Eliza Macadan: un poema come d’amore

zamalekRare volte la scrittura sa essere insieme diretta e profonda. Sono due qualità che sembrano escludersi a vicenda. Eliza Macadan invece le concilia, con una naturalezza disarmante. Disarmante ancor di più se pensiamo che la sua poesia è scritta in una lingua che non è quella che parla ogni giorno. Romena vissuta in Italia, giornalista di professione, Eliza scrive in un italiano scarnificato che non è la sua lingua madre, ma è la lingua della sua poesia. La lingua scelta per la sua poesia. Volutamente non rifinita – non per mancanza di senso della forma, ma per sensibilità ai limiti della parola. Il reale filtra attraverso il suo italiano con freschezza e vigore. E per “reale” non intendo solo i dati di realtà, ma anche i sentimenti che vi si accompagnano. La scrittura lascia loro spazio, è una scrittura non protagonista. La musica di questi versi non è musica italiana, non solo perché non usa la metrica italiana, ma perché fa a meno della nostra tradizione. E’ estranea a quel classicismo con cui tutti noi ci confrontiamo, anche per stravolgerlo. Ma è estranea anche alla nostra sensibilità, alle convenzioni sociali legate alla nostra lingua. Espressioni e rime che noi eviteremmo perché sanno di canzone, lei le scrive senza imbarazzo. Non cerca con esse un contrasto o un’accentuazione espressiva, una spezzatura del discorso: no, lei le scrive perché le vengono. Non lavora troppo di lima. La poesia le appare come un tutt’uno, chiaro nelle sue articolazioni. E lei la passa a noi, spostandola dal luogo in cui le è apparsa a quello in cui noi la leggiamo. Scrive quasi di getto. Usa le parole come sfumature del volto, percepibili solo da uno sguardo attento. Poco autoriale, poco autoritaria, nelle fotografie Eliza è una donna di 51 anni, bella e giovanile, con un sorriso triste, un po’ sfuggente e senza un filo di trucco. La sua poesia somiglia al suo aspetto. E’ limpida e intensa, e nulla che non sia espressivo vi ha diritto di cittadinanza. E così, diagnosi atroci le cadono dalla penna quasi inavvertite. Frasi di una malinconia desolata le vengono come sorrisi. Umana, disincantata, tragicamente giocosa, Eliza non custodisce la sua creatività come un fuoco sacro. Quando ne parla, anzi, ne parla come di una cosa che le accade quasi controvoglia; che le passa attraverso; che è più una sorgente d’ansia che un dono.

Le 20 poesie di Zamalek – Solo andata (Editura Eikon, Bucarest, 2018) “parlano” d’amore, e pur nel pudore dei mezzi, scoprono un lato ardente dell’autrice, un dolore entusiastico. Nelle letterature dell’Est, il contatto col dolore è a volte così diretto da riuscire esaltante. E’ così anche in questa poesia, che “traduce” dalla lingua interiore a una lingua che sembra adottata per la sua possibilità di oggettivare, di porre alla giusta distanza una materia incandescente per restituirla al massimo della nitidezza.

Eccoci dunque a questo modernissimo canto di un amore vissuto solo in parte. “Un poema come d’amore”, è il sottotitolo della plaquette. Ma questo come amore è forte come un amore vissuto. Gli amanti si sognano, si desiderano, si scrivono, ma quasi mai s’incontrano. Anzi, s’incontrano un’unica volta:

«avrei voluto fumare
le ultime due sigarette della
mia vita con te
e non è stato
il destino a opporsi
ma un mero
satellite lo stesso
che ci ha permesso
il nostro unico
momento di intimità
in un bagno pubblico
parigino»

Una conflagrazione cosmica, quasi una nuova deriva dei continenti si configura nelle prime due poesie. “La tua carezza è l’unica dimora che ho” dichiara impavida l’autrice. E inscena un amore smembrato tra città e continenti diversi:

«questo è un letto
poggiato su due continenti
qui i respiri si tagliano
a vicenda
si procrea senza semi
sta cambiando il DNA
non c’è più bisogno di corpi
solo le menti ci possono salvare»

I testi nominano Oxford e Vienna, nominano la depressione e la nevrosi. Con prode semplicità, Eliza mette a nudo l’amore al tempo di Internet, un amore incorporeo o poco corporeo, fatto d’impulso elettrico:

«… le notizie stanno ferme
nelle fibre ottiche
tu mi manchi e mi manchi
e non so mentire
è così che ti posso tenere solo per me»

Tra impeti giovanili (“dovevi arrivare tu / cavalcando le nuvole”) e tracciati di un erotismo più esplicito (“occhi forbici pronte / per fare a pezzi / i miei vestiti”) si rappresenta il dramma di un sentimento ostacolato dai dati di realtà e che solo l’immaginazione rende vivibile nella sua pienezza. Le parole, mezzo d’espressione di un amore che non trova un corpo, sono al contempo benedette e maledette, offrono una temporanea liberazione e sanciscono una impossibilità concreta:

«la distanza è sicurezza
le parole
incubi in allestimento»

«lei ti diceva che i versi si scrivono
in lacrime con il grido chiuso in gola
e tu ridevi
ridi ora che ti si sgretolano
le ossa dal dolore»

«è questo il mistero che
nessuno sa slegare
il nettare che dal dolore
fuoriesce
e ci spinge avanti nella
specie
poi si scrive poesia
nella tortura
amara o dolce che sia
si fa forte»

Esortazioni (“ora metti sul tavolo / i soldi per l’anima / e portami con te”), invettive (“toglimi dalla tua preghiera / così posso tornare / al mio Dio”), frammenti di disperazione (“dormivo nella morte”) scandiscono il racconto di questo come amore. Un amore che si autoalimenta, si avvolge su se stesso, cresce. Il punto di rottura è continuamente vicino, ma non viene mai raggiunto:

«potrei amarti ancora
ma scelgo
di liberarti ora
ammazziamo però tutti i diavoli
prima di dormire»

Così è scritto nella poesia V. Ma le ultime parole del poema sono parole di fuoco:

«bruciamo tutto
siamo vandali noi due
siamo un’orda
pronta ad appendersi
alla stessa corda»

Sostando su riflessioni esistenziali e su oasi di pacatezza inquieta, il tragitto del poema non si compie. Non c’è conclusione in questa narrazione e, soprattutto, la conclusione non ci riguarda: riguarda solo i due protagonisti e le loro vite, non attiene al campo semantico del come amore messo in moto dall’autrice.

Una poesia soggettiva dunque, ma universale. Eliza non ha paura di dire io, ma a volte si distacca e scrive in terza persona. Scrive di se stessa con distacco, in quei momenti, o scrive d’altri? Non lo sappiamo e non importa. Non importa il fatto, ma la sua traccia. Il diagramma lasciato dalle sue tracce. Da tempo siamo abituati a biasimare l’io in letteratura, vi vediamo un segno d’adolescenza e di dannunzianesimo. L’io di Eliza Macadan è segno, invece, d’estremo disincanto. Pensare che la scrittura si scriva da sola, senza l’ingombro dell’io, è un mito romantico all’inverso. E qui non ci sono miti, al massimo visioni. Vissute e riferite, però, con un’onestà radicale. La stessa che fa adottare come lingua poetica un italiano quasi minimo, e che fa dire “io” perché ogni esperienza, per quanto universale, è circoscritta.

Annunci

Curriculum

Il-donatore-feliceSono nato in una provincia soffocante come la somma di tutte le province, e lì ho vissuto fino ai 19 anni. Poi sono venuti i miei anni verdi: verdi perché all’università sono sbocciato, e verdi perché vissuti in mezzo al verde, a Siena, vicino alle colline del Chianti e a pochi passi dall’Orto de’ Pecci. La mattina vedevo la levata del sole da Via del Porrione, l’Orto era ancora coperto dalla foschia, poi mano a mano si schiariva… Sono cresciuto lì la seconda volta, fra i canti dei contradaioli sbronzi e l’odore di carne delle loro interminabili cene, fra Jean Vigo alla sala cinema di Lettere e i tavolini di Amnesty International. Poi sono tornato un anno nella mia provincia, e sono di nuovo soffocato. Sono tornato in Toscana nel 2008, a Firenze. Ero completamente solo lì, avevo un’amica pazza che studiava musica e a malapena si accorgeva di avere gente intorno. Ogni tanto incontravamo qualche suonatore ambulante e lei ci si fermava a parlare. Ora so che non è più così pazza: peccato, mi piaceva la sua follia. A Firenze facevo il portinaio, stavo sprofondato tutto il giorno dietro a un vetro, alzavo e abbassavo una sbarra e scrivevo poesie di nascosto, fra l’arrivo di un camion e quello di un’autocisterna. Di notte preparavo articoli per un editore online. Nel frattempo studiavo ancora. Mi sono trasferito a Roma a trent’anni, quando ho conosciuto mia moglie. Di dove sono io? Mi affascina tutto ciò ch’è slavo, ma anche i siciliani. Qualcuno -credo Savinio- ha scritto che siciliani e russi si somigliano e che Pirandello e Dostoevskij non sono poi tanto lontani. Credo non avesse tutti i torti.

