“Pelle di fantasma” di Chiara Romanini: due note


chiara romanini

E’ un mondo di fantasmi quello di Chiara Romanini. Un mondo attraversare il quale è ipnotizzante. Il dolore innominabile, senza volto, che le sue visioni calcificano evoca più di un riferimento ai maestri, dai volti velati di Magritte all’accumulo di oggetti morti di Boltansky, da Man Ray alle melodie visive della pittura metafisica. Ma la mia cassetta degli attrezzi è troppo povera di riferimenti fronte a quest’arte perturbante. Quello che mi ha conquistato -e conquistato proprio come si conquista un innamorato, con finezza ma anche con primitività- è la poetica coerenza: così granitica che sembra non richiedere alcun obiettivo, alcun punto di vista. Sembra che le cose stiano proprio così come Chiara Romanini le ritrae. Che l’immagine si sia fatta da sola, sia sorta, si sia conglomerata nei millenni, si sia depositata sulla lastra fotografica. Oggettiva. Con la sua classica bellezza e la sua polverosa sporcizia. Col suo erotismo e il suo profumo di morte. Come una scrittura che si scriva da sé, senza l’ingombro dell’io di uno scrittore. Un miracolo che forse riesce meno laddove è riconoscibile la natura materiale degli oggetti raffigurati, o quando il dolore e l’eros sono riferibili ad un corpo e ad un’anima individuali: quelli dell’artista. Ma che riesce magnifico, invece, quando tutto è sovrapersonale e minerale. Quando il corpo di donna e gli oggetti partecipano dello stesso destino, e il volto invisibile canta il suo dolore senza identità. Allora questa fotografia fa bene come sa far bene l’arte quando affonda nell’orrore dell’umano e ce lo restituisce luminoso, perché tradotto in forma. Le fotografie in bianco e nero di Chiara Romanini non sono degli autoritratti: non ritraggono il corpo dell’artista, ma estraggono dalle sue forme un canto. Canto di un dolore gelido e universale. Tanto più corale quanto più spudoratamente ella mostra -o nasconde- se stessa.

(Giorgio Galli)

la pelle del fantasma

«Noi che il dolore ha fatto viaggiare nella nostra anima alla ricerca di un luogo di calma a cui appoggiarci, alla ricerca della stabilità nel male come gli altri nel bene, noi non siamo folli, siamo dei medici meravigliosi»: scrive Antonin Artaud. Per ogni artista queste parole risuonano sempre valide. Ogni opera – e questa mostra fotografica di Chiara Romanini Pelle di fantasma lo evidenzia – è un percorso non tanto di guarigione quanto di messa a fuoco del proprio personale dolore. Questa pudica e sofferta galleria di autoritratti spesso visti di schiena accenna a un silenzio tragico, a un non dicibile del vivente, nell’ottica di una via non maestra che costeggia i territori della conclamata o nascosta follia. «Dietro le facciate vedere quel / che mai avrei voluto sapere, dietro / ogni facciata vedere / quel che oggi non v’è» scrive Amelia Rosselli. Nell’essere “inadatti alla vita” pulsa l’energia sotterranea della vita e dell’arte, e il solo modo di costruire una nuova ragione è vivere intensamente la polifonia delle non-ragioni che la nutrono, senza temerne la complessità, e da lì trarne immagini. Ogni artista autentico è traversato da un turbamento psichico capace di amplificare, come cassa di risonanza, l’originalità utopica del suo pensiero-opera. Non è facile dimenticare questi gelidi e febbrili autoscatti, ora dentro una stanza, ora vicino a una finestra, ora in cortili chiusi, dove un personaggio femminile interagisce con i suoi fantasmi in modo sommesso e gentile, come dischiudendo una porta e permettendo all’osservatore di guardare. Ma l’arte di Chiara Romanini è proprio saper orientare quello sguardo nella direzione voluta dall’inconscio e dalla coscienza, usando l’arte fotografica come sonda psichica.

(Marco Ercolani)

mostra chiara romanini

Annunci

Chiara Romanini, La valse (1)

di Chiara Romanini. In La foce e la sorgente, n. 2, fascicolo primo

«…c’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta l’anima»

Queste parole, scritte al suo amante Rodin da Camille Claudel, mi si sono tatuate nell’anima, tanto mi rappresentano. La Valse, l’opera che tanto amo, racchiude, in un nome solo, tutta la passione e fragilità che sento per la vita.

Con il mio lavoro accolgo tutti i giorni il dolore, mi entra dentro come sangue caldo, parlo con persone che soffrono, che in alcuni casi non sanno sino a quando potranno abbracciare l’amato, tutte queste sensazioni mi si tatuano nell’anima e non si può mettere un muro, bisogna imparare a gestirle, a esprimere ciò che si prova. Perché siamo tutti figli, genitori, mogli e amanti, e tutti abbiamo il nostro supplizio interiore, nessuno può permettersi di giudicarlo, bisogna semplicemente accettarlo e ascoltarlo per riuscire a superarlo.

Le immagini sono l’elaborazione di ciò che sento quando la soglia è troppo alta. Queste mie fotografie, appartengono a un dialogo interiore, non è il corpo a scoprirsi ma i sentimenti.

La.Valse indossa l’animo di una Donna negata, raccolta nelle sue stanze, riflessa in un caleidoscopio di specchi; un silenzioso e lento mutamento. Un sentire continuo e sgretolante come un lamento perpetuo; una riflessione su esseri vomitati nel proprio destino, incisi da un profondo senso di inadeguatezza.

Figure frutto di una elaborazione di spiriti dolenti incontrati in sentieri nebbiosi.

Per ora sono questa: una donna che, raccolta nelle sue stanze, rimuove la stoffa dal suo animo…

la valse 1

la valse 2

la valse 3

la valse 4

la valse 5

la vlase 6

la valse 7

la valse 8

la valse 9

Comunicare

mestiere-comunicazione

(Su Postpopuli del 3 ottobre 2014)

