Cesare Pavese, “La terra e la morte”

La terra, per Pavese, non significa solo la morte, ma anche l’immutabilità della natura e delle stagioni. La quaglia, le viti, le colline: Pavese nomina di continuo queste cose, nomina la natura, quella vivente e quella non vivente, con l’attitudine familiare e insieme fantastico-lirica di un Virgilio. I versi di La terra e la morte vivono della tensione fra uno sguardo smitizzante e uno sguardo mitizzatore, fra l’abitudine che ha fatto perdere di fascino alla cosa e il perdurare del sogno della cosa. Una disposizione terragna, concreta, e insieme sognante, una disperazione senza sbocchi né suoni, gli ultimi residui d’una tetra passionalità,  la doppia alienazione dovuta alla condizione d’intellettuale e al dolore del fascismo e della guerra: tutto questo dà origine a un canto estatico, oscuro ed immoto, in cui rivolta e rassegnazione sono fuse, in cui l’antico contrasto fra oggettivo e soggettivo è risolto attraverso l’oggettivazione dell’io poetico negli elementi della natura: quasi un assaggio di sepoltura, una rinuncia alla vita individuale con l’estrema speranza (o l’estrema disperazione) che sopravviva nella vita del cosmo. Ma forse non si può nemmeno parlare di cosmo, perché in Pavese la terra è la sua terra, vissuta con primordiale, superstizioso, pagano attaccamento. Il “cosmo” è una striscia di terra, una lingua di campagna fra le Langhe. Un pugno di terra. Lì il grido della quaglia assurge a ideogramma funebre come il Naturlaut nella musica di Mahler, senza però avere, di quest’ultimo, la raffinata stilizzazione, e conservando invece il carattere concreto, biologico, tellurico delle cose. Mahler visse a Vienna, Pavese nelle Langhe.

*

C’è una terra che tace
e non è terra tua.
C’è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.

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