Quanto a me, pratico una scrittura di confine perché non sono abbastanza colto per la critica, né abbastanza poetico per la poesia, né così poco poetico da scrivere in prosa. Mi piacciono più i minori dei maggiori e preferisco i capolavori imperfetti.

Che altro volete sapere?

Il quoziente di salvezza della parola: su “Andare per salti” di Annamaria Ferramosca

annamaria-ferramosca-portrait-1«La prima impressione lasciatami da questa silloge di Annamaria Ferramosca è quella di uno straordinario senso di libertà, che si sprigiona da contesti di vita quotidiana (interni, passeggiate, viaggi in treno, supermercati), area domestica con segnali come recita il titolo di uno dei testi poetici» scrive Caterina Davinio nella meravigliosa prefazione. E continua: «Un’aria quasi immateriale spira nelle cose, delineate con rapidi cenni, che appaiono contaminate ad ogni passo […] dal senso del nulla, senza tuttavia accenti drammatici o tragici, come se il rigore imposto alla forma poetica smussasse tutte le asperità, le angosce, stemperandole di contemplativo, di saggia constatazione». Difficile dire meglio e più poeticamente.

In una poesia che spesso esprime l’orrore dell’umano, tutto è a misura d’uomo, tutto è rimpicciolito da un vivace understatement. Un plurilinguismo piccolo, ritmi di canzone, apparizioni di linguaggio scientifico e minime trasfigurazioni fantascientifiche. Neologismi fatti d’innesti di parole comuni. Alla minaccia del disumano, all’immanenza del Nulla, Ferramosca contrappone una misura, un’ironia, un’intimità che non è intimismo perché non scivola mai nella confessione: piuttosto è una riappropriazione di spazi di tenerezza. E procede costruendo archi robusti con cui organizzare questo vuoto. Capovolge il nulla nell’agire, in un agire pacato innervato però dalle pulsazioni di una vitalità colma di gioia e di angoscia. Non si dimentica mai né della “gioia di scrivere”, né dell’angoscia che ha dato impulso allo scrivere. Lavora di fraseggio. E difatti la memoria che lascia Andare per salti (Arcipelago Itaca Edizioni, 2017) è quella di una grande musicalità, una musicalità arieggiata impregnata di luce e di calore. E’ come ricevere il sole sotto un vasto portico. Scrivere è trattenere ciò che di umano e gioioso sta per scappare dalle mani, si direbbe.

Il mezzo principe di questo trattenere è uno sperimentalismo pacato, un pluristilismo attinto dalla quotidianità, che fa avvertire come una piazza vociante dietro il canto limpido dell’autrice. Un canto mai dimentico del reale e mai degli altri: mai intimistico, dunque, perché mai solitario.

Per quest’autrice, fondamentale è il quoziente di salvezza -non in senso religioso- che la parola contiene anche là dove dice la disperazione: e questo contenuto salvifico non può prescindere dal riconoscimento degli affetti. Dove questa poesia è laudativa, lo è per scelta e in conseguenza della problematica che adotta, non per un abbandono incontrollato alle emozioni che è completamente estraneo al suo carattere. Certo, Ferramosca non teme le emozioni, non teme di dire gli affetti. Ma li risolve in forma. Per questo usa una lingua così mossa e, al contempo, pacata. E’ un’artista di sintesi, che agisce tuttavia nelle sconnessure. Solo l’inconciliabile la interessa, ma lo accosta con lo spirito di un medico, che nella malattia affonda avendo per obiettivo la salute. Quando entra in contatto con l’immedicabile, il suo lirismo si fa straziante. Ma l’interrogazione non cessa d’essere tagliente. Come vediamo in Capigliatura di medusa, dedicata «a chi mi ha tolto Sandra, Liviana, Assunta, Gianmario»:

«procedi per allusioni
per sotterfugi sottili ti sottrai
e intanto lievita
questa bella estate di frutti e led

ora so di aver vissuto solo per stanarti
un’intera villa a decrittare invano
i cartelli che pianti sulle svolte
le scritte pallide     le frasi
lasciate qua e là smozzicate
(per discrezione o forse
per una più veloce eutanasia)     ma
sai bene quanto intollerabile sia
conoscere i dettagli del viaggio se
non si è in vista dell’approdo
mentre stordisce intorno
il profumo dell’erba e tutto il moto amoroso
dei corpi ignari

quale l’inganno originario quale la colpa
e tutto quel riso sardonico
che aleggia nell’universo
(si scende dal monte con la maschera
dalle labbra tirate per aver dovuto assistere
alla morte dei padri)
siamo impotenti     innocenti
curvi sotto il peso del nulla

non si chiede di nascere per la morte
non si chiede di morire per un’altra nascita

continuo a inseguirti a riconoscerti
continuo a non comprenderti»

Ma lo vediamo anche -a conferma della natura mai intimistica di questo poetare- nello splendido incipit di una poesia dedicata a Giulio Regeni («in una visione», scrive Caterina Davinio, «che ci presenta lo studioso, il pensatore, quale egli era, più che il caso politico e diplomatico», e quindi che gli restituisce l’umanità sottrattagli dalla visione dei media, e che sottrae quindi la «poesia civile» a tutto ciò che vi può essere di retorico e celebrativo):

«seduto
sul ramo impazzito del tempo
occhi sereni sui secoli
sulle ginocchia un taccuino di dubbi
in petto la certezza»

Forse l’unico appunto che si può fare all’autrice è di essersi lasciata andare, qua e là, ad una vena speculativa troppo esplicita, a un razionalismo ch’è parte integrante di lei, ma che preferiamo trovare nei risultati piuttosto che dichiarato in teorie. Tutto il discorso sull’homo insipiens contemporaneo e sulle sue aberrazioni è meno caldo e meno intenso delle allusioni, nascoste in un verso o sottolineate con un un neologismo, che ci mostrano quest’aberrazione.

Da questa poesia di può uscire rassicurati. E’ un punto debole? Non sempre. La scrittura dev’essere perturbante, lo sappiamo. Ma quella di Andare per salti  non è poesia che conferma nelle certezze, non ci lascia tali quali eravamo ad apertura di libro. Piuttosto, ci lascia quella pace che solo si realizza nello stile. Solo lo stile può trascendere inquietudine e orrore senza rifiutarli, e può comprendere il lato noto e banale di una cosa assieme a quello sconosciuto e sconvolgente. La luminosità del ricomprendere. Questa è la luminosità con cui chiudiamo il libro.

Settembre

Buonanotte. Il grillo dal fondo della strada ha cantato
e l’odore del mare arriva più denso in questo silenzio.
L’estate è finita oramai: il sole
ad ogni tramonto ne porta via un po’.

La culla della luna ora sarà uno specchio azzurro
i vecchi rivolgeranno il culo alla marina
nei pomeriggi rancorosi passati a biascicare
che si stava meglio quando si stava peggio
e che, quando c’era lui, i treni arrivavano in orario.

E’ passato un altr’anno.
La terra ha fatto un altro giro attorno al fuoco.
Abbiamo bruciato altri versi, altri fasci di diari.

Il danaro è scappato dalle mani.
L’anima è diventata più avara.

Gli altri non sanno quanto costa l’amore.
Non lo sapranno, se non si sono consumati
come il juke-box che aspetta una moneta
per cantare.

Noi lo sappiamo.
Ci siamo sfibrati l’un l’altra in questa massacrante
gioia di vivere.
Ed è passata un’altra stagione.

Buonanotte. Ti sveglierai a settembre.

Il testamento di Jirō Taniguchi

forestamillenaria-taniguchi

Jirō Taniguchi è morto. Ha lasciato il mondo a febbraio 2017. Ma per fortuna non se ne è andato a mani vuote. La foresta millenaria è solo un frammento della graphic novel a cui stava lavorando. Ma è un frammento incantevole.

