Elisa Ruotolo, "Ho rubato la pioggia"

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Tre storie. Tre racconti così pieni di materiale narrativo che ognuno di essi è un romanzo. Ma un romanzo condensato, che implode folgorato da una lingua fortissima, che arieggia al dialetto senza mai impiegarlo, che impasta il letterario e il parlato in una miscela così intensa che bisogna cadenzare la lettura con molte pause per poterla sopportare.

Il primo racconto, Io sono Molto Leggenda, è il più iconico ed è scritto in una lingua petrosa; il secondo, Il bambino è tornato a casa, è il più commovente ed è delineato da una scrittura appena appena più lirica; il terzo, Guardami, è tagliato in una prosa espressionista, piena di modi di dire spesso oscuri. Tre racconti che ritraggono un Sud contemporaneo ma senza tempo, in cui personaggi che paiono incarnare sconfitte eterne si agitano svolgendo mestieri improbabili e antichi. Su tutti si stende la magnifica desolazione di Elisa Ruotolo, si fissa il suo sguardo implacabile ma pieno di pietà creaturale. Capiamo perché la sua prosa è così dura e interiorizzata: perché i personaggi sono fatti della stessa sostanza delle cose, sono minerali, come i ragazzi di Pasolini che si muovono, intemporali nella contemporaneità, in Accattone e Mamma Roma, sullo sfondo di musiche barocche che li proiettano ancor più fuori dal tempo. Ho sentito dire dall’autrice: “Le mie storie sono ambientate nella contemporaneità, ma hanno sempre un altro sapore”. Ecco.

Questo è il libro d’esordio di Elisa Ruotolo, ed è un libro già maturo, che presenta la voce riconoscibile di una scrittrice di razza, di un’assertività che mette quasi soggezione. Ripercorrendo a ritroso la parabola della scrittrice, dalla lingua baluginante e mossa di Quel luogo a me proibito a questi racconti, è impossibile non soffermarsi sulla coerenza e la compiutezza del suo mondo poetico. Possa la vita regalarci molti altri libri di Elisa Ruotolo.

La tristezza

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La tristezza è una mela verde
è il quaderno di cartone rilegato, appoggiato sulla tavola
senza sapere che scriverci dentro
è la borsa di tela in cui non sai cosa infilare.
È una giornata da malato
nella tua stanza diventata un letto d’ospedale.
La tristezza è calcare queste strade senza una ragione
leggere un libro di cui non t’importa niente
è stare seduto ad aspettare, aspettare, aspettare
stare seduto davanti allo schermo di un computer
a constatare che nessuna mail arriva.
La tristezza è inondata di sole
t’avvolge tutt’intorno quando in città s’affaccia primavera
e ti rode fra i pensieri di una notte senza profumi.
La tristezza è dolce come una bambina
ambigua come la fortuna
alle volte ti è cara, poi d’un tratto
ti ha piantato radici nel cuore
la tristezza è un’erbaccia
è la gramigna che non si sradica mai
è l’edera fedele e stramaledetta
è la tua migliore amica.
La tristezza è il fantasma di un amico morto
il suo teschio in cui è scomparsa l’amicizia
è una sinfonia di Mahler
il bruciore di Majakovsky
la tristezza.

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Epilogo

La mostra ebbe luogo e, anche grazie al tam tam sui social, garantì una discreta notorietà sia a Loredana che a Cristina. Oggi entrambe sono molto considerate fra gli appassionati.

Christian ha pubblicato il suo libro alla fine dell’anno, e anche lui ha avuto un quarto d’ora di flebile notorietà, poi è tornato nell’anonimato di sempre, interrotto solo da qualche racconto pubblicato su qualche rivista e dalle note critiche che continua a scrivere per le mostre di Loredana e di Cristina.

Tutti continuano a fare gli stessi lavori di sempre, Jacopo cresce chiuso nel suo mondo fantastico e realizza tanti disegni che la madre spedisce all’amico Christian per fargli vedere quanta ricchezza è racchiusa nel mondo interiore degli autistici. Christian sta scrivendo un libro dedicato agli artisti matti. Chi sa che non sia il suo libro decisivo.

