Wunderkammer 7: gli edifici pericolanti di Massimiliano Damaggio

“Faccio una battuta e sopravvivo
ma prendo per amore l’elemosina
e sosto, senza amore, perché è facile
condividere del prossimo
il meno e non il più a noi prossimo”

perìgeion

diAntonio Devicienti

Duole constatare come i libri (anche i pochi di valore) vengano pubblicati, ricevano magari alcune recensioni (talvolta di circostanza, talaltra superficiali, raramente approfondite) che compaiono a breve distanza di tempo le une dalle altre in riviste e spazi web e poi vengano di fatto dimenticati (e questo vale ancor di più per i libri di poesia).
Auguro a questo libro di Massimiliano Damaggio un destino opposto: che lo si legga, che se ne scriva, che l’attenzione nei suoi confronti si protragga nel tempo – questa mia non è né una recensione, né un atto dovuto ad amico caro, ma un pensiero personale che mi azzardo a rendere pubblico: so, insieme con non pochi altri, che per Damaggio vita e poesia non sono distinte, so che la sua passione vitale coincide esatta con il suo scrivere, so che questo libro vede la luce dopo un periodo lungo e…

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I gatti di Arachova

(Su Postpopuli col titolo Nei dintorni di Delfi, tra gatti e silenzio)

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È curioso, ma il nome di Delfi non evoca in me l’antica Grecia, bensì una poesia di Lee Masters, l’ultima dell’Antologia di Spoon River:

Tu non ricordi o Delfico Apollo,
l’ora del tramonto sul fiume, quando Mickey M’Grew
disse “È un fantasma”, e io “È il Delfico Apollo”,
e il figlio del banchiere ci beffò dicendo “È il riflesso
dei giaggioli sul ciglio dell’acqua, voi stupidi sciocchi.”

Delfi per me non è Delfi. È un non luogo, o come si direbbe oggi un iperluogo. Forse è per questo che non sono riuscito ad andarci. Il mio senso dell’orientamento è inesistente, senza il navigatore non ricordo nemmeno le strade che faccio ogni giorno. Ma il navigatore ignora diverse strade in Grecia; la più aggiornata mappa satellitare della Grecia è una mappa incompleta. Anche i cartelli stradali sono imprecisi: seguo un’inequivocabile indicazione per Epidauro e dopo pochi secondi freno sulla riva di uno specchio d’acqua, dove danzano starnazzando le paperelle. Forse perché Delfi non è Delfi credo di potere in un giorno partire da Nauplia (vicino Atene), visitare Olimpia e poi dirigermi verso la stanza che ho prenotato ad Arachova, una frazione appunto di Delfi. Finisce che arrivo nel pomeriggio a Olimpia, vedo sul navigatore quanto ci vuole per Arachova e riparto da Olimpia senza averla visitata.

Le autostrade greche non sono come quelle italiane, che col buio diventano vene dove il sangue delle macchine scorre verso il cuore delle città. Le autostrade greche sono quasi vuote, si possono fare chilometri e rimanerne i padroni incontrastati. Ci si addentra da soli in un paesaggio che non cessa mai di cambiare, che in pochi chilometri varia dalla macchia mediterranea a delle strane cave violacee, dalla montagna nietzscheana a corsi d’acqua così inabissati nelle valli che sembrano davvero l’Acheronte. Quasi nulla, della Grecia, suggerisce l’antica Grecia, tranne il paesaggio. Le autostrade greche, d’estate, sono anche piene di cani. Non cani randagi. Cani abbandonati. Inseguono le macchine sperando che passi quella del padrone. Forse un giorno, da quelle macchine, qualcuno li prenderà per portarli a casa. Più facilmente, un giorno, qualcuna di quelle macchine li prenderà sotto, o getterà un altro cane sull’asfalto. L’abbandono degli animali in Grecia è altissimo. Il rispetto delle regole, in Grecia, è bassissimo. Non si incontra quasi nessuno in autostrada, ma quando lo si incontra bisogna stare attenti perché corre come un pazzo. C’è il limite di velocità, ci sono i rilevatori, ma è come se non ci fossero. Il limite di velocità per i greci è un concetto astratto come per me Delfi. Se qualcuno vuole andare piano, te lo comunica mettendosi in corsia d’emergenza. Se tu vuoi guidare piano, ti conviene metterti in corsia d’emergenza.