Non cerchiamo, nelle sue quaranta pagine, una trama. Cerchiamovi piuttosto un’atmosfera. Tutto il racconto è nello sguardo di Wataru, il bambino protagonista. Ha scritto Vittorio Giardino, curatore dell’edizione italiana: “Attraverso il suo sguardo scopriamo il fascino misterioso della foresta, fascino avvolgente ma non rassicurante, perché c’è pure un aspetto inquietante nella natura”. Il fascino di queste tavole è nel rapporto tra lo sguardo trasparente del bambino e la natura. Un impatto immediato e innocente, terrorizzante, stupefacente. Non ci sono cose eccezionali. Un bambino, una famiglia, dei ragazzi, dei giochi. Tutte cose ordinarie. Ma trasfigurate dal panteismo perturbante e pacificato di Taniguchi. Un panteismo moderno moderno i cui contorni sono fissati dal tratto chiarissimo, ma vibratile e ipersensibile del disegnatore. La partenza del bambino e il suo impatto con la famiglia si colorano di implicazioni catastrofiche; le scene in famiglia sono un’elegia piena di terremoti emotivi sottotraccia. I bambini sono come spiritelli. E la natura è la natura potente e indifferente di un Leopardi, guardata con la rassegnata contemplatività di un orientale. Taniguchi trascolora continuamente dalla percezione panica e sovrannaturale alla vita ordinaria: basta che Wataru cada dall’albero e i compagni di giochi si preoccupino per lui, che subito riconosciamo in loro dei bambini comuni, e l’albero smette di essere un fossile per riacquistare l’aspetto dell’albero su cui tutti ci siamo arrampicati. Ma è vero anche il contrario: per quanto un oggetto sia familiare, non è mai del tutto rassicurante: sembra sempre che possa trasformarsi nel suo Doppio perturbante ogni momento.

Scrive ancora Vittorio Giardino: “Riconosco nei disegni di Jirō Taniguchi qualcosa che vedo ogni giorno, come il balenare improvviso nel verde cupo della foresta di un ammasso di rocce chiare”. Egli quindi riconosce l’ordinario nello straordinario e viceversa. In ogni sua graphic novel il mondo guardato e disegnato diventa insieme misterioso e lineare. Conosciamo la famosa definizione di Calvino: poeta è chi trova l’oceano in un bicchiere. Taniguchi trova anche il bicchiere nell’oceano: l’uno si capovolge nell’altro.

Purtroppo, non abbiamo la seconda parte del fumetto. Possiamo intuirla nelle tavole preparatorie che Giardino ha pubblicato in appendice. Ma La foresta millenaria funziona anche così. Come un tronco che appare e s’inabissa. Ci introduce ai suoi misteri e poi ci lascia. Ci indica qualcosa: la strada, poi, dobbiamo trovarla da soli. E’ il nuovo Oriente di Jirō Taniguchi, sprofondato nella tradizione e proiettato nel futuro. Un’alba vista al tramonto di un’esistenza

(Jirō Taniguchi, La foresta millenaria, prefazione e cura di Vittorio Giardino, Oblomov, 2018)

Il suono greco di Giovanni Asmundo

AperilibroTritticoCover

Nella prefazione a Trittico d’esordio (Edizioni Cofine, 2017, collana Aperilibri) Anna Maria Curci scrive:

Nella poesia di Giovanni Asmundo l’indicazione del volume del canto sembra sempre oscillare tra il piano e il pianissimo, indizio, questo, non certo di fragilità del dettato poetico, quanto piuttosto della volontà di colui che si definisce “figlio di scirocco” di opporre resistenza, per inaudito contrasto, al vociare del contingente. Il debito di riconoscenza alla tradizione della poesia italiana, gli echi foscoliani (“Se e quando rivedrò la secca sponda”) così come la presenza viva della mitologia classica, in questi testi un basso continuo che, più che manifestarsi per nomi ed esplicitazioni, è terreno fecondo sul quale la voce poetica muove i suoi passi, tutto ciò si fonde con una vista sul presente resa aguzza proprio dalla memoria serbata.