È tutto. Ora la vita continua come prima, la malinconia anche.

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Cristina e il nonsenso del mondo

di Christian Girona

In nessuno dei suoi autoritratti Cristina Megalizzi fotografa direttamente se stessa: si riprende sempre nel riflesso di uno specchio o di un vetro; a volte è visibile solo come ombra. Si fotografa come ombra su un pavimento o su un prato. Questo per dire che, nella sua arte, lei stessa sta come un oggetto fra i tanti. La sua arte sembra scaturita da un’attività autonoma della macchina fotografica, quasi che gli scatti fossero stati casuali. E casuali sembrano, per come colgono particolari istantanei che un momento dopo non ci sono più, per come ignorano quasi sarcasticamente regole della buona inquadratura e lasciano abbondantemente figure mezze dentro e mezze fuori. D’altra parte, a uno sguardo anche disattento si dimostra che la composizione di queste immagini ha un’armonia classica, che corrisponde a un senso dell’inquadratura degno dei migliori maestri. Chi ha osservato, come me, i negativi, può assicurarvi che la percentuale di successo nei suoi scatti è altissima. Quasi tutti gli scatti corrispondono alla foto che Cristina voleva fare, o almeno a una delle sue varianti. Pochissimi sono gli scarti. Un genio spontaneo? Io credo che Cristina, della cui vita non si sa nulla, abbia lavorato moltissimo, in segreto, e non si sa con quali maestri, per raggiungere questi risultati. L’eccezionale lavoro di un genio inconsapevole, allora? Andiamoci piano: chi ci assicura che fosse un genio inconsapevole? La personalità di Cristina è un labirinto: più ci si avventura e più porte si aprono, più viene alla luce sul suo conto e più il mistero si infittisce. La realtà sembra essere che Cristina conosceva perfettamente il valore della sua opera, ma non si sentiva a suo agio con un’umanità di cui diffidava e da cui si sentiva guardata con diffidenza. Stendere il segreto sulla propria opera non sempre è un atto autodistruttivo, un atto di sfiducia in se stessi. Può essere anche un atto di orgoglio, se non si ritiene il mondo all’altezza di quell’opera.

Se Loredana Serrani fotografa l’anima della materia, Cristina Megalizzi l’anima la abolisce del tutto e ritrae uomini e cose partecipi di una stessa vicenda, trascinati dal medesimo destino. È la visione definitiva di un mondo senza dei. Sotto un cielo sgombro di dei la vita è fatta di un accumulo smisurato di casi. Casi fortuiti, irripetibili, che l’occhio della camera ha il privilegio di poter immortalare. Ma è un triste privilegio, giacché il momento resta comunque perduto per sempre e nessuna opera può riavvolgere il nastro della storia, riportare la felicità a quel punto, o riportare in vita il morto che compare nella foto… Ecco perché un sentimento d’inutilità che altrimenti parrebbe patologico. L’arte di Cristina ha a monte la perdita di qualsiasi teologia e teleologia -anche la teleologia dei laici. Eliminato il senso del sacro dalla vita, resta soltanto un accumulo sciocco e non motivato di momenti, ognuno dei quali è già parzialmente corroso dalla morte. Cristina fotografa quei momenti, quella particolare espressione sul volto della donna del tram, quel gruppo di bambini che accarezzano un coniglio, quegli operai con le facce abbrutite o quel gruppo familiare dove i bambini sembrano irrobustiti dall’affetto dei nonni, fotografa una sconosciuta vestita in un modo appariscente e una madre che sembra uscita da una tela di Botero. E tutto questo per strada, perché la strada è il luogo dove si è in cammino. In cammino verso dove? Verso altri gruppi familiari, altre espressioni, altri particolari, e così all’infinito finché ci sganciamo da questa catena con la morte. E allora la catena continua senza di noi, ma con l’entrata di qualcun altro al posto nostro. Quello che Cristina ha fotografato è l’assoluta mancanza di senso del reale, la mancanza di ogni scopo, di ogni logica in quello che accade. In un romanzo o in un film c’è sempre uno sviluppo che porta a qualcosa: è difficile che un testo scritto non porti a nulla. Noi abbiamo inventato la parola proprio perché portasse a qualcosa, abbiamo una visione teleologica delle cose perché abbiamo la parola. Un gatto non ha una teleologia. Di Cristina si dice che parlava poco, quasi mai. Che alcuni la chiamavano “la muta”. Mi piace immaginare che questa donna quasi muta fosse talmente poco intrisa della mentalità della parola da immergersi nella mancanza di scopo del mondo, e rappresentarla. Che le sue foto siano come le foto che scatterebbe un gatto, se avesse la facoltà di usare una camera.