Articolo completo su Postpopuli

Rivoluzione negli occhi di un gattino

treni

Boumil Hrabal, in Treni strettamente sorvegliati, ha dipinto la ferocia del nazismo attraverso la sofferenza degli animali. Ed anche nelle lettere ad Aprilina la Rivoluzione di velluto sembra filtrata traverso lo sguardo bambino e sornione dei gatti. Scelte poeticissime ed icastiche. l’Inquisizione bruciò tutti i gatti neri perché li credeva imparentati col demonio. E forse nulla fa capire fin dove si spinse la sua fanatica follia più dell’immagine di quei gattini miagolanti tra le fiamme…

Bodyterranean, Intervista a Simone Mongelli

“A volte immagino Miles Davis che torna a casa dal suo job di sales account (e non venditore), si toglie la cravatta, si sfila i calzini puzzolenti, piglia la tromba e, sfiancato dalle atrocità dette tutto il giorno, stecca all’infinito provando So What, non arrivando mai a chiamarsi Miles Davis. Io so che il mondo è pieno di questi omicidii.”

E’ il passaggio più impressionante di questa testimonianza di Massimiliano Damaggio: non un’intervista, ma un pezzo di dialogo e di scrittura debordante, di un’eresia segnalata anche dall’allineamento grafico a bandiera, dove si inciampa in frammenti di poesia e in riflessioni di grande forza liberatoria. E’ una lettura che fa bene.

perìgeion

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intervista di Massimiliano Damaggio

Marta mi chiede: Ti piace il disco di Simone? Sì, dico io, è bellissimo. Tanto bello quanto poco commerciale. Eh, sì, dice lei. Certo che tu e Simone ve la giocate alla pari: tu con la poesia e lui con la sua musica.

Stasera mangiavamo la pizza e gli ho raccontato di questo aneddoto con sua madre. Abbiamo sorriso con dolcezza, forse entrambi pensando a quanto Marta e Flavio abbiamo sempre creduto nel figlio.

Cos’è commerciabile? Lo scrive uno che per tirare su soldi prova a fare il venditore. I bisogni ci sono. Se non ci sono, si creano. Tutto può divenire merce. Basta un bel packaging e un po’ di filosofia da quattro soldi tipo rivista di moda. Sarà che alla poesia mancano manager capaci? Siamo liberi e salvi. Sì, ma poi dobbiamo trovare il modo di alzare qualche lira. Siamo forse liberi ma non…

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Favola

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La madre comprava libri alla bambina. Era una bambina matura. Sembrava un’adulta. Nella sua voce non c’era nessun suono di Moldavia. La lingua materna sembrava non aver lasciato tracce su di lei. Chiedeva libri colla sua voce impettita. La madre -le sì colla sua voce di Moldavia- chiedeva “Quanto costa?” e se li faceva mettere da parte. Dopo una settimana rovesciava in libreria un astuccio di spicci, l’importo esatto dei libri.

Naufraghi del mondo, senza compagnia, si aggirano nascosti come belve. Sprovvisti di cose ma belli come cose, sono sassi, felci, gatti.

Il libraio era un ragazzo autistico. Riempiva quaderni di appunti e poi li buttava. Aveva scritto un’unica poesia:  “Ho in me / tutte le ragioni / e nessun desiderio di dirle”, e la premetteva ad ogni quaderno. Scriveva con grafia minuscola e, se correggeva, buttava via il quaderno e ricominciava da capo. Non c’erano cancellature nel suo mondo. Nel suo mondo tutto doveva essere perfetto. Perfetto come dopo la morte.

Perle del mondo, che guardano e non vivono, si aggirano nascosti dentro i gusci. Sprovvisti di amici ma di tutto amici, sono sassi, gufi, gatti.