Il responsabile dei servizi per la Comunicazione era il dottor Fausto Torrefranca. Il dottor Torrefranca era un comunicatore così perfetto che a tavola lo si poteva reggere al massimo per un quarto d’ora, dopodiché la sua comunicativa faceva l’effetto di un robot programmato per comportarsi come un imbonitore di piazza, ma che, per un errore di programmazione, continuava a fare l’imbonitore di piazza anche mentre deglutiva uno gnocco al ragù. A un corso di formazione per aspiranti assicuratori, il dottor Torrefranca aveva tenuto in scacco un’intera classe di aspiranti assicuratori, e per una domenica intera aveva insegnato loro la gestualità da adottare, le parole da usare o da evitare, le tecniche di rispecchiamento con cui abbindolare il cliente; ed era riuscito a umiliare tutti spiegando come e qualmente mancassero di un atteggiamento professionale, come le donne avessero più un atteggiamento da locanda a ore che di professionale ruffianeria, come il più emotivo del gruppo avesse una gestualità da dissociato e il più timido apparisse debole come un agnellino su cui i lupi si sarebbero gettati per sbranarlo, perché, ricordatelo bene, l’essere umano è un animale e quando sente l’odore del sangue si getta sulla preda, e chi si mostra debole è destinato a far da preda perché gli altri sentono l’odore del suo sangue. Questi ed altri eran gl’insegnamenti che colavano come oro dalla bocca del dottor Torrefranca, almeno per quella parte della comunicazione che è chiamata non verbale o paraverbale. Il suo insegnamento riguardo la verbalità poteva invece riassumersi in principi molto semplici: usare moltissime parole; evitare le parole concrete; se una cosa era concreta, non dirla. Naturalmente, per una buona comunicazione verbale era preferibile aver conseguito almeno un master in un Paese angloamericano, dove s’imparavano tante parole angloamericane che facevano più comunicazione rispetto alle gemelle italiane. Era come nella nota battuta: se nella vita uno dice “Voglio aprire una salumeria”, nella comunicazione deve quantomeno spiegare che intende aprire una startup innovativa destinata alla produzione e commercializzazione degli insaccati sliced.

Questo era l’insegnamento del dottor Torrefranca. Non un movimento della mano, non una alzata di sopracciglio, non una incrinatura nel tono della voce (vale a dire uno scarto nel mood della voce) appariva lasciato al caso. Il dottor Fausto Torrefranca era professionale financo quando espletava i suoi bisogni corporali. Aveva sempre la risposta pronta, anche se raramente si poteva capire il contenuto della risposta stessa. E quella sera di maggio, era domenica, gli aspiranti assicuratori avevano passato tutto il pomeriggio nelle grinfie del dottor Torrefranca ed erano onorati di poterci andare a cena nella mensa convenzionata colla compagnia assicurativa; e le rondini potevano lanciare a gola spiegata il loro stridìo fendiporpora nel cielo che imbruniva; e un ranuncolo poteva essere sorto come un errore in quel quartiere dove nessuna aiuola aveva interrotto l’efficienza dei capannoni destinati alla produzione di beni e dei palazzoni destinati alla produzione di soldi; e il mondo circostante poteva avere in serbo ogni sorta di sorprese, potevano arrivare pure gli extraterrestri quella sera, ma gli aspiranti assicuratori non avrebbero avuto occhi e orecchi che per il dottor Fausto Torrefranca. Il quale però non si rivelò un commensale all’altezza delle aspettative: prima intrattenne tutti i convitati col racconto dei suoi tempestosi rapporti col padre , poi colla storia di come e qualmente quest’ultimo non l’avesse mai riconosciuto e avesse quindi abbandonato lui e sua madre, onde il dottor Torrefranca portava il cognome della madre; poi andò a proporre i propri mirabolanti servigi comunicativi al direttore della mensa convenzionata colla compagnia assicurativa; e infine si prese una ciucca triste così triste che attaccò a cantare tristissime canzoni slave, spiegando che il suo cattivo padre era croato e che per questo lui conosceva quella musica e quella lingua; e il corpo controllatissimo del dottor Torrefranca, un vero strumento, durante il giorno, nelle mani della comunicazione aziendale, era divenuto, di sera, quello d’un bambino da portare a letto perché da solo non ce l’avrebbe fatta mai. Sia il suo verbale che il suo paraverbale avevano fatto cilecca quella sera. Ed al rientro in albergo, qualcuno degli aspiranti assicuratori era andato a letto colla sensazione d’aver sprecato una domenica e col rimpianto per quei filmati d’epoca dove si vede com’era la gestualità reale delle persone, prima che i consulenti d’immagine intervenissero a rovinarla.

Il dottor Fausto Torrefranca aveva svolto la sua professione come un apostolato, e come a un apostolato aveva sacrificato la sua vita: di sua moglie e di sua figlia s’eran presi cura i deboli, quelli di cui il dottore sentiva l’odore del sangue. Lui s’era accontentato di consolarsi nelle camere con coperta che la compagnia assicurativa gli metteva generosamente a disposizione. Il dottor Fausto Torrefranca svolgeva anche un fervente apostolato in chiesa, perché, quando il lavoro lo permetteva, andava a messa ed era molto devoto; e si pentiva sinceramente della sua passione per le camere con coperta, sì da ottenere l’assoluzione che poi gli consentiva di riprendere tutto come prima e di godere dei piacere di altre camere con coperta. Ma quella ciucca triste non passò inosservata. Il dottor Torrefranca aveva cinquantuno anni, era venuto il momento che si prendesse una lunga vacanza, che facesse spazio ad un giovane più appealing e più comunicativo, e soprattutto figlio del miglior district manager della compagnia, un giovanotto che, oltretutto, era stato davvero in America e aveva imparato tante parole angloamericane più affascinanti di quelle del dottor Torrefranca. Trovarsi senza lavoro fu, per quest’ultimo, come trovarsi all’improvviso apostolo di veruna chiesa; e una sera, un mese dopo la sera della ciucca, le rondini stavano stridendo a gola spiegata nel cielo azzurreggiante di giugno, quando il cadavere del dottor Torrefranca venne recuperato nel Tevere.

Voci

guernica-768x288

(Su Postpopuli del 22 febbraio 2016)

Il deserto rende pazzi. La tortura rende pazzi. Il mare rende pazzi. Una giovinezza mal vissuta può rendere pazzi.

VOCE DAL DESERTO – Sia in mare sia nel deserto, la fine del viaggio è un mistero. Ti puoi orientare con le stelle, ma non è solo il punto della carta geografica. E’ anche il punto della carta politica. Sulla carta geografica l’Eritrea è una terra d’olivi e di rovi, che si fa dolce e spiana verso il mare, e il mare è il Mar Rosso dell’antichità. Sulla carta politica, l’Eritrea è una terra rosso sangue. La leva dura dai diciotto ai cinquant’anni-quaranta per le donne. A diciassette anni fai l’ultimo anno di scuola in una scuola militare, poi non sai più quando finisci: potresti finire a cinquant’anni se sei un uomo, a quaranta se sei una donna, oppure -ed è più facile- potresti finire tu prima d’aver finito la leva. La guerra non finisce mai, e il viaggio, invece, a volte può finire. La leva inizia dall’anno prima dei diciotto anni, quando fai l’ultimo anno in una scuola militare, e poi dura finché dura. Il viaggio, se lo cominci prima, dovrebbe finire prima. Se lancio i dadi, il conto è a favore del viaggio.