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“Radiosa sorella della morte”

di Christian Girona

Il mistero è altra cosa dal segreto. Il segreto è spiegabile, ma la sua spiegazione è nota a pochi: riguarda gli iniziati. Il mistero, invece, non è conosciuto da nessuno: riguarda le cose ultime, e nel momento in cui anche uno solo ne trova la chiave, cessa di essere mistero. La vera arte mescola segreto e mistero. Il segreto è perlopiù la sua tecnica, il mistero ne è la sostanza. L’arte di Loredana Serrani riguarda il mistero, lo lambisce, ci gioca senza azzardarsi mai a interrogarlo. Anzi tiene il più possibile a conservarlo. Lo osserva nelle cose che le si presentano sotto lo sguardo, lo scova, lo restituisce. Sempre intatto. O meglio, trasformato in forma, che è il modo migliore per conservarlo.

Scrive Adam Zagajewski in una poesia intitolata Tardo Beethoven:

“…gioia, gioia selvaggia

della forma, radiosa sorella della morte”.

Questi due versi sono a loro volta un mistero. Il loro significato è evidente, ma è impossibile da parafrasare. È impossibile “dire a parole nostre” la verità che Zagajewski esprime in questo pugno di parole. Il loro mistero, il loro attingere alle cose ultime, è nella forma. Allo stesso modo si presenta l’arte di Loredana Serrani: il suo mistero è tutto nella forma. La composizione dell’immagine, il suo bianconero, le sue sgranature, il suo tocco anticheggiante creano atmosfere entro cui fluttuano visioni. Bambine avvolte in candide vesti, tendoni da circo, clown, donne che indossano maschere di una selvaggia antichità, passi di danza, interni sbrecciati, muri diroccati, termosifoni cadenti; e specchi sporchi che riflettono figure senza mostrarne il volto, finestre che custodiscono il cifrario di un Altrove sigillato, tende che velano volti, sguardi intensissimi che emergono da fondali di essenziale raffinatezza. È tutto un mondo sonnambolico, un rievocare cose perdute che possono essere recuperate solo in parte. Le figure quasi levitano, sfiorano la terra come se stessero per partirne. Le immagini hanno una qualità insieme familiare e inquietante, sembra un guardare oltre la morte, un parlare, a volte, coi morti. Se fosse musica, sarebbe musica di Nino Rota, il “piccolo santo”, il compositore che diceva di parlare con le anime dell’aldilà… Loredana Serrani sembra recuperare queste immagini da una memoria incompleta, al modo in cui si recuperano al risveglio i fotogrammi semiscomparsi del sogno. E c’è una nostalgia bruciante del sogno, sempre associata però alla consapevolezza della sua irrecuperabilità. Dei contenuti perduti non importa sapere quali siano, importa che siano cose care, ma anche solenni, cose sacralizzate da una mitologia personale: come il padre di Bruno Schulz, che, sacralizzato dalla mitologia personale dello scrittore, diventa protagonista di misteriosissimi racconti. Le testimonianze di questi sogni, le tracce semicancellate delle cose perdute, riaffiorano nella quotidianità impure, mescolate ad altri materiali che le sporcano, ed è così che la fotografa le raffigura: nella loro struggente irrecuperabilità. Si ha sempre una sensazione di incompleto, di non detto di fronte a queste fotografie. Ma esse sono sempre anche radiose nella loro ostinata interiorità. Facciamoci caso: nelle immagini di Loredana Serrani il buio è quasi assente: le visioni si presentano alla luce del giorno, o in penombra. Proprio come i frammenti del sogno recuperati durante la veglia. Consapevole e visionaria, l’artista sciorina il cifrario del suo Altrove: un Altrove da cui si proviene e verso cui si tende, e che ricorda il nulla che precede e segue le nostre vite. In questa misteriosa luminosità, Loredana realizza l’evocazione ardente di Zagajewski:

“…gioia, gioia selvaggia

della forma, radiosa sorella della morte”.