Brassens provava le sue canzoni con i gatti. Fra i miao del giorno e le serenate della notte, lui cantava Au bois de mon coeur nella sua casa alla periferia di Parigi. Poi le cantava ai suoi amici alla taverna.

Eremi del mondo, giovani e già vecchi, si aggirano colla loro saggezza. Sprovvisti di doni, ma doni incarnati, sono sassi, felci, gufi, gatti.

L’inventore di vite

1450121078_675418_1450121173_noticia_normalVeniva da una famiglia importante, ma il suo primo amore era stata una ragazza del popolo. Nulla si sa di Louise, tranne ch’era malata. Stettero insieme di nascosto, l’aristocratico e la donna del popolo, finché lei morì. Gli amici dicono che fu devastato. Ma già un anno più tardi era legato a un’altra donna, questa volta un’attrice famosa. Non stavano quasi mai insieme: lui viaggiava perché era malato, lei per le sue tournée. Era in tournée anche quando lui morì. Ma sarebbe sbagliato dire che non si volevano bene. Erano quello che oggi si dice una coppia libera. Lui era amico di tutti, da Oscar Wilde a Paul Verlaine. Ed era anche nemico di André Gide. Era un uomo ammirato e rispettato. Era quel che si dice una figura autorevole. Ed era, come si dice, inserito nel bel mondo o nel mondo che conta. Ma era anche un solitario. La misteriosa malattia che lo corrodeva –nevrastenia, fragilità polmonare, intestino guasto- non la poteva condividere con nessuno, e nemmeno il mondo impossibile che aveva dentro. Era un patito di libri d’avventura, scriveva avventure, ma erano avventure vissute sulla carta, basandosi sulle innumerevoli carte che aveva consultato. Anche la sua erudizione non poteva condividerla con nessuno. L’aveva coltivata con furia certosina, fin da bambino. Era poliglotta, erudito, poligrafo, scriveva d’avventure. Era amico di penna di Stevenson, ma non l’aveva mai incontrato. Condivise il mal d’Europa di Stevenson, ma fuori dell’Europa non stava bene. Criticava il colonialismo e il razzismo, ma stava meglio coi colonizzatori che coi colonizzati. Volle andare sulla tomba di Stevenson, non la trovò e la sua malattia mise fine al suo viaggio. Il senso del viaggio era tornare. Stava tra marinai, trafficanti, venditori di tabacco e di hashish, servi mulatti, ma non legava con loro come legava con Stevenson, Mallarmé e Paul Valéry. Considerava i contrabbandieri e i pirati la sua gente, ma per le conversazioni preferiva Jules Renard. Con sua moglie non s’incontravano quasi mai, ma si scrivevano. Era un uomo di passione. Era anche un uomo troppo cerebrale. La sua passione era scrivere vite. Ma non era come quelli che, nello scrivere vite, ne sanno poco e allora s’aggrappano ad ogni dettaglio e gli restano fedeli. Lui di quelle vite sapeva quasi tutto, sapeva tutto ciò che agli uomini era dato di sapere, e allora, quando si sedeva a scrivere, le inventava. Non raccontava le vite, raccontava quello che lui aveva ricevuto dalle vite. I fatti potevano non essere veri, la sostanza umana dei fatti era vera. Aveva vissuto numerose vite, tutte sfiorandole. Sapeva quasi tutto delle vite. Sapeva anche che la vita viene a noia. E morì giovane, nel pieno della sua insoddisfazione, prima che la noia lo prendesse.