Così pensavo a sedici anni sotto gli alberi di mio padre vicino a Ghinda. E allora mi sono messo in viaggio. Con pochi soldi e una lista di nomi, nomi per ogni città. Perché nel viaggio ci sono tanti ostacoli, e bisogna poter chiedere aiuto. Il primo ostacolo è al confine col Sudan, dove il governo ordina di sparare a chi cerca d’attraversarlo. I soldati hanno paura a tradire il governo: ci sono la tortura, la prigione, la fucilazione. Se tradiscono il governo, deve essere per soldi. Prova a corromperne uno, e spera che vada bene. Mi è andata bene. Ho tirato i dadi, ho avuto fortuna. Ma di là dal confine c’è un altro ostacolo. Se il governo sudanese ti rintraccia, ti rimanda in Eritrea, e in Eritrea prigione e tortura. Ho cambiato giaciglio ogni notte. Ho continuato a parlare in lingua tigrina, ogni sera in un posto diverso. Non potevo mettere in pericolo quelli che mi ospitavano. Dovevo andare. A nord. Cufra. Mi hanno dato un po’ di soldi. La prima auto prende i soldi, ti porta per un po’, poi ti lascia. Poi viene la seconda auto, prende i soldi, ti porta per un po’, poi ti lascia. Se non hai più i soldi per pagare nessuna, l’auto ti lascia nel deserto. Io avevo un’altra moneta per pagare: l’auto era guasta ed io sono un meccanico. Così sono arrivato fino a Cufra. Quattro volte s’è guastata l’auto, quattro volte l’ho riparata, con le mie cose e con quelle di tutta la gente che viaggiava. C’era un mio compagno di scuola, a Cufra. Lavorava come meccanico. M’ha fatto prendere. Ho fatto il meccanico qualche anno, finché non ho messo insieme i soldi per andare via, il Mediterraneo, e l’Europa dove si è liberi. Ma dell’Europa ho visto solo un pezzo di Sicilia dove stavo per quaranta giorni in un centro. Poi indietro, verso la Libia. Perché la Libia era allora un Paese amico e l’Italia affidava i fuggitivi del mare alla custodia dei libici. I soldati libici mi hanno custodito così: mi hanno tolto tutto all’arrivo, compresi i vestiti. Mi hanno sbattuto in prigione e ogni giorno mi hanno torturato come un cane. Ogni giorno. Come tutti gli altri.

Dei rifugiati politici in Italia, storie se ne sentono tante. Ma non si sente dire che alcuni arrivano da prigioni che erano mezze italiane. Il governo italiano ci metteva soldi, nelle ventuno carceri libiche dove l’esercito di Gheddafi sbatteva chi cercava di lasciare il Paese. Mi hanno torturato come un cane. Ha pagato il riscatto il mio amico meccanico, soldi mandati da mio padre, chi sa come. Ho ricominciato a fare il meccanico. Nel frattempo era scoppiata la rivolta. La primavera del 2011 è arrivata con le bombe, il vento della primavera portava rumore di esplosioni e odore di bruciato e di cadaveri. L’esercito libico faceva carne di porco a terra, le bombe dei liberatori piovevano dal cielo a cui non si poteva più pregare, c’erano troppa gente e troppi apparecchi in mezzo tra me e Dio. E un giorno una voce all’officina m’ha detto: è uno di quelli che t’ha torchiato in prigione, ammazzalo! Ed io gli ho tirato qualcosa. Avevo sentito solo la sua voce. Il capo mi ha licenziato. E ha licenziato il mio amico che mi aveva fatto prendere. Abbiamo raccolto i soldi per fare un nuovo viaggio.

Ormai sono passati cinque anni dal viaggio. Io continuavo a sentire la voce di qualcuno. Dopo la traversata continuavo a sentirla. Al centro continuavo a sentirla. Dopo che mi avevano riconosciuto rifugiato politico continuavo ancora a sentirla. Non so a quante persone avrei messo le mani addosso quando la voce mi diceva: è lui che ti ha torturato. Me ne ricordo appena. Era come se qualcun altro s’impadronisse del mio corpo. Non ero io perché mio padre m’ha insegnato che violenza chiama violenza. Adesso le voci mi parlano meno spesso, sto in una clinica per malati di mente a Roma e Semira, la mia fidanzata mi viene a trovare quando le danno il permesso. C’è tanta gente che va e viene per la clinica. Non ho mai aggredito nessuno, anche quando ho sentito la voce non le ho ubbidito. Non posso scrivere a mio padre, dall’inizio del viaggio non ho potuto più farlo. Meglio così, mi vergognerei a dire che suo figlio ora sente le voci e picchia la gente. Mio padre diceva che aveva un figlio forte. Ora la mia unica forza è Semira, non fosse stato per lei sarei tornato in prigione, forse sarei tornato in Libia o in Eritrea.

Il viaggio è finito. Grazie a Dio siamo salvi. Ma l’anima non è salva. Qualcuno prega dal fondo del Mediterraneo, dove troppi cadaveri s’interpongono fra le preghiere e Dio. Qualcuno è rimasto a pregare di là dal mare, ci sono troppe urla e troppo fragore d’artiglieria per parlare in pace con Dio. Chi è arrivato, a volte sente voci diverse dalla voce di Dio.

VOCE DAL MARE – Non ho fatto in tempo ad arrivare in Italia. Sui rifugiati politici in Italia, storie se ne sentono tante, su quanti bambini e donne spariscono, su quanto è difficile fare… Invidio loro soltanto la vita. Io all’inizio non me ne sono nemmeno accorto, sarà stata la fame, il caldo, l’aver avuto troppe visioni nel deserto, ma io non distinguevo più.

