Netturbino, blues

rotko-tes

il gattino schiacciato a bordo strada
animale notturno come me
le bottiglie degli ubriachi che festeggiano
degli ubriachi che bevono
perché non c’è più nulla da festeggiare
l’alba impastata di sonno
il sonno dei porci del mondo

la bava delle emozioni seccate dal buio
l’anima fuori dal baricentro
l’odor di piscio dei morti festosi
che modellano con l’aria la parola “vita”
l’alba impastata di tubo di scarico
e a bordo strada accanto al gattino
dormono i porci del mondo

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Autoritratto sul Golgota (Gauguin speaks)

gauguin golgota

Questa non è la morte. E’ prima della morte. E’ la scelta di non vivere. Non come la gente vive. Non chiedete a un poeta di amare più la sua donna che la penna. Egli mentirà, spergiurerà, ma io vi dico ch’è la penna il suo vero amore. Sono nato con un gettone per la pittura ed uno per la felicità terrena. Potevo sceglierne uno solo. Non è per egoismo che ho abbandonato mia moglie, che ho investito in colori i soldi destinati a mia figlia. No. E’ per la pittura. I missionari non possono guardare in faccia a nessuno. Gli altri per loro si dividono in utili o inutili alla missione. Chi vuole convertire gl’indigeni non vede in loro persone, ma anime salve o dannate. Così sono io. Non un brav’uomo, ma poco importa. La personalità umana di un artista è la negazione stessa della vita. Chi mai dedicherebbe tutte le sue emozioni a qualcosa che non ti chiama, non risponde, non vive, non ha bisogno di te? Solo l’artista. Che come un missionario non può avere legami. Sono freddo. L’emozione la trovo sulla tela e non nella realtà. La realtà è solo un pretesto per accendere la tela; poi è lì che tutto si anima. Io, disanimato, non ho mai goduto una felicità di uomo, forse una di pittore. E forse neanche quella, giacché la tela per me è solo fatica, è negli occhi degli altri che diventa gioia. No, non sono egoista. Fossi stato egoista mi sarei tenuto mia moglie, mia figlia, un lavoro e del danaro. Ho rinunciato a tutto. Spoglio di tutto sono venuto in Polinesia non a convertire gli indigeni, ma a  vivere come un indigeno. Ma io non sono un indigeno. O meglio lo sono solo per la pittura. Solo, perché per fare arte bisogna essere soli.  Voi mi chiedete: se la pittura è gelo e rinuncia, com’è che Monet è un buon marito, un buon padre, un cuoco e un gourmet? Semplice, Monet è un genio e può contare sull’inventiva felice del genio. Io no. Tutto quello che ottengo, è frutto di fatica. E non posso permettermi distrazioni.

Processo all’Italia

9 sauvetages en 15h. SOSMEDITERRANEE, MSF et l'Aquarius battent le record de personnes sauvées

Parliamoci chiaro: oggi, essere una sinistra significa innanzitutto avere a cuore i diritti dei migranti. Si può fare rapidamente un test per verificare se un tale è di sinistra oppure no: si può pronunciare in sua presenza la parola migranti. Se dice qualcosa di razzista, quel tale non è di sinistra. Non voglio dire con questo che gli elettori di centro e di destra siano razzisti. Voglio dire che una sinistra ha senso, oggi, solo se si fa carico, razionalmente, realisticamente e con umanità dei problemi che la gestione delle migrazioni comporta. E’ questa la battaglia storica che oggi la sinistra è chiamata a combattere, è questo il punto su cui si misurerà il valore e il senso della sua esistenza. La sinistra è chiamata a resistere sul terreno della razionalità e dell’umanità rispetto a un’emotività disumana che oggi piange per la morte di un bambino e domani vorrebbe tutti, bambini e adulti, affogati nel Mediterraneo, senza pietà ma senza nemmeno logica, coerenza, una linea riconoscibile di pensiero. All’irrazionalismo dei leader avventurieri che vellicano la pancia del Paese, con i suoi istinti più violenti, bisogna non adeguarsi -come ha fatto troppe volte la sinistra “renziana”, che ha inseguito i populisti sul terreno del populismo- ma contrapporsi. Con argomenti comprensibili ma lucidi, perché gli irrazionalisti hanno dalla loro la semplicità e la violenza dei messaggi. Bisogna saper comunicare con un’efficacia senza semplificazioni, con una fermezza che esclude la violenza. La sinistra recente la violenza non ha saputo escluderla perché non ha saputo nemmeno chiamarla violenza. E’ questa la sua colpa storica. Non ha commesso violenza, ma l’ha permessa per mancanza di autorevolezza. L’aver teso la mano ai populisti nella criminalizzazione delle Ong, l’aver scimmiottato lo slogan razzista “Aiutiamoli casa loro”, queste sono state le sconfitte della sinistra prima ancora che quella del quattro marzo.