Au revoir!

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“Come ti senti, amico?”, mi domandano.
Mi sento
come un frutto acerbo
come un guscio di mandorla
troppo duro da rompere.
Guardo in fondo
verso la strada che non conosco
-quella vecchia mi è tediosa.
Solo il nuovo mi attrae
tutto il resto è un vestito che mi va troppo largo.
Vi saluto, anni d’oro
voglio vestiti stretti
voglio una contrada senza madri
voglio che il mio paese mi dimentichi
o che sprofondi.
Io
voglio le strade dove voi non siete stati.

La bellezza

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S’allontanavano Eva ed Adamo,
le porte dell’Eden alle loro spalle
s’erano richiuse,
ma dappertutto li seguiva il profumo
di quelle erbe impreziosite dalla pioggia,
l’odore della felicità ignara,
troppo perfetta perché potessero non incrinarla.
Forse non era stata colpa loro:
la Bellezza s’era raccolta in sé, a protezione di se stessa.
Era troppo paurosa,
troppo fragile per vivere:
e avviluppata nelle sue nevrosi li aveva cacciati,
dando loro un rimorso perché non tornassero più.
Pure, chiusa nella sua sfera di troppa solitudine,
ella ne aveva incrinato il vetro
e li tormentava, a volte, colla sua voce,
pronta a ritrarsi, per paura, se rispondevano.
Forse la porta dell’Eden non s’era mai chiusa del tutto,
forse era rimasta accostata in attesa che tornassero
e lasciava trapelare quel profumo:
ma, trattenuti dal loro rimorso,
Eva ed Adamo non tornarono più.

Incompiutezza

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Vorrei capire perché, alla mattina,
aprendo gli occhi da un sogno che scompare
rivengo al mondo e ho addosso tutto il peso
del giorno che si profila.

Nel mio spazio non vedo un viso amico
nessun’uscita che riporti all’aria aperta
ma la tristezza con me si trastulla
m’immobilizza il pensiero degli errori.

Poi il giorno prende il volo e forse va
come una rondine allegra e stridula gridando.
Ma quando viene l’ora di dormire
tramonta il sole in un mare d’incertezza.

Tramonto

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Scende il sole, alla sera, fra i ghiacci,
per rifugiarsi dietro le montagne:
è una grande palla di fuoco,
densa, che getta i suoi ultimi raggi
sul mare gelido, mosso, tanto scuro,
dov’è finita la tempesta, ma la calma
deve ancora arrivare del tutto.
Lievi qui soffiano tutto il giorno i venti,
ma entro la bolla che racchiude anche le stelle
spargon tristezza i colori del tramonto,
che si diffondono lenti, come gas,
o come miele disciolto, che cola.
E il tramonto, quaggiù, dura per mesi.
Eppure fuori, oltre la superficie
della bolla che imprigiona anche le stelle,
tutti quanti stiamo andando ad una festa
che si celebrerà sotto altre stelle.
Il mondo lassù è caldo e colorato,
e quale dei due è vero, non si sa.

Epitaffio

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Aspro è il mio verso, amara spesso l’anima.
Se un giocoliere vi sembro, guardate bene,
guardate il graffio nella mia allegria,
il pugno che vi colpisce
nell’apparente mia dolce ironia.
La mia dolcezza è dolcezza tradita,
il mio candore candore ferito,
la mia innocenza è violata e manomessa.
E tanto più vi sputo in faccia il mio candore, quanto più
voi dalle spalle o davanti lo colpite.
Ho costruito coi versi un castello
e vi ho rinchiuso l’anima nera.
Poi s’inabissi il castello, e si disperdano
sulle rive del mare i miei veleni.