Lo scafo s’è spezzato con un rumore come quello di uno sparo, sembrava un incubo di quelli che faccio ogni notte. Gli urli di paura sembravano gli stessi della guerra ed io la guerra la sogno ancora ogni notte. Poi ho capito. Era notte, si sentiva dire qualche cosa di una nave di soccorso. Si vedevano i razzi illuminare, i soccorsi dovevano essere vicini. Ma il mare era gonfio. Non si doveva prendere il mare con un mare così gonfio. Vedevo i razzi, sentivo le voci. Il mare mi copriva, emergevo e il mare di nuovo mi copriva. Il corpo pesava. Pesava l’acqua. Di nuovo fuori, un respiro, poi sotto. Di nuovo fuori, un respiro più breve, un pezzetto di cielo rotto dai razzi. Poi sotto. Sono riuscito anche a intravederla, la motovedetta. Ma il pezzo di motoscafo era in mezzo, li vedevo qualche secondo quelli della motovedetta, loro non potevano vedermi. Un respiro brevissimo, un respiro spezzato, le mani degli altri che si arrampicavano su di me, le mie mani che cercavano di arrampicarsi su di loro. Il faro proiettato in mare è arrivato quasi vicino a noi, poi è arrivato sopra di noi quando noi eravamo già sotto. Le urla, poi l’acqua. Il corpo si dimena ma l’acqua spinge giù, spinge giù. E’ come avere le catene ai piedi. Alle mani. Alla testa. L’acqua tira. Non respiro. Sento solo l’aria che manca. Aiuto! Voglio l’aria! Voglio la vita, volevo vivere! Non sono pronto. L’aria che manca. La luce che non si vede, i razzi che non si vedono più. Dei rifugiati politici in Italia, storie se ne dicono tante. Non invidio i bambini spariti, venduti chi sa dove, chi sa se interi o a pezzi, a tutti gli altri invidio solo la vita. I polmoni si riempiono d’acqua. Non sono pronto, ho vita ancora! Non c’è più tempo. I polmoni sono pieni, i polmoni scoppiano. Acqua e più nulla.

Ci sono voci sul fondo del mare. Prima di morire erano vivi. Erano così pieni di vita da sfidare la morte per salvarsi. Ora tacciono, zittiti dal Mediterraneo. Ora dormono, sul fondo del Mediterraneo.

Dove sei

Abbiamo fatto questa strada tante volte. Tu forse non lo ricordi, presa come sei da tutto quello ch’è successo in seguito. Allora sorridevi al mio passaggio, avevi fatto caso che qualcuno troppe volte s’accostava al tuo portone, o passeggiava sotto la tua finestra quando tu suonavi. Ed ora dove sei? Forse abiti ancora lì, a quella finestra da cui non viene più un suono di violino. Forse la guerra t’ha portato via il violino, forse la voglia stessa di suonare. Forse sei morta. O forse sei viva ancora da qualche altra parte, e per non pensare alla guerra hai scordato tutto, anche noi, e tutto quello che c’era prima qui.

E se invece sei tornata? Magari hai ripensato a me, a quel sorriso dato di sfuggita, a quegli ultimi canti di violino… E magari, tornando, hai sentito anche tu la stessa cosa, che questo paese nuovo è peggio ancora del vecchio, che questa piazza non è la stessa se non ci suona più la banda di Novàk, se lui e i suoi non vanno più a bere all’osteria…

Siamo cresciuti con il cuore in gola, fra i canti dei soldati. Ora c’è silenzio. Ma questo silenzio non sembra quello dei posti in cui siamo cresciuti e in cui abbiamo avuto paura. Se sentivamo passare i camion, allora, avevamo paura. Adesso, questa motoretta che passa non mi fa sentire niente, solo il fastidio stridente di un posto ch’è stato casa nostra, e non lo è più.

Voci dal mare

soccorso

(Su Postpopuli del 3 febbraio 2016)

Prima di essere morti erano vivi. Ci sono voci sul fondo del mare. Voci che il mare ha zittito. Prima di morire erano così pieni di vita da sfidare la morte per salvarsi, da mettere in pericolo la vita -e così generosi da sfidare la morte per mettere in salvo i loro cari. Ora queste voci tacciono, zittite dal fondo del mare.

VOCE DA ALEPPO – Era il fiume a portare i cadaveri. Chi voleva sapere se il marito era vivo o morto, doveva andare alla baracca lungo il fiume. Non era facile che identificassero il corpo. Una famiglia, una volta, era andata a cercare il proprio figlio. Ha trovato invece la figlia, era un tronco senza testa e senza braccia. Hanno sepolto quel tronco. Ma poi gli è stato detto che la figlia era viva, anche se non è mai tornata a casa. Loro la figlia non l’hanno rivista. E qualcuno -chi dei tanti?- sta cercando quel tronco sepolto.
E bisogna stare attenti, perché quando qualcuno scompare è un pericolo far sapere che lo cerchi: potresti scomparire anche tu. A molti è successo: di casa in casa scompariva qualcuno, poi qualcun altro. Poi in casa non c’era più nessuno. Le bombe una volta hanno buttato giù una casa vuota.
Chi non trova il marito nella baracca lungo il fiume, deve stare attenta a cercarlo: se i governativi se ne accorgono, fanno sparire anche te. E allora io mi sono rivolta agli intermediari, ma gli intermediari vogliono soldi, vogliono troppi soldi e spesso dicono bugie, vogliono sempre più soldi e ti fanno aspettare e intanto ti dicono bugie. Il tempo passa e non ti puoi accontentare di bugie. Sono pochi quelli che tornano dopo essere scomparsi. Ditemi, ch’è vivo, ditemi anche che è morto ma ditemi qualcosa! Mi sono chiesta: cosa avrebbe voluto mio marito? Avrebbe voluto che io cercassi di mettere in salvo i ragazzi. Fuori da questo Paese. Aleppo, guerra; Siria, guerra. Ho avuto l’occasione di scappare. Ma sapevo che senza certificato di morte non mi avrebbero accettato oltre il confine. Molte altre sono tornate indietro, e ora sono senza casa da qualche parte, senza né dove andare né dove tornare. Ci vuole il certificato di morte per poter passare il confine. Ma chiedere il certificato di morte è un percolo. Non lo so se mio marito è morto. Non so se gli auguro di essere vivo, con quello che si sa delle prigioni. Chi è andato a chiedere il certificato di morte spesso non è tornato. E non c’era tempo! Era passato più di un anno. Davo soldi agli intermediari, ma gli intermediari prendono soldi in cambio di bugie. Sono riuscita a scappare, di notte in notte, di bombardamento in bombardamento, io e i ragazzi nascosti come piattole, per i crateri delle bombe, per le strade spopolate oppure troppo popolate, abbiamo schivato l’artiglieria e rasentato i muri delle città crollate. Non sono riuscita a schivare gli stupri, non sempre. Chi ci aiutava poi voleva un prezzo. Tutto pur di arrivare. Alla fine eravamo piattole nella stiva di una nave. Tutto pur di arrivare. Ma non siamo arrivati. Chi sta nella stiva muore per primo: è la legge. Chi l’ha infranta è stato respinto nella stiva. Si va giù. Ed ora dormiamo, io e i ragazzi, in un sudario di alghe, e riviviamo nelle sarde che ci mangiano e riviviamo in voi che le mangiate.

Aleppo, guerra. Mediterraneo, naufragio. Ora dormono tutti sul fondo del Mediterraneo.