Questo per la sinistra riformista. E per quella massimalista?

Il suo spettacolo è ancora più desolante. Anzi direi ch’è squallido. Agli italiani di “estrema sinistra” potrei solo dire: vergognatevi. Vergognatevi perché, coscienti o incoscienti, quello che sta succedendo a migranti e Ong era quello che volevate. Non intrattenetemi con incredibili distinguo tra leghisti e grillini perché sono uguali e contrari e, se non lo avete visto, vuol dire che avevate gli occhi guasti. Non fate sermoni sulla sinistra che non è più sinistra e sulle vostre ideologie, perché sapevate che poteva accadere e avete lasciato che accadesse. Siete colpevoli. Vergognatevi.

La sinistra che vede il suo avversario nell'”ortoliberismo” dei riformisti e non nel neofascismo leghista e grillino dà prova della stessa cecità di quei signori che, nel 1921, diressero tutto il loro odio verso i colleghi della sinistra riformista, permettendo a Mussolini di arrivare indisturbato al potere. La sinistra che si allontana dalle istituzioni non ha capito che è solo dentro le istituzioni che si può operare il cambiamento. La sinistra che sposa le battaglie “sociali” dei grillini è vittima di un clamoroso equivoco, perché l’identità della sinistra non è solo nella sua attenzione alla disuguaglianza sociale, è nella sua attenzione alla disuguaglianza. Che i diritti sociali siano prioritari rispetto ai diritti civili e umani è una sciocchezza che non sta in piedi. I diritti non sono un elenco: sono un circolo, che può essere vizioso o virtuoso. Spezzare questo circolo è sempre vizioso. Lo dimostra il fatto che l’averlo spezzato nella coscienza del Paese -come hanno fatto gli ideologi dell’estrema destra, dell’estrema sinistra e dei grillini- ha portato odio e razzismo.

Io non credo alla teoria della “guerra tra poveri”. Le dinamiche tra lavoratori inglesi e irlandesi descritte da Marx e oggi chiamate in causa per giustificare il razzismo delle classi meno abbienti sono dinamiche di quasi due secoli fa, prive di un legame storico concreto col presente. Non è nelle dinamiche sociali che va cercato il perché del razzismo in Italia, ma nelle dinamiche delle idee. Le idee degli italiani, oggi, sono improntate a un nazionalismo, a un maschilismo, a un cattolicesimo bigotto e identitario vecchi di cent’anni. C’era più consapevolezza dei diritti delle donne nelle donne di trent’anni fa che in quelle d’oggi, c’era meno nazionalismo trent’anni fa che oggi -anche se oggi lo si chiama “sovranismo”.

A una nota trasmissione televisiva, un cuoco calabrese fa una figuraccia. Sul web, gli spettatori lo linciano “per la figura che ha fatto fare alla Calabria”. Non ha fatto una figuraccia il cuoco in quanto individuo maleducato, ma l’ha fatta fare a tutta la comunità. L’etica comunitaria è tornata. L’etica comunitaria è quella che contiene, in germe, il nazionalismo.

E’ tutto collegato. Il familismo significa che ognuno è chiamato a rappresentare nel mondo non se stesso, ma la famiglia cui appartiene. E di lì, via via, la comunità, la regione, la nazione cui appartiene. Se ognuno conta per la comunità cui appartiene, ognuno vale per la comunità a cui appartiene. L’Italia è un paese profondamente familista. Era quindi fatale che, nell’incontro con il villaggio globale, sperimentasse una chiusura razzista.