Sulla partitura di questa poesia, la dinamica oscilla forse fra il piano e il pianissimo, ma ci sono molti Sforzando. E il tempo non rallenta mai oltre l’Andante. Quello che voglio dire è che, se un attore dovesse interpretarla, dovrebbe avere una voce pacata ma scandita, sempre timbrata, esibire un fraseggio severo, ma mobile e fantasioso. Nella musica di Asmundo troviamo cluster di consonanti che determinano un suono leggermente mitragliato; e apprezziamo la mobilità di questi cluster, la loro sorvegliata disposizione lungo la partitura della pagina. Troviamo ritmi che l’autore scompone e ricompone senza perderli di vista. Tutto suggerisce una sovreccitazione sottopelle, una precipitazione, un disastro rimandato. Sembra di stare dinanzi ai cocci di un’anfora antica, che si tiene insieme solo grazie allo sguardo di chi la osserva, e che da un momento all’altro può rompersi.

«Scolpisci sull’alta rupe
questo mio nome
ma su pietra qualunque, così che
possa tornare qualcosa di me
alle tue dita, alla lira, al fragore.
Serbala in fasce al riparo
delle tue mura
ma posala all’alba, al lucore marnoso
maestoso abbaglio sul mare
così che non gravi di peso il telaio
là dove morse il languore e l’onda
si getta sull’alta rupe.»

Scrive ancora Anna Maria Curci:

Mobile, dinamica, creatrice, la resistenza, non già all’erosione provocata dal mare, thalassa […] ma a quella di detti vuoti e atti distruttivi, trasforma aggettivi e nomi in verbi che indicano un procedere, un evolversi: “azzurrare”, “rumorerà”.

E Giovanni Asmundo scrive:

«Sì, ci chiedevamo quale lascito
saremmo riusciti ad azzurrare.
Inseguendo smaniosi una catarsi
per anni edificammo
un piccolo cantuccio di memoria.

Isole, limoni, cocci neri:
in fondo ci riducevamo a così poche
immagini
e qualche capriola di scirocco
compresa una sonata per una donna buona.»

Caratteristiche della scrittura siciliana sono il senso plastico della forma e il sentimento mitico della morte. Se ripenso a scrittori e poeti, ma anche agli artisti figurativi che conosco, trovo in tutti l’incupito rimando allo spirito ellenico, il sopravvivere di una coscienza ellenica granitica sepolta sotto strati di medioevo. Il confronto con la contemporaneità, per questi autori, è uno scontro.

Scrive Anna Maria Curci:

[tutti e tre i poeti rappresentati in Trittico d’esordio] “intonano con timbri diversi i loro “canti di sponde, crateri e avamposti”. La tensione tra amore vissuto quotidianamente per la poesia tutta, e in diverse fogge di classicità, e lo sguardo sulla realtà, altrettanto vissuto, sofferto e sognante, trasfigurato e pungente, si manifesta talvolta come il dispiegarsi non urlato di un contrasto, talaltra come lo sporgersi, con la chiara nozione del rischio mortale, su un orrido, talaltra, infine, come vera e propria zuffa.

E scrive Asmundo:

«(E al riaffacciarci sul mare
dopo distanza che non si conta
ci sentimmo vicini assai
a quei fratelli, alla voce gettata:
thalassa…)

A metà. Un sentire rappreso.
L’Eletta, all’ora dei vespri. Alloro
alla Kalsa. Un confratello acceso
da stop d’automobile. Una bimba
curva e nascosta ride in cella
dietro a un cassonetto. Questa città
mi romperà la testa.

Un cortile di ciottoli ripreso
lama di luna, salso buio
una finestra d’osterio, un legno pinto,.
Trattenere i fiumi
con le dita.

Città di spigoli e smussi
di cocente illusione
di bocca secca.
Come l’ignoto che ha scritto quell’addio.
Ogni giorno a Palermo è un giungere
e un levare.
Una speranza di scoprire e un lascito.»

La poesia di Asmundo è intrinsecamente mitologica, ha una sua vita mitica che non nasce dal paesaggio visionario che descrive –un paesaggio dai tratti saviniani- ma dal suono. Ascoltiamolo dunque questo suono greco, quasi imprigionato nella selva di immagini che l’autore dispensa. E non trascuriamo di notare come il dialetto siciliano informi alcune soluzioni linguistiche, come rumorare, che chiaramente ricorda il sostantivo dialettale rumorata:

«Se arriveremo ai più cari pinoli
assordati da pini profumo
al morso della nostalgia delle more
prendendo in prestito gusci di tempo

le dita annerite e stinte, demiurghi
di vulcani, i piedi memori di sciare,
le mani i bordi accartocciati
dall’impazienza dei pomodori secchi

e se la calura volgerà in carezze
e gelsi bianchi solcheranno un cielo
e il mare rumorerà oltre i limoni,
staremo meriggi a schiacciare pinoli
callosi, al migrare d’aironi
e al durare d’estati.»

