Gassman legge Pavese, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”

gassmanIl nesso che governa questa poesia non è fra la donna e la morte, ma fra l’essere umano e il suo destino. Ne comporre i suoi versi, Pavese sa che il suicidio non ha alcun colpevole all’infuori del suo fato –di quello ch’egli crede essere il suo fato. Lo dice lui stesso che non prova desiderio di vendetta (Il mestiere di vivere, 10.5.1950); e ammette che Constance Dowling non c’entra, ch’è stata addirittura “un pretesto” (13.5.1950), e che il discorso non è fra lui e l’amata che lo ha abbandonato, ma fra se stesso e quella parte di sé ch’è rimasta intrappolata nell’archetipo rituale amore-morte.

Nata negli stessi giorni, e dallo stesso metallo incandescente delle estreme pagine di diario, questa poesia non parla di passione e amor ferito. Ci parla d’archetipi ferali, dell’ossessione pavesiana per l’eterno ritorno dell’errore: “Gli sbagli sono sempre iniziali”; “Il peccato è tutta un’esistenza mal congegnata”; “Quel ch’è stato, sarà”.

Per questo amo la lettura di Vittorio Gassman. L’attacco è neutro, la voce leggermente ruvida.  Per tutti i primi versi il tono resta lo stesso, asettico, scandito da pause che danno alla faccenda un senso di seria gravità:

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.

A questo punto la voce cambia, e diventa rassicurante, paterna. Il passaggio è repentino. Cosa è cambiato, nella poesia, che lo giustifica? Sono cambiate le immagini:

Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Gassman ha capito che Pavese gioca a renderci “rassicurante” la morte, che gioca con la morte come un nonno col nipotino, e che proprio per questo la poesia è terribile: perché è terribile la familiarità in cui egli è entrato con la morte. Una morte che si presenta nei gesti quotidiani: ci si guarda allo specchio e si vede riaffiorare un viso morto. Vengono a mente le “resurrezioni” di persone amate e morte in Solaris di Tarkovskij, con quel rumore di vetraglia che accompagna il contorcersi del corpo, e tutto il mondo di ectoplasmi ai quali i personaggi del film hanno fatto l’abitudine, che non riescono a distinguere dalla realtà, che addirittura preferiscono alla realtà. E’ questo universo allucinante che Pavese ci accompagna a conoscere, col suo passo estatico e anziano. Proviamo a pensare che l’uomo che parla ha quarantadue anni: subito questo tono ci sembra più sinistro.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Ora il tono dell’attore cambia ancora: in modo appena percettibile, miscela il fatalismo dell’attacco e il ruvido affetto dei versi centrali. E’ un incubo, ma di quegl’incubi che non si annunciano come tali, che non battono colpi di grancassa: ti sembra un sogno come tutti gli altri, e poco a poco t’accorgi che è un incubo. Per questo si scende nel gorgo “muti”: perché l’incubo che si presenta come sogno, il diavolo che si traveste da angelo non danno possibilità di difendersi, tolgono la facoltà di replicare. Quando t’accorgi di dove sei finito, ci sei già, e non puoi più muoverti. Pavese non tentò di ribellarsi al suo destino: si consegnò alla morte come se adempisse a un suo dovere. Ma questo entrare in confidenza con la morte, questo precipitare riguardano solo Pavese? Scenderemo nel gorgo muti, dice, non Scenderò. Nelle ultime lettere, Pavese affermava d’aver “l’anima rigata” per “motivi personali e storici”. Dunque lo scivolare nel gorgo non era solo un fatto personale. La poesia trascende i confini della poesia d’amore, d’una confessioni lirica ed intima, e diventa un’epica a rovescio. Un requiem per tutti.

Nel suo ricordo di Pavese, Calvino descrive così gli ultimi mesi dello scrittore, il difficile impegno politico, il brevissimo flirt con il cinema, l’amore per la disinibita Constance Dowling, che per soprammercato era americana e attrice: “Alla svolta di quel 1950 che ci appare già una data d’altro secolo, s’intravede come uno scorcio di quella che sarà un’epoca più tarda, l’Italia insoddisfatta e nevrotica degli anni ‘60. […] Il breve 1950 di Pavese è come un’incursione che quest’abitante di tempi duri compie nel futuro, nel mondo ‘facile’ che abitiamo noi oggi, per sapere cosa si prepara. Ci fa visita, si guarda intorno rapido. E non gli piace. E se ne va.”

E la voce di Gassman, finta normale, finta neutra, fa l’effetto terrificante delle apparizioni infantili nei film dell’orrore, di quelle ninne nanne che, nelle sinfonie di Mahler, appaiono storpiate in un’acre agghiacciante parodia. Giustamente, nella sua interpretazione così avara, Gassman mette un po’ d’enfasi solo sull’O cara speranza; ma –e questo è il suo genio d’attore- dà a quest’enfasi un carattere nostalgico. Quando anche la speranza è alle spalle, vuol dire che tutto è finito.

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