Prigioniero dell’immutabile: Cesare Pavese

Parlare di Pavese può essere perfino imbarazzante. Si è detto molto di lui, e spesso per ragioni extraletterarie. La sua figura esercita un fascino che va al di là del valore delle sue pagine, e ha a che vedere con le ragioni più profonde –e imperscrutabili- del male di vivere, del conflitto tra vita e letteratura. Lui stesso si definiva “una delle voci più isolate” del Novecento. Quest’isolamento è visibile nella mancanza di eredi. Chi ha raccolto il testimone di Pavese? Fortini ricordava che tanti scrittori italiani credevano di non aver ricevuto nulla da Pavese. Moravia ostentò sempre disprezzo. Pasolini non lo amava –forse perché troppo diverso era in loro l’amor mortis: drammatico, plastico, attivo quello del friulano; tetragono, senza dialettica, una disperazione senza suoni né sbocchi quello del piemontese.

Anche il percorso di Pavese ha qualcosa d’immoto. Pavese sembra nascere già maturo. Le poesie di Lavorare stanca, le lettere dal confino rivelano una scrittura priva di acerbità, di slanci, d’ingenuità, che sorprende in un autore non ancora trentenne: è una scrittura cui nulla manca se non uno spiraglio d’imperfezione, una ridondanza, uno scatto, un uscir fuori dalle righe. Pavese ostenta un tono antiletterario, fatto di cose; ma sembra non dimenticarsi mai d’essere uno scrittore, e si priva di quei momenti di fascino che arrivano quando lo scrittore dimentica il suo mestiere e scopre la sua stessa scrittura con stupore, quando le parole gli riescono affascinanti e nuove come se le usasse per la prima volta, come se ne apprendesse solo ora il significato. Lo scrittore ha in sé la gioia d’un bambino che non smette mai di scoprire il linguaggio, che ci gioca, che manipola le parole come pongo; ha l’amore scrupoloso d’un artigiano che intaglia il suo legno. Pavese non è capace di questa gioia. E’ come se per lui tutto avesse perso d’importanza prima ancora di cominciare: “L’alba s’alzava che il giorno era già vecchio”, dice il protagonista dei Mari del Sud.

Queste sono le ragioni del fascino di Pavese, questi i suoi peccati capitali. Perché la sua figura è tanto potente quanto chiusa in se stessa; il suo idioma così idiomatico da non poter essere usato da altri.

Io ho trovato il miglior Pavese in alcune, poche poesie di Lavorare stanca, nei Dialoghi con Leucò, nelle poesie di La terra e la morte, nelle pagine di Fuoco grande e nel diario Il mestiere di vivere. La narrativa mi appare viziata dal disinteresse per i personaggi e le psicologie: un disinteresse che non assurge a cifra stilistica perché Pavese non ne fa una poetica, ma solo una posizione di principio. In molte pagine critiche ha dichiarato il suo disprezzo per i personaggi. Lavorare sui personaggi, per lui, era un anacronismo dopo che il realismo americano aveva insegnato a osservare uomini e cose con lo stesso sguardo. In una pagina di diario, scrive che la modernità del Moby Dick è nel suo essere “ritmo, non personaggi”. Ma il ritmo, di per sé, il movimento continuo delle pure forme, porta a uno svuotamento del racconto. Lo notò già Emilio Cecchi, che paragonò Pavese a Sherwood Anderson. Lo notò Calvino, che commentando Tra donne sole gli rimproverò certe inattendibilità narrative -sebbene il racconto fosse “condotto da papa”.  Quando l’abilità costruttiva di Pavese si sostanzia di contenuti umani, come ne La casa in collina, allora il racconto funziona; altrimenti, si riduce a una gesticolazione narrativa estetizzante, a poco più d’un pretesto, come nel Diavolo sulle colline. Il rifiuto dei personaggi è solo un tentativo, per Pavese, di dare una dignità letteraria alle proprie paure esistenziali. Per disinteressarsi dell’umano bisogna avere lo sguardo iperlucido di un Robbe-Grillet, non occhi velati di reminiscenze decadenti.

La tendenza a ridurre l’uomo ad astrazione si accentua sotto l’influsso dell’antropologia. Pavese è disumanizzante nel suo continuo ricondur tutto agli archetipi. Se mai mi fa pensare a un altro autore, è a Nietzsche: entrambi immersi in un bagno mediterraneo, fatto di ripetizioni rituali e feroce scavo sotto le apparenze della morale borghese; entrambi condannati a una durissima solitudine; entrambi nutriti d’una visione dell’umanità che attinge ai più scettici prosatori secenteschi (La Rochefoucault); entrambi, infine, protagonisti di un dramma che li portò a identificarsi con la propria opera fino a morire (Nietzsche, vessillifero del dionisismo, nei “biglietti della follia” si firmava Dioniso; Pavese, dopo aver insistito sull’archetipo infernale amore-morte, si tolse la vita per una delusione d’amore).