VOCE DA NON SI SA DOVE – In Iraq non potevamo stare. Ci ammazzavano prima i gas, poi le bombe, poi le bande. La Mesopotamia rigogliosa era diventata una catastrofe ambientale sotto il sole e la falce della luna. Ci siamo messi in marcia per vivere. A Damasco, come Lawrence! A Damasco. Ma anche lì dittatura, non si può parlare in curdo, non si può scrivere poesie in curdo. Un vicino, un poeta curdo, una poesia recitata in curdo, arrestato. Poi di nuovo guerra, poi di nuovo esilio. Eravamo di nuovo sfollati, vagabondi del cosmo, non curdi e non siriani, e nemmeno iracheni e nemmeno apolidi. Semplicemente non esistevamo. Qualunque banda di qualunque fazione impediva ai portatori di cibo di arrivare. Prima era andata via la corrente, poi l’acqua, poi bombardavano le file per il pane. I ragazzi morivano bombardati nelle file per il pane. Il pane simbolo di vita, la spiga simbolo di fertilità, erano diventati simboli di paura. E la casa. Ci hanno intimato di lasciarla. Perfino i nostri ci sfollavano, curdi che deportavano altri curdi. Perché la guerra è guerra e non si può stare dove si vuole. Non si può stare da nessuna parte. Siamo stati nel mare. Siamo ancora nel mare. Ci hanno tenuti nell’acqua a Kos, dove temevo i poliziotti greci quasi quanto i soldati delle mie terre. Prima scappavamo sulla terra. Ora eravamo prigionieri nell’acqua del Mediterraneo. Abbiamo chiesto aiuto. Abbiamo pagato un prezzo per essere aiutati. E stiamo di nuovo scappando. Era quasi rassicurante scappare. E’ la nostra routine, scappare. Ma siamo di nuovo imprigionati. In una barca che non tiene, tra Libia e Sicilia, troppo distanti da partenza e arrivo. Si va giù.

Aleppo, guerra. Al-Raqqa, Husseiniya, Tel Hamees. E poi naufragio, naufragio nel Mediterraneo. Ora dormono tutti sul fondo del Mediterraneo.

Una vita migliore

 

(Su Postpopuli del 12 settembre 2014. Immagini tratte da Le ragioni dell’acqua di ilaria Seclì)

C’è un segreto che solo tu sai. Un giorno del 1920, a Torre del Greco, una donna si lanciò dalla finestra perché aveva scoperto che il marito la tradiva, e che aveva anche un figlio con un’altra. La suicida non si premurò di nascondere la scena alla sua bambina, che aveva solo due anni e assistette sia alla lettura della lettera con cui l’amante del padre umiliava la madre, sia al lancio di quest’ultima dal balcone. La bambina crebbe, a Napoli e sotto le bombe, con un padre contrabbandiere che la trascurava, una matrigna sordomuta e tanti fratellastri. Della madre non c’era in casa nemmeno una fotografia. Il padre girava per Napoli a fare i suoi affari, e a fare a botte alla prima occasione propizia. Una sera, nel pieno della guerra, passavano padre e figlia per un vicolo, e da un basso sentirono il lamento di una madre: “A crudo a crudo!” Suo figlio era morto sotto un bombardamento. “A crudo a crudo!” significava “Così giovane!” Il padre entrò nel basso, guardò la donna e disse: “Ma quanto piangi brutto! A crudo a crudo! Cuocilo, no?” I fratelli della donna gli si lanciarono contro. Lui li confuse trinciando un cuscino con il coltello che portava sempre dietro; lanciò una risata gorgogliante, e scappò. Per tutta Napoli gli scherzi più atroci erano firmati con la sua risata da Joker. La ragazza compì diciott’anni. Un alpino le dedicò le sue attenzioni. La invitò a uscire. All’appuntamento però ci trovò il padre, che comandò: “Arap’a vocche!”, e quando il giovane l’aprì gli cacciò dentro il cappello da alpino con tutta la penna. Poi esplose nella sua risata da Joker e fuggì. Ma c’era un altro giovane che corteggiava la ragazza: un giovane napoletano, e con lui la cosa era seria. Il padre capì, e stavolta lasciò fare. Gl’innamorati si vedevano di pomeriggio, quando lei usciva dalla bottega del calzolaio di cui era l’apprendista. Era una fascista convinta, lei; lui un figlio di antifascisti che, non avendo la tessera del lavoro, eran finiti a chieder l’elemosina. Lei era stata la prima della classe,quando andava a scuola; lui a scuola non c’era voluto andare ed era ancora analfabeta. Gl’insegnò lei a leggere e a scrivere: gli dava un bacio solo se studiava, e alla fine imparò anche lui. Quando il fidanzamento fu ufficiale, uno zio di lui, un emigrante rientrato dal Nord, che si sforzava di parlare italiano, ma senza riuscirci, esclamò: “Siete la coppia più bella sulla coppa della terra!”, che evidentemente era un’italianizzazione malriuscita del napoletano ‘ncop’a la terra.
La coppia più bella sulla coppa della terra lasciò Napoli. Per prima si trasferì lei a Manoppello,dove la raggiunse la notizia che il fidanzato era morto sotto le bombe. Lei andò dal Volto Santo di Manoppello e chiese di mandarle un segno se era ancora vivo. Il segno entrò sotto le spoglie d’una sua amica, che spalancò la porta della chiesa gridando: “E’ vivo! E’ vivo! E’ qui!” E così la coppia più bella sulla coppa della terra si trasferì a Ortona, poi col bombardamento di Ortona nelle Marche, e lì finalmente si sposò. Da quel momento vissero facendo sacrifici per far studiare il loro unico figlio, perché lui diventasse padrone mentre loro erano stati servi. E ci riuscirono. Il figlio della coppia più bella sulla coppa della terra è mio padre, il più importante notaio della città. I miei nonni diventarono salumieri; cogli anni Sessanta allargarono l’attività, aggiunsero un banco pane, e nell’Ottanta avevano un piccolo ma completo negozio d’alimentari, il classico vecchio negozio di quartiere. Andò sempre benissimo. All’arrivo dei supermercati, loro erano già andati in pensione. E mio padre divenne il più grosso notaio della città -anche perché sono in due. Un pomeriggio, a sei anni, portai a casa un cane. Il cane fece i suoi bisogni nello studio. Fu seppellito in giardino. Una sera sentii mia madre piangere, vidi ch’entrava nello studio con mio padre. Dallo spioncino, vidi che mio padre la prendeva a schiaffi. Lui la schiaffeggiava, lei si lasciava schiaffeggiare, ed entrambi facevano attenzione a non far rumore per non far accorgere me. E una mattina, avevo sedici anni, mia madre stava rigovernando l’armadio, e la vidi cadere. Dopo pochi minuti lei non c’era più. Stavolta mio padre non c’entrava: pianse lacrime amare per la donna a cui aveva rovinato la vita. Ma io non volevo più vederlo. Andai a vivere dalla coppia più bella sulla coppa della terra. Ed è ancora lì che vivo, a trentuno anni, perché non riesco a lavorare. Da ragazzo ero un teppista, quando una ragazza mi disse di no mi stesi in mezzo alla strada, sotto la finestra della sua casa. Ero un gran sfigato, e lo sono rimasto. Della coppia più bella sulla coppa della terra rimane soltanto mio nonno. Solo lui sopravvive della coppia più bella sulla coppa della terra. “Tengo un capo del filo, ‘altro è sciolto”, diceva Montale: e nessun verso si adatta ai sentimenti di mio nonno meglio di questo. La brocca è stata infranta, la brocca più bella sulla coppa della terra. Mio padre ha portato la carriera, ma quanto al resto ha dato solo delusioni. Ci siamo riconciliati oramai: siamo due falliti sulla coppa di questa terra. Io continuo a vivere dal nonno, che è vecchio e ha bisogno d’aiuto. Oramai non capisce neanche più. Mio padre non può aiutarlo, non ci sa fare. Così è felice di delegare me e di mantenermi. Ed io non posso muovermi da questo buco di provincia, e quando mio nonno sarà morto dovrò ritornare da mio padre. Chi sa quanti anni avrò. Sopra i trentacinque, si sa, il mondo del lavoro ti rifiuta. Ma io spero in una vita migliore. Lo sai. Ho in me l’eredità della bisnonna che s’è uccisa, e quella del nonno che dal fondo della guerra è riuscito a mettere in piedi il suo negozio. Io spero che sarò come il nonno. Tu mi credi?