Non facciamoci illudere dalle teorie consolatorie sul sovranismo che è solo odio per la moneta unica europea, che ha indebolito i ceti medi e bassi. Quella è solo un’ideologia di copertura. La realtà è che l’Italia sta facendo esperienza del suo più cancrenoso problema. L’organizzazione sociale moderna nasce dal deferimento allo Stato dei poteri prima assegnati ai clan e ai piccoli gruppi. In Italia questo deferimento non c’è mai stato. La famiglia, il paesotto, il campanile, perfino la regione sono sempre stati contrapposti allo Stato in una guerra a osservarsi e fregarsi avendo a cuore il proprio interesse particolare. Non si è mai usciti fuori da questa logica arcaica, che è la logica clanica delle società mediterranee che non sono passate attraverso la rivoluzione illuminista. L’Italia è un Paese europeo solo per posizione geografica e forza economica. Per cultura, è rimasto ancorato al peggio delle società tradizionali. Il boom economico ha colpito un Paese arretrato e impreparato. Gli italiani vestono con una ricercatezza che non è eleganza, ma ostentazione del benessere. Non importa che accostino gli abiti con gusto, ma solo che mostrino quanto hanno speso per comprarli. Quelle orrende passerelle delle città provinciali, in cui i ragazzi sfilano coperti di marche e di firme, simili più a insegne pubblicitarie che a ragazzi!… E’ la pacchianeria tipica dei parvenu. Gli altri popoli europei non hanno la stessa ossessione delle apparenze. La abbiamo noi perché siamo i cafoni del benessere, i tipici nuovi arricchiti.

A un Nord tronfio nella fierezza del reddito, che giudica calvinisticamente gli esseri umani in base al denaro e al successo -ma senza l’etica austera dei calvinisti- si contrappone un sud dove la popolazione fa scudo col proprio corpo per impedire la cattura di un mafioso, e però spara alle persone di colore. E’ così ch’è divisa l’Italia in questo momento. Ed è divisa così non per economia, ma per cultura. Per come le diverse situazioni economiche si sono innestate su un terreno arcaico e privo di una coscienza civile moderna.

E’ vero che la crisi economica e il processo europeo hanno portato ovunque a una rinascita dei nazionalismi. E’ vero che dappertutto i neofascismi hanno cavalcato lo scontento sociale. Ma è vero anche che in nessun Paese dell’Europa ricca democratica e centrale si è raggiunto un simile livello. E il fatto sembra essere che le istanze populiste dei neofascisti attecchiscono meglio su un terreno patriarcale e premoderno com’è quello italiano.

Qual è dunque la colpa dell’estrema sinistra italiana? E’ di aver confuso il suo linguaggio con quello della destra sociale neofascista. Termini come “turbocapitalismo”, concetti “sovranisti” li abbiamo sentiti tanto dai neonazisti che dai veteromarxisti. L’estrema sinistra oggi rappresenta un popolo ideologicamente più simile a Trump che a Luciano Lama, e usa concetti e termini che si sovrappongono a quelli di Trupm -anche se conservano qualche ricordo di Luciano Lama. Una sinistra così non sarà mai veramente antirazzista, perché i suoi interessi costeggeranno quelli dei razzisti. Con una battuta, questa estrema sinistra sarebbe più disposta a farsi capitanare da un nuovo Mussolini, che “di cose per il sociale ne ha fatte”, che da un nuovo Churchill, colpevole di essere un “ortoliberista”.

E, finché sarà così, saremo un Paese razzista.

Elì (preghiera in mare)

 

Sale dal fondo della terra un canto di disperati. Sale il logos degli esseri privi di colpa. Una mandola, un sitar, un gatto nascosto nella stiva. Dormono sotto terra, non dormono in pace. Dormono senza terra. Dormono in mare. Dormono con gli occhi scavati. Dormono senza occhi, diventati corridoi d’acqua marina, gallerie di plancton. La vita continua, loro no. Il mare continua, loro no. E l’Italia, un sogno di maggio. E l’Italia, un naufragio ad ottobre.

Sale un salmo: Adonai! Sale un urlo: Elì!

(Elì, la sua voce bianca di ragazzo di Aleppo…)

“Nel fermo centro di polvere”: il canto di Marco Ercolani

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Una silloge traversata da un’atmosfera di catastrofe e da colori freddi o autunnali. Presenza costante, il mare. Paesaggi marini che ricordano la pittura di Savinio, agitati da presenze ex-umane.

E’ Ercolani stesso a fornirci le chiavi d’accesso alla sua opera, rispondendo, in appendice, alle Tre domande indiscrete di Gabriela Fantato:

Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio -che è anche l’approdo- di sé.