“Terzafascia” di Giovanna Amato

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Terzafascia” è la terza fascia delle graduatorie di istituto, che comprende -cito dal sito del Miur- “i docenti non abilitati in possesso del titolo di studio valido per l’accesso all’insegnamento”. Tradotto in vita quotidiana, è la fascia degli insegnanti più precari. Giovanna Amato lo scrive senza spazi rivelando il lemma burocratico per quello che è: un marchio, che per chi lo vive assurge a condizione permanente: si è precari come si fosse affetti da una malattia incurabile; la precarietà diventa un modo di sentire, un tarlo che col tempo si fissa in una tara. Si pensa da precari, ed è un pensare diverso da quello di chi “ha un lavoro fisso”: un pensare che, forse, rimarrà tale anche quando la precarietà sarà finita. L’autrice riesce a raccontare questa condizione in un’opera che, lungi dall’essere “l’ennesimo libro sui precari”, o “l’ennesimo libro sulla scuola”, e lungi anche dall’essere un libro “generazionale e ombelicale” come tanti, è invece un onesto resoconto condotto senza autoindulgenza e con felice mordente narrativo. “Penso a un libro sulla terzafascia”, scrive nell’ultima pagina, “Qualcosa di ironico, che illuda che dietro non ci siano il logorio e la rabbia e la frustrazione. Qualcosa di lieve”

E’ uno stile, quello di Giovanna Amato, asciutto ma ricco, giocato sul registro dell’autoironia, innervato da giochi di parole ma estraneo alla battuta facile, che arieggia al parlato senza scivolare nel luogo comune. E’ difficile mantenere l’eleganza in un registro come questo. L’autrice ci riesce grazie a una sorvegliatezza da orefice, spezzando la lingua colloquiale con intarsi di voci più preziose, con prestiti letterari non dissimulati ma tenacemente non esibiti, e con l’aiuto di perfetti tempi comici. Fa propria la lezione degli amati Stevenson e Kipling, maestri del tradurre l’inquietudine in meccanismo narrativo e limpidezza di stile.

Ma non basta, perché il miracolo di questa prosa è la disinvoltura con cui l’umorismo confina con l’estasi. Leggendo con attenzione, ci si accorge che Terzafascia (FusibiliaLibri, 2017) non è soltanto il racconto di un’esperienza -nessun libro sulla scuola è mai davvero un “racconto d’esperienza”, perché gli insegnanti sono per legge tenuti alla privacy- ma la testimonianza di uno sforzo per conservare un grano di bellezza, per non perdere un minimo di grazia anche fra disagi pratici e a contatto con la stupidità umana. La bellezza può risiedere in un concerto di Mozart, in pagine di letteratura, o in un’alba goduta alla stazione, arrivando nel paesello dove si va ad insegnare e in cui la preside costringe a sveglie antelucane la docente che lavorerà poche settimane e verrà pagata dopo mesi pur di non concederle un ritardo quotidiano di sei minuti!

La bellezza è un esercizio duro, ma è l’unica fonte di salvezza. Esemplare il passo dedicato al mestiere di scrivere, che -com’è tipico di Giovanna- esaurisce argomenti complessi in poche felici battute:

“…la scrittura è un’occupazione che prevede molte cose belle ma anche molte cose brutte. Per esempio, dico, si lavora tantissime ore al giorno, anche quando non si sta scrivendo, molto tempo si passa a pensare a cosa si vuole scrivere, come farlo, e quando, e ogni momento è buono per prendere appunti, e alla sera spesso si arriva intontiti e con i calli alle mani. Naturalmente, spiego, il più di questa roba si butta. Poi, quando finalmente ci si siede alla scrivania, se è un giorno buono, si può lavorare su quel materiale fino a dieci ore di fila. Io uso il computer, racconto, perché è più veloce e poi con la penna mi si rovinerebbero le dita e non potrei più suonare. Certo, proseguo, non tutti accettano di riconoscere che è un lavoro utile e faticoso, così, imperverso, si è costretti a trovare un secondo lavoro, che tutti considerano il primo e unico lavoro, per sopravvivere ma in fondo anche per non impazzire; perché non è solo lo sforzo fisico, infierisco, e neanche solo quello mentale: è il proprio percorso di crescita spirituale, l’approdo a una propria estetica, anche provvisoria, quello che incide. Per esempio, cito, io non dormo da uan settimana perché sto ripensando daccapo un libro frutto di quattro anni di meditazione e due di stesura, dopo che il mio ghost-editor l’ha demolito in una conversazione di cinque minuti. So che ha ragione, anche se le auguro che le cada il cellulare nel water,e quindi ci passo qualche notte insonne finché l’umiliazione è fresca e poi la mattina vengo qui a lavorare, e mica ammazzo qualcuno. E non sto ripensando solo al libri, incrudelisco, ma soprattutto a me. Chi sono? Il narratore di sempre, o c’è della lirica in me? Prevarrà l’artigianato o il delirio? Soprattutto, riuscirò a trovare la forma di quello che ho da dire senza pormi sempre queste incasellanti domande? E’ così, chioso, che ci si accorge che la propria mente è una corda tesa tra estasi e panico, sempre a rischio di spezzarsi.