Viaggi

3-c-Amare-conchiglie-di-Kyrahm-e-Julius-Kaiser.-1

(Su Postpopuli del 24 giugno 2014)

Quasi ogni giorno il soggiorno di Adriana veniva invaso dalla stessa scena: il mare stipato di corpi disperati, spalancati alla forza delle correnti, o che tentavano di liberarsi dall’abbraccio di piovra delle correnti; e cadaveri estratti dal sepolcro multitudinoso dei fondali; cineclubiche navi militari che tentavano di franger le correnti per liberare i moribondi, e non riuscivano neanche a frangere le lacrime dei sopravvissuti; e tutto questo si rovesciava dal televisore sui mobili del soggiorno di Adriana, ma senza che si potessero udire le urla dei disperati e il multirisonante fragore del mare, perché sopra i naufragi si alzavano le voci dei razzisti. Dal Parlamento al ciglio della strada, l’Italia si scagliava sia contro gli scampati, sia contro i morti: i ragazzi dei call center scendevano in piazza per il timore che i migranti potessero portar via il poco lavoro; i benestanti si portavano la mano al portafoglio nel timore che alcuno dei disperati fosse intenzionato a rubarglielo; e mariti picchiatori chiudevano a chiave le mogli nel terrore che alcuno dei disperati intendesse sottrar loro l’esclusiva di quella violenza; e cittadini intenti a studiare come evadere il fisco si riversavano dal sindaco chiedendo, in nome della Legalità, di dispiegare esercito, polizia e carabinieri nelle strade, e d’installar telecamere a ogni angolo di strada per non esser disturbati nel tentativo di derubare quella stessa autorità pubblica a cui chiedevano aiuto. E tutto questo copriva i molti suoni del mare multisonante, e l’urlo nero dei sopravvissuti e le bocche spalancate silenziosamente dai morti.
Il 3 ottobre del 2013 Adriana era tornata a casa, e subito sui mobili lucidati del soggiorno s’erano rovesciate le immagini del naufragio. I corpi restituiti dalla salsedine, allineati e intelati sul bagnasciuga; le bare bianche senza nome, con le barette dei bambini in prima fila a simboleggiare lo stupro fatto al ciclo della vita; e la promessa mai adempiuta delle autorità di permettere ai sopravvissuti di riconoscere e seppellire i loro morti; la promessa adempiuta, ma solo simbolica, delle autorità di dare a tutti, anche ai morti, la cittadinanza italiana onoraria; e l’iscrizione -non promessa, non simbolica, ma concreta e adempiuta- dei sopravvissuti nel registro degl’indagati per il reato d’immigrazione clandestina. Scrisse Adriana nel suo diario: “Quello ch’è successo mi annienta. Vorrei fare di più, parlarne, far conoscere la cosa -la cosa: la vergogna, l’orrore bisognerebbe dire. Vorrei parlare a tutti di cosa è successo, e fare il diavolo a quattro perché tutti si rendano conto di quanto è orribile esser migranti e finire a quel modo. Ma dentro di me ho bisogno solo di silenzio. Non è un onore appartenere a questo mondo”.
Nella sua vita, Adriana aveva conosciuto solo i viaggi di lavoro. Al massimo, i viaggi che sua figlia Elena faceva a Londra per andare a trovare il papà Ferdinando. Viaggi di svago non ne aveva mai fatti, a parte il viaggio di nozze. A viaggiare le pareva di fuggire.
Ogni mattina andava a lavoro. Ogni fine settimana puliva la casa. Quando non lavorava né in ufficio né in casa, prendeva un sonnifero e dormiva. Poteva permettersi una domestica, ma preferiva far da sola. Sua madre soffriva di disturbo bipolare, il padre non l’aveva mai conosciuto, non sapeva manco chi fosse, e la madre bipolare era partita un bel giorno per la Germania, per far l’attrice, quando lei aveva solo 16 anni, lasciandole solo un biglietto che diceva: “Occupati tu delle tue sorelle, sei sempre stata la la più forte”. Da allora, Adriana aveva sempre odiato le fughe e i viaggi e aveva sempre preferito far da sola. Forse, aveva lasciato il marito perché preferiva star da sola. Amava sentirsi la più forte al punto tale che stava bene soltanto da sola, perché da sola non doveva discutere con nessuno e nessuno poteva dirle di no. L’unica compagnia che accettava realmente era quella di sua figlia Elena; ma Elena era uno strumento nelle sue mani, l’aveva plasmata come von Karajan aveva plasmato il suono della Filarmonica di Berlino.
E la mattina del 4 ottobre sembrava una mattina d’estate. Adriana era ancora turbata. Avrebbe voluto parlare a tutto l’ufficio di cosa era successo, far rendere conto tutti di quanto fosse spaventoso. Ma aveva un gran bisogno di silenzio. “Non è un onore appartenere a questo mondo”, si diceva. Entrò alle nove. Alle undici era uscita. Era entrata come una dirigente ed era uscita come una sospettata. Le avevano imposto di raccogliere tutto ciò ch’era sopra la scrivania e di lasciare tutto ciò ch’era sotto, nel cassetto. Nel cassetto c’erano i biglietti dell’uomo con cui aveva una relazione; le mail stampate di un altro uomo con cui aveva fatto solo sesso, ma ch’era diventato così ossessivo da costringerla a denunciarlo per stalking; una spillatrice con le relative spille; foto di Elena e foto scattatele dal suo attuale compagno, ch’era per l’appunto un fotografo; un diario. Ora tutto questo era nelle mani degl’inquisitori. Erano arrivate da Roma tre persone e l’avevano invitata a seguirle in una stanza separata. Lì le avevano detto che mancavano bottiglie di champagne e altri beni dell’azienda, e che secondo le testimonianze dei colleghi lei se n’era appropriata per farne uso personale. Lei aveva ribattuto che non era vero. L’avevan fatta tornare alla sua scrivania mentre loro eran rimasti nella stanza separata; ma poi erano usciti e, davanti a tutti, le avevano ordinato di raccogliere tutto ciò ch’era sopra la scrivania e lasciare a loro disposizione ciò ch’era al di sotto, nel cassetto. In quel cassetto avrebbero cercato ulteriori indizi o prove. Era passata un’ora, e in quell’ora erano emersi nuovi fatti e nuove testimonianze che la incastravano. Adriana si guardò intorno: nessun collega ricambiò lo sguardo. Chi teneva gli occhi alzati fece in fretta a chinarli sul computer fingendosi impegnato, o a voltarsi dall’altra parte per non incontrare lo sguardo incendiario d’Adriana: e lei, capendo ch’era inutile protestarsi innocente, disse solo, a bassa voce: “Fate schifo”.
Ora Adriana fa la receptionist in un albergo, con contratti brevi e rinnovabili. E deve considerarsi fortunata, perché con un licenziamento per giusta causa, a 49 anni, e con un’accusa di furto, molte altre sarebbero rimaste per strada. E’ passato quasi un anno, Adriana ha intentato una causa che va avanti, ha iniziato una psicoterapia che va avanti. Ma Elena è andata in un altro Paese, in Inghilterra. Sta a Londra da papà Ferdinando. Adriana è fortunata anche in questo: quante donne, con figli a carico, vengono abbandonate dai mariti?
Di fortuna in fortuna, Adriana torna nella sua nuova casa, un monolocale di 35 metri quadri, dove lo stesso televisore sbarca su mobili più umili le solite scene di mare. Quasi tutti i disperati che s’affidano alle correnti stanno cercando di ricongiungersi ai loro cari, che hanno affrontato prima di loro lo stesso viaggio. Adriana sta mettendo da parte i soldi per Londra, adesso; ma volerà in aereo, con orario d’arrivo, telefono, Ferdinando ed Elena che l’aspetteranno. I disperati viaggiano senza orari d’arrivo, senza telefoni. Molti, adesso, mordono alghe sul fondo del mare. Altri s’aggrappano ancora a cineclubiche navi impavesate d’impotenza, non frangiflutti per i morenti né frangilacrime per i sopravviventi, e non sanno nemmeno se vivranno e se coloro che cercano sono ancora vivi.

