Incendiarsi del cielo al tramonto

Rileggo, a distanza di 15 anni, l’Antologia di Spoon River. E mi sorprendo. Ha avuto, la mia adolescenza, l’impronta dell’America: m’innamoravo di Lee Masters, scoprivo Whitman, leggevo Hemingway, m’entusiasmavo dei Twice-Told Tales di Hawthorne.

Rileggo l’Antologia di Spoon River. E mi sorprende il tono asciutto e tragico, il rifiuto della lingua poetica, l’occhio teso all’epoca classica; l’amore non dell’arte, ma della funzione umana dell’arte, un ideale di letteratura tutto psicologico e concreto. E inizio a ricordare.

Ricordo com’è nato il mio amore per la poesia. Avevo dodici anni. Mio padre insegnava italiano alle medie. Nei  pomeriggi di luglio del ’92, dopo la scuola, mi sdraiavo sul letto e aprivo di nascosto i libri di mio padre. Leggevo Alceo nella traduzione di Quasimodo; leggevo le “vere” poesie di Quasimodo. Scandivo la musica aspra di Montale, cantilenavo la nenia roca do Pascoli, mi lasciavo abbacinare dai cromatismi di Garcia Lorca. Poi ricordo una breve poesia di Valeri, Riva di pena, canale d’oblio; e un’altra di un poeta americano: Hare Drummer, dall’Antologia di Spoon River.

Vanno ancora i ragazzi e le ragazze da Siever, a bere il sidro, dopo lo scuola, sul finir di settembre?“. Come potevo non restare soggiogato? L’autunno per me era la stagione dell’anima, quella che mi corrispondeva. Scopersi che quella poesia era una lapide: ed era proprio il periodo in cui i ragazzi, coll’affacciarsi dell’edolescenza, iniziano a pensare alla morte.

Oggi, al mio occhio d’adulto, altre ragioni s’affacciano, altri motivi di fascino. Più chiaro m’appare il contesto storico in cui la poesia di Masters si trovò a nascere, e il modo in cui l’intuizione a fior di pelle di quel contesto permise a Masters di ritagliarsi un posto nel paesaggio incendiato della poesia del Novecento.

Arrivati, con Whitman, al grado zero della civiltà occidentale, al ripartire dalle cose elementari, dalle forze della natura, dal corpo, dal sesso, dalla barbara verginità della nascente democrazia americana, dall’energia narcissica del Song of Myself; arrivati a questo grado zero, non restava a Masters che immergersi nel mistero originario della poesia, che è il suo essere lingua dei morti. Al culmine della crisi, poco avanti che la prima guerra mondiale portasse via il mondo conosciuto, Masters rese esplicito che poesia è sempre un parlare dal di là della vita. Questa è la sua forza, piuttosto che la forza dei versi. Più che un poeta, è un sensitivo, e chi lo giudica col metro della “bellezza letteraria” non lo capisce a fondo (sebbene, nascosti fra versi meno riusciti, la sua penna ne crei di potentissimi: “Giù, giù, giù, nella tenebra ruggente”; Omero e Whitman che roared in the pines…)

Gli americani sono stati gli unici, dopo i Greci, a sapersi immergere nella dimensione tragica del mondo. Nell’epica e nella tragedia. L’epica ha fra le sue proprietà quella di funzionare come uno zoom: l’operazione artistica rende il microcosmo grande quanto il mondo, l’epica lo rende gigantesco. Accade con l’Ilio di Omero e con i nantuckettesi di Melville. Accade anche con Hawthorne, e con l’Hawthorne dei Twice-Told-Tales più che con quello della Scarlet letter. Se gli americani, rispetto ai Greci, hanno avuto meno forza di trasfigurazione, è perché la nostra epoca rifiuta la trasfigurazione. L’epica americana del Novecento non è in letteratura, è nel cinema, è nei documentari di Flaherty. Anche Masters fa di un piccolo paese il mondo intero, l’unico mondo possibile; ma questo paese è un cimitero.

Come tutti gli artisti sensitivi, Lee Masters è entrato nella sua opera. Con discrezione, con pudore, perché d’epica si tratta e non di lirica. Lo ha fatto nell’ultima poesia, Webster Ford. (Webster Ford era lo pseudonimo con cui aveva iniziato a pubblicare.)

Arnold Boecklin, nell’Isola dei morti, ha inciso le proprie iniziali su una tomba, in primo piano. Scrive Alberto Savinio: “Mai l’abitazione dell’uomo dentro il suo mondo poetico è stata altrettanto completa”. Ma anche Lee Masters s’è riservato una tomba nel cimitero di Spoon River. E in quel congedo amarissimo ha anche spiegato perché non avrebbe più scritto un libro: perché “le sue foglie erano troppo secche per farne corone”: cioè per la sua natura di epigono, di post-poeta che scrive quando la poesia è già finita. Con poche parole, Masters ha dato prova di essere consapevole più di tutti dei suoi limiti, della sua natura di poeta non grandissimo, ma “visitato” dal sentimento del tramonto di un’epoca, e con essa del tramonto della poesia. E’ un incendiarsi del cielo al tramonto, un saluto ai lettori sincero e scottante: un momento di poesia che Lee Masters contagoccia sulla sua provincia logora e sanguinante.

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