‘E quali sono le cose belle?’, chiede Alberto dal fondo della classe.

A quel punto non so come dirgli che le cose belle sono queste.”

C’è un’altra preoccupazione che attraversa con leggerezza il romanzo, ed è quella per la trasmissione della bellezza. Come educatrice, Giovanna vuole che la comunicazione della bellezza non si fermi. E scopre che in effetti non si ferma, ma deve prendere spesso strade oblique, fare a zigzag in una folla ottusa per arrivare ai suoi naturali destinatari. E che bisogna accettare questo fatto, e continuare a tramandarla come si manda un messaggio in bottiglia, confidando con insolens laetitia che verrà raccolto.

Vecchio cantore – racconto inedito di Giorgio Galli

… con un caloroso grazie ad Antonio Devicienti e a tutti gli amici di Perìgeion.

perìgeion

L’uomo ascoltava la pipa e fumava il jazz. Non è un errore: è proprio così. La pipa ha un suo ritmo. La pipa è contemplazione. E’ come la cantilena del mare sulla spiaggia di Sète. In una canzone, l’uomo aveva chiesto di essere seppellito sulla spiaggia di Sète. L’uomo era uno chansonnier famoso. Non era vecchio, ma era invecchiato. Era bello lo stesso, perché era sempre stato un bell’uomo. Ora era un bel vecchio. Anche la faccia stanca, i vestiti dai colori smorti gli donavano. Certo era triste guardarlo, se si ricordava com’era pochi anni fa. Ma in fondo aveva sempre avuto un che di vecchio, un che di stanco, con quella pipa infilata nella bocca anche mentre cantava. E poi, le sue canzoni erano senza età. Altri avevano cambiato stile, s’erano aggiornati ai tempi. Lui non aveva mai avuto lo stile dei suoi tempi. Non era stato sentimentale quando…

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Cristina Polli, “Tutto e ogni singola cosa”

01 TUTTO E OGNI SINGOLA COSA COP_01 TUTTO E OGNI SINGOLA COSA COToni idilliaci dissimulano una pulsazione incalzante. Così si presenta la poesia di Cristina Polli, profondamente femminile per la vitale essenzialità, la contemplativa drammaticità dei momenti più intensi. Robert Schumann scrisse che la musica di Chopin somigliava a “cannoni nascosti tra i fiori”. Potremmo dire lo stesso di questa poesia, ma l’immagine dei cannoni si rivelerebbe fuorviante: qui la forza non è mai muscolare, è forza senza afflato di potenza. Cristina ci schiude una vita segreta, separata in apparenza dal “reale”, custodita come una perla rara che può uscire solo così, timidamente, con forza. Non è una poesia confessionale: è la mappa di una difficile geografia interiore, di un mondo custodito e difeso e non esposto, un mondo che non può vivere nel mondo esterno, anche se sente e vive il mondo esterno. Ovunque un senso di assenza, di attesa, un’angoscia trattenuta e immobilizzata in istanti-simbolo come nella pittura metafisica. Tutto è rarefatto, le parole sono posa raccolta sul fondo, piccole pause nel silenzio. La musica di questi versi non va cercata nel suono, ma nei silenzi a cui il suono è sottratto. E’ l’autrice stessa a dirci, al principio della raccolta, che la sua sensibilità consta di “composti tormenti di passioni”.