Il lavoro degli amanti

ettore e andromaca(Su Postpopuli dell’11 luglio 2014)

Jaufré Rudel è stato un trovatore medioevale. Lo si ricorda per aver cantato l’amor de lonh’, l’amore lontano: quello che in francese moderno verrebbe definito amour de loin.
Margherita insegnava francese. Scura come le olive di Kalamata, gli occhi come il sole di Sicilia, Margherita aveva anche lei il suo amor de lonh’. Un professore siciliano, Franco, corpo da tipico siciliano, segaligno, voce tonante, poche parole e risata squillante. Margherita s’era innamorata proprio della sua voce ferma e della sua risata sonante. Della sua voce ferma come le stelle e della risata che volava anche sopra i momenti più difficili. Era difficile cogliere in Franco il malumore. Perfino quando era morta la madre aveva commentato asciutto: “Ha smesso di soffrire”, ed era apparso sereno. Ma Franco doveva stare in Sicilia, e lei era stata spedita su nel Veneto. In Veneto cercavano insegnanti, prima, prima della crisi, quando lei era arrivata, prima d’incontrare Franco. Franco aveva anche chiesto il trasferimento, ma una scuola in Veneto non l’aveva trovata. Aveva anche provato a cambiare lavoro, ma un lavoro in Veneto non l’aveva trovato. Sono tempi inospitali: molti ragazzi, prima, lasciavano presto la scuola per andare a lavorare nella fabbrichetta di papà. Adesso la fabbrichetta di papà ha chiuso, e molti ragazzi non lavorano né studiano più.
Margherita lo vedeva: andavano a scuola come prendessero l’olio di ricino. Volevano stare lì il minimo indispensabile. Stavano sui banchi come automi, come la bambola meccanica de L’uomo della sabbia di Hoffmann.
Era in classe, stava per suonare la campanella, i ragazzi erano davanti a lei come automi, come la bambola Olimpia del racconto di Hoffmann. Sentì salirle su un fiotto di dolore. Un dolore puro, violento come una fiocinata. “Ragazzi, conoscete Jaurfé Rudel?”, domandò.
(Margherita, sei pazza? A quell’età non conoscono neanche Jacques Brel!)
“Non lo studiate in letteratura italiana? Nella preistoria della letteratura, tra i trovatori provenzali?”
Non le diedero risposta. Da quando s’era arrabbiata perché i ragazzi parlavano dialetto a scuola, loro evitavano di parlare con lei, rispondevano a monosillabi e solo per strette necessità scolastiche. Solo alle interrogazioni le parlavano. E, se metteva un quattro, i genitori facevano un’iradiddio. Era sempre perché lei era del Sud. Qualsiasi quattro mettesse, per qualsiasi motivo sgridasse, era colpa del fatto ch’era del Sud. Non era sbagliato che i ragazzi le parlassero in dialetto: era lei che non capiva perché era del Sud.
“Non avete studiato una poesia del Carducci su un trovatore innamorato della contessa di Tripoli?”
(Margherita, quella poesia non si studia dagli anni Cinquanta!)
La classe rimase in silenzio. Peccato. A lei quella poesia piaceva. Gliel’aveva insegnata il suo professore d’italiano, il professor Alfredo Prosdocemi. (Che razza di cognome, Prosdocemi. Sembra un verbo greco: prosdocemi, prosdoceis, prosdocei…)

Giacea sotto un bel padiglione
Giaufredo al conspetto del mare:
in nota gentil di canzone
levava il supremo desir.
-Signor che volesti creare
per me questo amore lontano,
deh fa che a la dolce sua mano
commetta l’estremo respir! –
Intanto co ‘l fido Bertrando
veniva la donna invocata;
e l’ultima nota ascoltando
pietosa ristè su l’entrata:
Ma presto, con mano tremante
il velo gettando, scoprì
la faccia; ed al misero amante
– Giaufredo, – ella disse, – son qui. –

A Margherita venne da piangere. Ci mancava che si mettesse a piangere in classe. Suonò la campanella. Uscì per distrazione col registro in mano. Il collega sorridendo lo prese. La classe dietro di lei disse un buongiorno meccanico come le parole della bambola di Hoffmann.

