli si accorge di quanto questa convenzione limiti Fellini e Antonioni, artista della forma pura e sofferta il primo, artista della “facilità di visione presa in se stessa” l’altro, ed entrambi costretti, contro natura, a “raccontare”. Il Soldati degli anni Sessanta  sa che Fellini, come disse Orson Welles,  è “un artista superlativo con poco da dire”, e che soffre a dover dire per forza qualcosa. Quello che forse non immagina sono i limiti in cui si sarebbe chiuso quando avrebbe smesso di cercar soggetti, quando sarebbe stato libero di fare film sul nulla: perché, per fare arte sul nulla, ci vuole la statura di un Flaubert.

Soldati insiste spesso sul carattere ambiguo, sfuggente, inafferrabile della vera opera d’arte, che non dice mai tutto, che allude, lascia intendere, e fa trapelare cose che l’artista non voleva dire o non sapeva di voler dire. Il vero artista, dice Soldati, ricerca d’esser chiaro; ma il velo dell’ambiguità gli sfugge dalle mani, ed è quel velo che fa l’opera d’arte. E’ per questo che Soldati avversa Bergman: Bergman non è capace di mistero, dice Soldati, e si affida al calcolo delle ellissi: ma così facendo il fascino non viene: è troppo esplicito in ciò che mostra, e troppo deliberato nel decidere di non mostrare: le sue ellissi sanno di virtuosismo anziché di mistero. Posizioni non condivisibili, ma che, se non son utili alla critica bergmaniana, pure dicono molto di Soldati. Le zone cieche di un autore hanno esattamente questa fuzione: delineare la sua poetica. Se volete scandagliare un autore, non chiedetevi cosa ha letto, ma cosa non è mai riuscito a leggere.

La vera storia del film è quella che Soldati cerca in molti articoli, la storia profonda nascosta dietro la storia fenomenica, ch’è frutto delle convenzioni sociali quando non delle necessità di mercato (perché un film senza storia non si vende). Un esempio di questa “smascheratura” è nell’articolo su gl’Incontri ravvicinati del terzo tipo. La vera storia del film non è quella degli alieni; ma quella dell’intelligenza umana che riesce a relizzare uno spettacolo quale è il film stesso. E questo è sorprendente, è poetico in un genere -la fantascienza- dove dominano l’angoscia e la sfiducia verso l’essere umano.

Nella vasta produzione  soldatiana, Cinematografo è un libro minore. Ma, rileggendolo dopo quattro anni, sono rimasto travolto dalla potenza affabulatoria dello scrittore, che trasforma la recensione in racconto, e l’insieme delle recensioni in un romanzo: un romanzo di formazione dove il protagonista è Soldati stesso, il film è il suo oggetto di valore e la storia quella del suo rapporto con l’oggetto di valore: cosa si aspettava, cosa vi ha o non vi ha trovato, come vi si è avvicinato, con quali pensieri pregiudizi e trepidazioni, e cosa è successo dopo. Il tutto in una lingua scritta che ha la velocità, la vivacità del parlato senza averne le ridondanze. Soldati trasforma qualsiasi cosa in letteratura, da Otto e mezzo di Fellini alle canzonette di Bixio.

“Qualcosa di simile alla felicità”: così Sciascia descriveva il sentimento che gli provocava la lettura di Soldati. Felicità, vera allegria sono doti rare in uno scrittore.

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