Genero metafore di pietra,
roccaforti a spigolo vivo, oltre
strali di parole che trapassano
come lame taglienti i miei pensieri –
residui di avidità – prigionieri
di una cupa estranea accidia.”

Il sentimento si compone in figure archetipiche. Una delle quali è la lontananza:

guardo la ringhiera scrostata
intrisa di amati inverni e di mani
aggrappate a tratttenere distacchi
quando ancora non hai imparato
a lasciare andare,
a farti tutt’uno con l’erosione
che mischia sale e sabbia.”

Cristina è “ancorata al distacco”. Come la sua Nausicaa, che va incontro all’abbandono di Ulisse già prefigurandolo:

Rinnegherai il tuo vagabondare
e sarai il mio dolore d’abbandono.”

Non sembra darsi, in una interiorità così assoluta, una comunione con l’Altro se non mettendo in comune la solitudine. Tutto è segreto in quest’universo:

Nascosta è la parola che m’incanta
il lampo fulgido
che rischiara il campo.”

E’ un universo conchiuso e fortemente orizzontale, da cui schizzano improvvisi slanci verticali, spesso sottolineati dall’endecasillabo:

ché il mare è metallo d’armatura.”

La parola non guarisce e non salva: è una parola testimone della pazienza con cui “tendiamo i sensi al cielo” anche se dal cielo non giunge risposta. Lo “sgomento d’accaduto” che la domina determina una modalità post factum, una psicologia che fa esistere l’azione umana solo nella successiva contemplazione interiore. I versi non si dipanano, non si librano: scendono piuttosto, lentamente. Una sensibilità così solitaria non esclude però una introversa empatia, dove l’Altro e il Divino vengono messi sullo stesso piano: difficili da attingere, l’Altro e il Divino sono entrambi preziosi, entrambi anelati. La divinità dell’Altro è il presupposto su cui poggia lo stare al mondo della poetessa Cristina, per la quale accogliere l’Altro significa accoglierne l’interiorità nella propria. Il ricorso al mito classico è significativo sia del pudore espressivo dell’autrice, sia della sua volontà di pensare in universali. La poetessa Cristina è capace di vivere solo in profondità, nell’inconscio individuale e collettivo, nei sottosuoli dell’umano:

Noi, Sisifo assorto in trasporti di pietre
meditiamo
dolore
e ritardiamo l’Incontro.
Spostiamo macerie
che franano sull’Io,
sulle membra consunte,
sull’anima dissolta.
[…]
stanchezza che plasma il senso,
surrogato di pensiero,
barricata all’Incontro.”

Questa coscienza “barricata all’Incontro” non esclude il dono di sé, ma è un dono che si dà nell’accettazione dell’Altro come enigma, che genera un consapevole abbandono:

Accosta la sedia al muro
sarà l’impianto del pensiero
a sorreggere il dolore.
Siedi senza interrogare
aruspici di linee,
resta nell’inessenziale,
nell’essenza del dono.
E il buio ti trova
nell’abbraccio sognato.”

Se l’Altro e il Dio coincidono, e sono un enigma, l’appuntamento mancato con il Dio sembra una condizione permanente:

E il sole cantava la sua gloria indifferente
sui finestrini delle auto in movimento
Sarebbe potuto scendere un dio.

Ho preso il biglietto dell’autobus
dalla tasca della borsa
per il viaggio di ritorno.

Ho mancato il dio.”

L’Io si scompone, non è un essere, ma un “desiderio d’essere”, un rifrangersi del Sé negli altri:

Non ho voce
se non ascolti e taci.

[…]

Non ho volto
se il sembiante dissolto
cancelli.”