Sì come a la notte di maggio
la luna da i nuvoli fuora
diffonde il suo candido raggio
su’l mondo che vegeta e odora,
tal quella serena bellezza
apparve al rapito amatore,
un’alta divina dolcezza
stillando al morente nel cuore.
– Contessa, che è mai la vita?
E’ l’ombra d’un sogno fuggente.
La favola breve è finita,
il vero immortale è l’amor.

Rise Margherita della sua distrazione e della cortesia del collega, pensò che proprio con una cortesia, raccogliendole un libro da terra, Franco l’aveva incontrata, e le aveva detto: -Una giovane donna che legge, in Italia nel 2009, o è una studentessa o una professoressa.
Se ne andò sorridendo Margherita, sorridendo per farsi coraggio. Un giorno, forse, avrebbero avuto dei bambini con la voce ferma del padre e gli occhi della madre dardeggianti come il sole di Sicilia.

La donna su ‘l pallido amante
chinossi recandolo al seno,
tre volte la bocca tremante
co ‘l bacio d’amore baciò.
E il sole dal cielo sereno
calando ridente ne l’onda
l’effusa di lei chioma bionda
su ‘l morto poeta irraggiò.

In sala d’attesa

sala-attesa.jpg
(Su Postpopuli del 29 maggio 2014)

“Se questi muri potessero parlare”, dicono gli umani tante volte, in genere riferendosi a camere da letto dove sembrano aver consumato -o si vantano d’aver consumato, o alludono all’aver consumato- memorabili gesta amatorie. Oppure riferendosi a cucine, sale da pranzo, stanze di studenti che potrebbero aver ospitato memorabili ciucche. Ma della sala d’attesa di un medico, diciamolo pure: chi se ne frega? Cos’ha da ricordare la sala d’attesa di un medico? Al massimo, i cambi di nome: prima qui c’era un medico cosiddetto della mutua; poi il medico è rimasto lo stesso, ma si chiamava medico di famiglia; poi il medico è rimasto sempre lo stesso, ma è diventato un medico di base. La vecchia Mutua è diventata Unità Sanitaria Locale; poi hanno scoperto che la parola “azienda” fa più fico, e l’hanno opportunamente ribattezzata Azienda Sanitaria Locale.

Qui, però, oltre al nome, a un certo punto è cambiato anche il medico. Il dottor Vasapollo, infatti, due anni fa, si è tolto la vita, come si suol dire, per una delusione amorosa. E’ successo infatti che sua moglie, dopo ventitré anni di matrimonio e due figli, aveva scoperto ch’è più fico un buttafuori di discoteca che un camice bianco. E il dottor Vasapollo, che aveva sempre usato la sua conoscenza dei farmaci per salvare vite altrui, decise che quella volta se ne sarebbe servito per mettere fine alla propria: e pose fine ai suoi giorni, come si suol dire, “per una depressione psichica”; o, come pure fu detto, “per motivi sentimentali”. Con molta saggezza, un paziente osservò che i medici godono del privilegio di sapere come morire senza soffrire, grazie alla loro conoscenza dei farmaci.

Il dottor Formiconi, che ha preso il suo posto, per prima cosa ha sostituito i settimanali che il dottor Vasapollo aveva messo a disposizione dei pazienti con delle riviste di gossip, più conformi al gusto attuale dei pazienti. E in effetti, quelle riviste riscuotono più successo dei settimanali del dottor Vasapollo. Risultano meno deprimenti – benché i pazienti siano sempre gli stessi.

Una volta, però, mi ha colpito la faccia assorta e malinconica di un giovane che leggeva Il soccombente di Thomas Bernhard. L’ho rivisto altre volte, sempre più malinconico e assorto, poi sfatto e gonfio, infine spento, imbruttito, invecchiato, e persino con qualche capello bianco, il tutto in meno di due anni. L’ultima volta non leggeva alcun libro. S’è lanciato nel vuoto alcuni giorni dopo, perché -come poi si è venuto a sapere- da due anni non trovava alcun lavoro. Anche lui ha posto fine ai suoi giorni, come si suol dire; “per una depressione psichica”, come fu detto. Con molta saggezza, un altro paziente lo ha definito “una delle tante vittime della recessione”.

Ma, tornando all’argomento iniziale, devo ammettere che sì, alcuni pazienti, fra queste mura, si sono vantati con altri pazienti d’aver consumato, o hanno alluso all’aver consumato memorabili gesta amatorie in certe camere, quelle di cui si dice “Se questi muri potessero parlare”; ma è molto più frequente il caso opposto: quello di due signore che si lamentavano l’una con l’altra dell’assoluta esizialità delle prestazioni sessuali dei rispettivi mariti; o dei vecchietti che si lagnano l’un coll’altro della cistifellea, o, in termini ancora più espliciti, di un alvo cattivo. Ma ho l’impressione che negli ultimi anni il numero delle interazioni umane tra queste mura, nonché la loro durata, intensità e frequenza, sia diminuito. I pazienti sembrano concentrati sul loro mondo interiore, e sono fra di loro più irascibili. Sfuggono a questa regola i cosiddetti nativi digitali, i quali, da che sono entrati qui la prima volta, hanno sempre tenuto la faccia affondata nei tablet, isolandosi in tal modo sia dai fastidi di un troppo stretto contatto col proprio mondo interiore, sia da quelli che qualsiasi commercio con gli altri esseri umani inevitabilmente procura.

Se devo dire però qual è il caso umano che più m’ha colpito, mi permetto di segnalare un certo signor Gentile, un impiegato cinquantenne che il dottor Formiconi aveva invitato -era il quindici di aprile del 2012- ad affrontare con urgenza certi esami radiologici, e che aveva risposto al dottore di preferire aspettare il ventisette per non rimanere a pancia vuota, poiché il suo conto in banca, a causa delle recenti misure di austerity, s’era venuto a trovare in condizioni tutt’altro che floride; e che quando, il ventinove di aprile, aveva fatto gli esami prescritti, s’era trovato una palla nei polmoni troppo grande per essere curata, e della quale, un mese dopo, era schiattato.