Vediamo allora alcuni di questi frammenti, di queste voci sopravvissute:

«Devi essere musicale. Camminare con loro,
giovani, sonnambuli, leggeri,
come se il sole fosse fermo.
Hanno vestiti che perdono luce. Le finestre tornano vetri
spaccati. E quel suono indecifrabile, come di risacca.
Devi essere musicale, trascrivere con giustizia.
Fuggire l’ansia del foglio.
Orchestrare con strumenti che spariranno.
Sei chi resiste sull’orlo perché la vita in te
fermi i suoi segni e le lacrime fuggano.»

«Sulla riva del mare
stregando animali smuovendo pietre
incantando terra e inferno
preda
delle voci mute che abbandonasti
diventando parola,
per desiderio
ti volti, la guardi.
Legge infranta. Il nulla. L’invisibile
tornato nero,
il silenzio fitto di voci,
fine violenta
all’ordine del canto.»

«Nell’erba il sasso è le mani vive
che lo scelsero e scagliarono.
Tronco per tronco, di nuovo, dentro
la foresta, veloci e calme
le sillabe, oltre gli uomini uccisi: miraggi
tornati parole.»

E’ un’ermeneutica di segni semi-morti, di tracce lasciate da creature in uno stato di perenne addio alla vita. Maestro di scrittura apocrifa, Ercolani nella poesia scontorna i confini realistici dei suoi racconti, fa a meno della cornice narrativa e si abbandona alla pura evocazione di fantasmi. Il suono dei suoi versi è un suono semisoffocato, le voci dolentissime provengono da una dimensione che non è più di vita ma neanche conosce la pace della morte. E’ come ascoltare onde sonore ancestrali, rimaste a vagare nell’aria: tracce lasciate nel vento da antichi Romani e Greci che parlavano, voci sfrangiate dai secoli e appartenute a una civiltà cancellata. Cancellare è atto centrale in Ercolani. Nei racconti egli cancella l’io scrivente tramite l’io dell’apocrifo. Qui i versi hanno la leggerezza di iscrizioni a malapena intravisibili sopra una lapide. E’ tutta un’evocazione di mondi perduti, affioranti da un inconscio destituito di ogni identità individuale.

Impossibile tornare alla vita. I fantasmi di Ercolani si aggirano per il libro come ne fossero prigionieri. Non possono più essere altro che scrittura. Sono intrappolati nelle parole. Dice lo stesso Ercolani, rispondendo alle Domande già citate:

la mia scrittura narra solo la scrittura: è il fumo di un incendio dove non ricordo quale forma abbiano avuto le cose che sento arse dal fuoco.

E dice in una poesia:

«Questo è un rumore di pietre. Ma perché l’aria è vuota?
Perché non vedo chi le scaglia, chi ne è colpito?
Dentro le case, grida inudibili. Inutili si agitano mani adulte.
Ci vorrebbe un abbraccio, un ipnosi, un essere nuovi.
Ma la ferita non si chiude, è scuro racconto, è
lacrime delle cose.»

Nessuno scrittore come Marco Ercolani ha assunto su di sé il dramma della post-scrittura. Un tempo si scriveva a partire da un atto di superbia: ho qualcosa di nuovo e inaudito da dire. Oggi si scrive a partire da un atto di umiltà: tutto è già stato scritto, scrivo per rimanere aggrappato a questa nave -la nave dell’umanesimo occidentale che s’inabissa, di una civiltà estetica che scompare. Si scrive per disperazione, e si scrive su altra scrittura, perché non c’è più da aggiungere il proprio tassello alla storia vastissima della Bellezza: si può solo mettere stucco fra gl’interstizi del mosaico. E se una vitalità è ancora possibile è proprio fra le tessere nel mosaico, in questo persistere e restare. Nella vitalità segreta che pulsa come vena sotterranea. Basta invertire il moto di questa ex-vita e otterremo forse una resurrezione, una di-nuovo-vita. Ma come?

Terza e più riuscita raccolta poetica di un non-poeta che pensa poeticamente, Nel fermo centro di polvere (Il Leggio libreria editrice, 2018) è la più sofferta, più intima confessione di Ercolani: è l’ammissione della sconfitta da cui tutto il suo scrivere prende le mosse.