Il Tu, a sua volta, è fuggevole e mobile, e si cristallizza in oggetti-simbolo lontani:

Luna di mezzo agosto
[…]
sfumi il mio sonno il tuo perduto splendore
e culli il tuo ritorno la mia nostalgia di vederti
rifranta in scintille su spicchi di mare
fugaci lumi sul tuo taciuto errare

Tormentato dall’eccesso di consapevolezza, affaticato dalla difficoltà di raggiungere un consapevole abbandono, l’io poetico, apolide della mitologia, si rifugia nel topos della richiesta di oblio, e suggerisce che solo dentro l’oblio può darsi l’Incontro (che dunque l’Incontro non può essere mai davvero conosciuto, è impermeabile alla coscienza):

Vorrei che la solerte coscienza
prendesse il suo riposo
sdraiata su una coltre d’oblio
come un amante appagato.”

Il “vagare immoto”, l’ossimoro che governa l’io poetico di Cristina, non va confuso però con l’egotismo. Abbiamo tracce di una silenziosa ma tenace coscienza civile:

il tempo dedicato
a credere nei bambini che siedono
scomposti nei banchi
che abbiano un giorno
parole di cuore e coraggio
e un mondo in cui viverle

Questo taciuto desiderio di trasmettere e accudire testimonia -ancora- della profonda femminilità di questa poesia. Come nota Anna Maria Curci nella Prefazione, Cristina Polli poetizza la vita femminile della lotta, la pazienza nella lotta che trova il suo archetipo mitico nella figura di Nausicaa, che già conosce l’abbandono di Ulisse ma non si sottrae ad esso, che risponde a un fato immutabile con il suo esserci.

Un racconto di Coimbra

(Su Postpopuli, col titolo Coimbra, un Portogallo che sa inquietare)

Coimbra è un quadro di Fontana ricucito. Una pagina asfaltata di bianco. La Storia è un assassino che lascia sempre tracce: l’impronta del fascio stampata sul muro di un palazzo anche dopo che il fascio è stato rimosso; il volto che riaffiora appena visibile da un affresco, dopo l’incubo della damnatio memoriae… A Coimbra non ci sono tracce. Io e mia moglie camminiamo esterrefatti. Nessuna targa nel luogo dove si consumavano gli autodafé. Nemmeno una piccola scritta, un segno. Se non avessimo letto i libri, avremmo visto solo una grande piazza, come quelle di tante città.
A Portella della Ginestra ci sono pietre scolpite coi nomi d’ogni singola vittima. Quelle pietre significano: “Abbiamo vinto noi”: non i mafiosi che hanno fatto la strage, ma noi che ce ne ricordiamo. Noi abbiamo vinto. Coimbra ha perso.
“Dopo il terremoto che avea distrutto tre quarti di Lisbona, i dotti del paese non avevan trovato mezzo più efficace per impedire una total rovina, che di dare al popolo un bell’auto-da-fè. Era stato deciso dall’Università di Coimbra che lo spettacolo di qualche persona bruciata a fuoco lento in gran cerimonia era un segreto infallibile per impedire che la terra non si scuota. Aveano in conseguenza catturato un biscaglino convinto d’aver sposato la comare, e due portoghesi che, mangiando un pollastro, ne aveano levato il lardo; si venne poi dopo pranzo alla cattura del dottor Pangloss, e di Candido suo discepolo; di quello per aver parlato, e di questo per aver ascoltato in aria d’approvazione. Furono tutti e due condotti separatamente in appartamenti freschissimi, ne’ quali non s’era mai infastiditi dal sole. Otto giorni dopo furono tutti rivestiti d’un sambenìto, e vennero loro adornate le teste di mitere di carta, la mitera e il sambenìto di Candido eran dipinte con delle fiamme all’ingiù, e con de’ diavoli senza granfie e senza coda; ma i diavoli nel sambenìto di Pangloss avean granfie e coda, e le fiamme eran dritte. Andarono così vestiti a processione e sentirono un sermone assai patetico seguito da una bella musica in falso bordone; Candido fu frustato sul messere a tempo di battuta mentre cantavano; il biscaglino e quei due che non avean voluto mangiar del lardo furono bruciati, e Pangloss fu appiccato…” Così nel Candido di Voltaire. Ma nella città non ne resta più segno.

Articolo completo su Postpopuli