Oppure:

«Ritorneremo alle conchiglie vuote
reinventandole all’orecchio
alle rene di quarzo, al luccicare
del salso più inebriante, tra pale spinose
al profumo del fico dolciastro cotto al sole.

Antefisse in pezzi ai nostri piedi
odorerà perfino la pietra, di terra e mare.
Altrove, il greto polveroso scricchiola
sotto gli zoccoli del mulo
sciolto di calura.»

Trittico d’esordio contiene, oltre alle poesie di Asmundo, quelle di altri due giovani autori, Francesco Cagnetta e Vito Santoloquido. Di loro scriverò più avanti. Vorrei spendere però due parole per le edizioni Cofine e i loro Aperilibri: scarni fascicoli che costano solo 5 euro e permettono a tanta poesia di incontrare il pubblico che altrimenti non incontrerebbe mai, e a pubblici poco abbienti di accedere alla poesia, senza titillare il narcisismo degli autori, senza invogliarli a sbracciarsi per dimostrare al mondo che esistono, e lasciandoli liberi di migliorarsi.

Nikisch, per la madosca!

Arthur-Nikisch-2-«Se devo scegliere qualcuno, che sia Nikisch! Se avevi suonato con lui, tutti gli altri direttori erano fiacchi. Per la madosca! Arthur Nikisch, l’uomo più gentile che si potesse incontrare. Credo non abbia mai alzato la voce. Non ne aveva bisogno. Lui diceva: siete stati bravissimi, splendidi: solo, vi chiederei di cambiare questa piccola cosa… e questa… e quest’altra… Suonate come sentite!, diceva, ma alla fine suonavamo come diceva lui! Diavolo di un uomo, senza niente di diabolico. Otteneva sempre tutto quello che voleva. Il gesto in lui era poca cosa: usava poco le braccia. Usava gli occhi! Il momento che precede l’attacco, chi l’ha vissuto con Nikisch sa cosa vuol dire carisma. Era calmo, ma la musica che gli usciva era peggio che fuoco! Ci guardava tutti, uno per uno. Non dava l’attacco, lui ci persuadeva ad attaccare. Usava gli occhi! Erano sguardi d’intesa: “Ci siamo capiti, è una cosa che sappiamo solo noi due”. Guardava così tutti. Era tutto nelle tue mani, credevi, ti faceva sentire… indispensabile! Ogni orchestra con cui iniziava, diceva “E’ un onore lavorare con voi,  la migliore orchestra del mondo.” Ma lo diceva a tutte le orchestre… E chiamava tutti per nome. Gli altri direttori ti dicono: oboe fai così, violini fate così… Lui diceva: Signor Spiegelmann, può fare questa cosa per me? E noi ci sentivamo assoggettati. Perché, ci chiedevamo, dove diavolo ha trovato il tempo per imparare tutti i nomi e associarli a tutte le facce? Penso che fosse il suo metodo, che lui si preparasse sui nostri nomi come si preparava sulla partitura. Ma dal vivo sembrava una stregoneria. Non oso immaginare cosa fosse, per una donna, essere amata da lui. Sentirsi insostituibile e al tempo stesso essere in suo potere. Questo era stare con lui. Un musicista come quello non si dimentica. Uno che ti possiede l’anima. Mahler, Toscanini erano grandissimi, ma lui era più grande! Lui aveva quella dote di convincerti che la sua visione era l’unica possibile, la definitiva! E mi dispiace che abbia inciso, i grammofoni allora non erano in grado di catturare tutto il suono, tutto il carisma dell’interpretazione… E’ stato il musicista più espressivo. Ma adesso i giovani sentiranno le sue incisioni e le confronteranno con quelle di altri direttori e diranno: questo è meglio, questo è peggio… Ma non sapranno com’era! Non sono stupidi, capiscono che quelle registrazioni al grammofono non rendono l’idea… Ma non hanno altro mezzo per farsene un’idea! Di Mahler non resta nulla, non ha mai registrato, e ci si deve basare sugli elogi che gli hanno fatto. Mahler era egoista, non si abbassava a registrare al grammofono. Nikisch è stato generoso, ha voluto lasciare qualcosa di sé ed è rimasto fregato, perché ci si è sepolto nel grammofono, mentre il nome di Mahler vive nell’immaginazione di tutti quei suoni possibili che mai nessuno ha udito… Questa è la verità, per la madosca! In arte l’altruismo non paga.»