“Pioggia lontano” di Eliza Macadan

eliza macadan

«La poesia occidentale ha perso l’uso del grido» scrive Cioran nei Quaderni. Ma Eliza Macadan non ha paura del grido. Certo lo affianca con l’ironia, lo circoscrive col gioco: Pioggia lontano (Archinto, 2017) si apre coi versi «facciamo che / io mi nascondo qui / e tu mi trovi / fra cent’anni» nella dedica a Luca). Ma il grido rimane grido. Quasi mai esagitato, sfogato, completamente liberato. Ma grido. Come nella poesia d’apertura:

«Su letti gelidi
amori sdraiati
in attesa dell’autopsia
si accerterà chi ha ceduto per prima
la bellezza o la verità»

Perché bellezza e verità non possono più coesistere. E’ il dramma da cui scaturisce la forma sporca di questa poesia, il suo italiano ora minimalista ora visionario, ma mai armonioso:

«faccio un collage di espressioni sporche
mentre mi stringe
l’infinito».

Nulla è rassicurante:

«Una mano invisibile ha chiuso a chiave
bambini nelle madri»

«Non tesso più alcuna tela
aspetto che sia il regime a mettere
sotto la mia finestra una rete
di sicurezza».

L’ironia non redime una desolazione smisurata, il senso di un vuoto vertiginoso. Nulla si salva dalla corrosione del presente, tantomeno la libertà:

«la mia mente cerca padrone»

Il paesaggio sembra guardato traverso vetri impolverati:

«Pioggia lontano
qui bambini con pance gonfie
e occhi spenti di sete
scriviamo insieme
nella polvere
lettere a caso
di un alfabeto in via
di estinzione
solo risate forti
sveglieranno
qualche dio dormiente»

Anche quando si traduce in gioco surreale, l’osservazione del mondo anela al ritorno a una realtà più vera. E’ un surrealismo sporco, senza fiducia nel surreale, che vuole tornare alla terra:

«sopraffatta dai nonsensi
cerco il villaggio dove
il nonno veglia su di me
sotto una croce di legno fiorito
volo sopra la terra all’alba
per prendere il caffè
tra le piantagioni del brasile»

Nessuna pietà per i sognatori facili, per quelli che nascono già adatti e, mentre competono nel reale, si atteggiano a vagheggiatori di realtà altre. Ad essi Eliza Macadan contrappone la propria reale irriducibilità, e i tormenti che questa condizione le porta:

«Cadono uccelli dal cielo
incubi mi buttano nell’alba
esausta
da sei caffè
prendo la mia dose
quotidiana di umanità
evviva i sognatori scrive sulla sua bacheca
una sexypoeta sulla riva sinistra del danubio
e se ne frega delle parole
ma chi sono io senza incubi
uccelli o parole»

Talvolta, il disincanto si allarga in una cupezza profondamente slava, e i versi sembrano scritti da un Ivo Andrić senza afflato epico:

«ma il sole ci guarisce dal freddo
dai distacchi sempre uguali
sempre atroci
pugni di terra
in bocca
ora è rimasta la casa vuota
la vita vuota
la collina deserta»

L’afflato epico, negato dalla Storia, riemerge però nelle poesie ispirate al sentimento del post-Storia: qui la visione, sebbene apocalittica, si fa forte di se stessa. La scomparsa della Storia dall’orizzonte poetico ha un effetto liberatore sulla poesia:

«ciecamente sfoglio
enciclopedie antiche
muta traccio un sistema filosofico
per domani
scavo finché arrivo al presente»

«Guarda
il centro storico dell’universo
con stelle tramontate
e terreno accidentato
è qui che mi avventuro
alla ricerca di un po’ di letteratura»

Eppure ci sono una vitalità, una luce nel mondo di Eliza Macadan, che non escludono la desolazione. Direi anzi che i due stati d’animo si rafforzano a vicenda, e vanno a comporre il ricchissimo mosaico umano del suo universo poetico. Di cosa sono fatte questa vitalità e questa luce? Sul piano formale, le troviamo nella forza di certi attacchi e di certe chiuse. Come Cioran, Eliza ha il dono della formula, dell’aforisma che racchiude mondi in un breve giro di parole:

«la storia mi batte nel cuore
per farne poesia»

«io piango lacrime
di vodka che mi arrivano
direttamente dal sangue
di mio padre»

«L’architettura del paradiso
rimane in bozza»

«la notte ci inghiottisce
a lotti»

Come in Cioran, decisivo all’equilibrio espressivo e stilistico è il ruolo dell’ironia:

«non credermi sulla parola controlla i battiti
del cuore della casa
mentre sono via
e non prendere sul serio tutto quello che vedi
al tg di sera»

