Ripensando Walt Whitman

Whitman fu un poeta che scriveva “in preda al panico”, sotto l’impulso martellante dell’ispirazione, e per questo raramente centrava l’obiettivo. Ma quando lo centrava, la sua freccia rimaneva lì, impossibile da estrarre.

La sua modernità forse non è stata ancora indagata appieno: alla metafisica contrappone il corpo; alla morale il “canto di se stesso”. Non siamo lontani da Nietzsche: anzi, privo dei residui metafisici che pur restano nel filosofo tedesco, Whitman riesce, meglio di lui, a “mordere il serpente”: e parte da una disperazione senza scampo, da un contatto senza mediazioni coll’orrore della vita, per trasformare questa disperazione in epica. La sua grandezza è nella sua innocenza: ha letto poco, quel che ha letto non l’ha capito bene; ma ha colto l’aria del suo tempo da una prospettiva particolarissima, quella del materialismo-individualismo americano mescolato a letture delle Upanishad e di Omero.

Il suo vitalismo, la sua religione dell’americanità (non dico “americanismo” perché è termine storicamente connotato, riferito ad epoca successiva) sono il contraltare d’una crisi dalle cui pieghe affiora costante il pensiero della morte. L’eterno ritorno è il punto di partenza. Ma Whitman lo “neutralizza” con le sue letture orientali: lo accetta con più serenità di Leopardi e di Nietsche, perché la sua non è riflessione culturalmente mediata, né si salda a una privata incapacità di vivere; la materiale caducità del mondo, la sua irredimibilità sono un puro dato esistenziale, a cui si rimedia col vitalismo. Lo scrivere è istinto di sopravvivenza. Se consideriamo che, in pieno Novecento, Pasolini si dichiarava “empirico”, ci rendiamo conto di quanto l’empirismo di Whitman sia ancora più radicale. Ma Whitman differisce dall’italiano anche perché assolutamente privo di amor mortis: in lui, il pensiero della morte è inglobato nell’incessante fluire della vita: che è vita dell’individuo, sì, ma anche -orientalmente, e in contraddizione con l’individualismo di cui si proclama alfiere- vita cosmica, vita del tutto dove dalla fine del singolo nascono cento buoni inizi. Dunque, Whitman ha, più che superato, azzerato l’antitesi vita-morte su cui riposa il pensiero occidentale. Con lui siamo al grado zero della crisi dell’Occidente, ma anche al suo momento più eroico: questo poeta istintivo e sensitivo ha rappresentato un mondo dal quale ogni orizzonte è scomparso, ogni teleologia s’è ritirata, dove la vita si spiega con la vita, e vita e morte sono associate nell’archetipo bio-mitologico che accomuna inizio e fine. L’essere umano, in questo mondo, è bestia tra le bestie, cosa tra le cose, le passioni e i conflitti sono vita della terra e del cosmo. Non esistendo più un centro regolatore, emanatore di valori, l’Io è la misura di tutte le cose.

E’ per questo che il dato di partenza non dà occasione a una poesia della crisi e del nulla, ma si capovolge nell’entusiasmo di cavalcare quel mare senza orizzonti, nell’entusiasmo del viaggio per il viaggio, nel gusto della “bussola che va impazzita all’avventura”. Ed è l’innocenza di Whitman a permetterlo –la stessa che, ai suoi tempi, lo faceva sembrare un esaltato. Whitman gode di questo mare senza approdi, che va navigato giorno per giorno senza sapere dove porta, in uno stato di quasi-follia o d’infanzia perenne.

Leaves of grass è un libro antico: la sua tecnica non affonda nella moderna poesia occidentale, ma nei Salmi, nell’epica omerica, nei testi primigeni dell’umanità. Non è una tecnica raffinata, ma rozza, tagliata con l’accetta. Con una tecnica così e con quello spirito febbrile, si cade facilmente nell’enfasi. Ma un capolavoro come Fuor della culla non è un capolavoro di pulizia: è un capolavoro perché quando si comincia a leggerlo e si arriva alla fine, ci si accorge d’aver letto qualcosa che, con una forma più perfetta, non sarebbe stato altrettnto potente. Il miracolo è aver assistito al modo in cui la forma prende forma, lentamente, tra formule ed errori. Whitman è come quei grandi direttori d’orchestra tedeschi -come Furtwaengler, come Knappertsbusch- che all’inizio si muovono in un accozzo di errori; poi mano a mano che la forma prende forma, ci trascinano con loro alla scoperta delle sue radici più pure, della sua oratoria, del suo slancio novalisiano e bacchico. Quando Whitman riesce a “fare centro”, le sue poesie hanno il valore aggiunto della forma che si forma. Al contrario, sono pura gesticolazione pletorica.

La sua influenza s’è sentita ovunque, ma è stata usata a pretesto estetizzante (D’Annunzio), o piegata a esigenze ideologiche che toglievano all’epica il suo dato fondamentale, l’innocenza (il Neruda di Canto generale). Il più whitmaniano fra gl’italiani, il Pavese dei Mari del Sud, ha poi preso altre strade. Insomma: siamo stati bravi ad amare questo poeta, a imitarlo, ma ne abbiamo respinto il nocciolo inquietante, l’invito a consegnarci nudi bruchi al nostro niente; e a non averne angoscia, ma a esaltarci; il “vivere liberi dall’illusione della vita” che apparenta Whitman a Cioran.

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