Per il mio funerale

maxresdefault

“Che cosa mi aspetta?”, chiese.

“Nulla”, rispose il dottore.

Il viso di lui si contrasse. Il dottore gli prese la mano. “Non vado via”, disse.

“Ma vado via io”, gli rispose.

“Devo andarmene e ho ancora tanto da dire”, pensò e non lo disse.

*

Per il mio funerale non voglio fiori. Non voglio nemmeno opere di bene. Crematemi e disperdete le ceneri in mare.

Non fate discorsi perché ricordo bene il discorso che fece il prete per mia madre. Disse un elogio funebre grandioso. “La nostra cara sorella Maria”, ripeteva. Ma mia madre si chiamava Michela. Non chiamate preti, e se possibile non fate nemmeno il funerale.

Dei miei taccuini fate quello che volete. Io sarò morto. I miei pensieri non sono imbarazzanti. Sarebbe imbarazzante che voi me li leggeste in faccia. Ma da morto… Anzi, conservateli i miei taccuini, sono l’unica traccia di me. Quello che ho fatto era sempre un compromesso con voi. I miei pensieri, invece, erano liberi. C’è più vita nell’inchiostro che nella maggior parte della vita.

Non chiedetevi se la mia vita è stata bella. La vita non è bella o brutta: è un caso fortuito. Per la maggior parte dei viventi è puro orrore. Vivono in schiavitù, sotto le bombe, esposti alle torture. Alcuni, più fortunati, hanno l’occasione di rendere bella la loro vita. Quasi sempre sprecano quell’occasione. Non so se l’ho sprecata anch’io.

La voglia di vivere l’ho sentita nella vongola, che quando cercavo d’aprirla serrava le valve in un tentativo estremo di non farsi uccidere. Ho creduto di sentirla nel rosmarino mentre lo strappavo. Ho visto la scienza della morte negli occhi di un animale che muore. Anche gli animali capiscono perfettamente quando si muore.

Questo è tutto. Il resto, dividetevelo come vi pare. Io non ci sarò.

*

Ci sono molti testamenti. Chi maledice tutto, chi perdona e chiede perdono, chi rinnova l’amore per la famiglia e maledice lo Stato che l’ha ucciso. Su come parlare della morte ci si è accapigliati per secoli.

Il dottore, da uomo di scienza, si attenne ai fatti. Disse: “Ora del decesso, sedici e quarantadue”.

Diario della pioggia

Copertina VerbaVolant Diario pioggiaLa doppia prefazione ci accoglie con una sventagliata di citazioni che va da Bob Dylan a Proust, da Dylan Dog a Stevenson, dai Beatles a Buñuel. Un discorso ambizioso, psichedelico, sconcertante. Ma lo sconcerto passa quando si volta pagina e inizia il fumetto. Di fronte ai risultati, le strane teorie stanno a zero. La pioggia del titolo inzuppa anime e coscienze, ma ci inzuppa anche fisicamente: la sentiamo nel cavo delle ossa, ne sentiamo il ticchettìo, grazie alla maestria del disegno e a un’atmosfera di catastrofe incombente che riecheggia Corto Maltese, il noir classico, il romanzo sudamericano. Intelligenti e sensitivi, Marcello Benfante e Gianni Allegra non puntano allo sviluppo narrativo, non articolano una “storia”, ma sfruttano il potenziale evocativo della pioggia, ne inseguono le linee di forza senza dare preferenza a nessuna, e lasciano al lettore l’inquietudine dell’incompiuto. Sta al lettore far risuonare nel suo repertorio interiore lo spavento di una catastrofe ambientale, il dolore smodato di un amore troncato da una vendetta assurda, la tragedia di un corpo trascinato alla morte dall’acqua. Il fumetto lascia tutto indeterminato, aprendo sul suo mondo opprimente la finestra pietosa della polisemia. Concreti restano il freddo, il bagnato, il dolore e la tristezza. E il fascino di una disperazione severa.

(Diario della pioggia di Marcello Benfante e Gianni Allegra, VerbaVolant edizioni, 2012)