Nel Mestiere di vivere Pavese sembra guardare al proprio suicidio come a un inevitabile, o meglio, per usare una parola a lui più consona, a un fato. Nel 1938 scrive “Quel ch’è stato, sarà”, frase che tornerà nel più bello dei Dialoghi con Leucò, L’inconsolabile. Frase che tornerà in molti altri luoghi del diario, e che sembra il manifesto d’un suicida: vi è negata ogni soluzione; tutto è nient’altro che eterno ritorno. La ciclicità ch’essa esprime, però, doveva ancora rivelare il suo senso ultimo. A partire dal 1939, Pavese sviluppa una riflessione sul mito, luogo per eccellenza della ripetizione rituale, e luogo in cui i regni umano, animale, vegetale e minerale trascorrono l’uno nell’altro a significare l’eterno rinnovarsi del ciclo vita-morte. Nelle poesie di La terra e la morte è evidente il reificarsi dei sentimenti in una natura carica di valenze simboliche:  la vigna, la quaglia, la terra, il mare… si sente tutta l’aspirazione di Pavese a farsi cosa, a ritornare nel grembo della terra. E quest’aspirazione passa per il rito e il simbolo.

Pavese, ormai, è prigioniero del meccanismo del suicidio: un meccanismo che gli fa credere che darsi la morte sia un destino ineluttabile. Ogni ripetizione è per lui una beffarda conferma. Nel 1938 progettava d’uccidersi per una delusione d’amore, e scriveva “Quel ch’è stato, sarà”; nel 1950 si toglie la vita per un’altra delusione d’amore. Non ha nemmeno provato a cambiare il suo destino. Nelle ultime pagine del diario, quando ha già stabilito d’uccidersi, non sembra combattuto fra la morte e la vita: guarda al proprio suicidio come a un dovere, di fronte al quale si deve solo mantenere la dignità (la preoccupazione di “finire con stile”).

Ma Pavese non è solo adolescenza e suicidio. E’ stato anche il massimo sprovincializzatore della cultura italiana, l’inventore di una scrittura modernissima, di galileiana limpidezza, depurata di tecnicismi letterari, di gergalità intellettualistiche e dei barocchismi cari alla prosa italiana anche successiva. Il confronto con la scrittura di Pasolini è illuminante: la frase di Pasolini appartiene ancora alla tradizione letteraria, anche se la tormenta, la deforma, la rende espressionistica; Pavese è al di là di quella tradizione. La sua scrittura è troppo distillata, quintessenziale, troppo interiorizzata per potersi concedere un solo indugio su qualcosa di diverso da se stessa. Questo il suo grave limite, ma anche la ragione del suo fascino e della sua forza.

Se confrontiamo l’America di Soldati con quella di Pavese, vediamo che per Soldati l’America è un’esperienza esistenziale, poiché c’è stato; per Pavese è un’esperienza puramente culturale. Soldati accetta la tradizione classica italiana e la sua lingua, ed è un narratore ottocentesco, che crede nei personaggi; il contatto con l’America lo porta a dare un taglio più cinematografico al racconto, ad adottare ritmi più incalzanti, a rendere più vivace, più sbrigliato, più colloquiale il suo frasario, ma senza che la tradizione venga messa in discussione. La scelta “americana” di Pavese intacca la sua opera a tutti i livelli: riduzione del ruolo dei personaggi, riduzione delle dimensioni del racconto, assorbimento degli aspetti descrittivo e psicologico in una macchina narrativa che accoglie la lezione di Hemingway e la piega ad esprimere una desolata visione dell’eterno ritorno; rifiuto della lingua della tradizione classica italiana; in poesia, preferenza per il timbro epico. L’America di Soldati è come la Polinesia di Gauguin, quella di Pavese come l’Africa e l’antica Iberia di Picasso.

Ma Pavese ha coltivato la sua modernità nell’isolamento, quasi nella segregazione. La cultura italiana s’è potuta giovar poco di questa lezione. La sua opera, nata già matura, non ha potuto svilupparsi in pienezza e potenza per i limiti non dello scrittore, ma dell’uomo: per la sua mancanza di vitalità, per la sua reticenza a confrontarsi con l’umano, per il bisogno tutto privato di usare la letteratura come alibi, rifugio, terreno sicuro e arretrato. Il fascino che questo scrittore continua a esercitare è inscindibile dal suo dramma umano, da tutto ciò che nella sua opera è rimasto inespresso; è un fascino che si nutre dallo iato, rimasto aperto, tra il valore e la novità della sua concezione e il valore effettivo della sua pagina letteraria.

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