«La mia gatta separatista
non vuole più vivere
le sono cresciuti fin d’ora
fiori di campo alle orecchie
e vagabonderà altre sei vite
senza di me
la mia gatta separatista
ha sofferto come un cane
non lotta più
è diventata troppo umana
e vuole indietro la sua vita
di gatta felice
che srotola risate»

Sul piano dei contenuti, la vitalità si afferma con l’elogio dell’istante e la fiducia nell’amore. Se la Storia è male, se l’Attualità è deserto, l’Istante è tutto ciò che possediamo ed è un istante pieno, luminoso:

«Mezzogiorno vuoto
il sole gocciola
sulla mia pelle il futuro
sta arrivando
con bambini in braccio
allaccio le scarpe all’amore
e scendo svogliata
al mare»

La desolazione non si traduce mai in disamore. E infatti, se c’è una forza capace di opporsi alla desolazione, è proprio l’amore, da cui può nascere un sorriso universale:

«Nella giornata non dichiarata dell’amore clandestino
tutte le macchine si fermano
ad un segnale interiore
sui sedili si versano desideri orizzontali
i parabrezza respirano convulsi
mettete le gambe sul volante
senza mettere la freccia
il cielo è sceso in strada per dondolare
l’amore clandestino in città
all’improvviso un cane intorno
arrossisce»

All’amore sono dedicati alcuni dei versi più forti e tersi:

«Oggi non siamo arrivati
uno all’altro
abbiamo mandato solo parole
al bersaglio
per crivellarci di colpi
io sono rimasta indietro
e dal bagaglio a mano
cadeva la mia biancheria intima
non ricordo più il tuo nome per chiamarti
tutti i sentieri intasano questo lunedì
quando non ci amiamo più
Dio guarda altrove»

«Guardiamo lo stesso abisso
vedo nuvole gravide
pronte ad annaffiarci
le radici del cuore
per risuscitare il tronco
caduto di vita in vita
vedi fuoco che brucia le cellule
del sangue fermo
di tanta fatica
dammi la mano e ti do i miei occhi
alziamoci anche se non c’è più
nulla da vivere»

 

All’amore sono dedicati anche gli unici passi in cui la fuga nel fantastico ha un tono luminoso:

«Il nonno ha intagliato l’amore
su un pezzo di tronco
rubato alla foresta
per tenerci tutti in vita
una scala esce dal mare
per portarmi
al cielo
clandestina
sono stata in terra»

E, pur nel disincanto, una dolentissima pietà umana, una mai sconfitta umanità sono nello sguardo dell’autrice:

«boemi invecchiati stanno in quattro
a tavoli da quattro
condividono fogli bruciati dalla cenere
si persuadono a vicenda
di fare letteratura e così ogni giorno
la Storia non entra più nelle taverne
fuoriesce sui marciapiedi
striscia appoggiata al bastone
fatalmente vicina alle ruote delle automobili
[…]
mi cade addosso l’amore disperato dei letterati vecchi
in cerca di opera»

«forse rimarremo chiusi ognuno a casa sua
chi con cani chi con gatti
e odieremo gli umani intorno
e alzeremo recinti
e solo i pianti e le risate
saranno unici ed incontrollabili
eventi»

Priva di narcisismo e ricca di umanità, la poesia di Eliza Macadan è una diagnosi spietata sul nostro tempo e un pozzo di pietà che lo rende più degno di essere vissuto.

Christian Tito (1975–2018), poeta, uomo buono

christian

Oggi diciassette febbraio dell’anno duemilaquindici
la terra ruota sotto le nostre suole
e mentre gira e tutti noi giriamo
sento il battito del mio secondo figlio

perso dentro quel ritmo penso al mio amico
ha un tumore al di sotto del cranio

perso
penso
prego che tra non molto
mani di uomini esperti,
ma spero anche buoni,
estraggano la vita dal ventre di mia moglie
e la morte dal cervello del mio amico

lui di figli ne ha già due
e i padri buoni sono pochi.

*

Costretto a cercare la bellezza
nei più oscuri anfratti
ringraziare di essere vivo
uomo in vita a caccia di tutti i segreti nascosti
il più bello dei giochi è scovarli tutti
e perderli un passo dopo

io vorrei farvi ascoltare la voce del gatto
farvi vedere le cose di questo mondo
mettervi in casa un ospite inatteso
vorrei dirvi della mia amica Angela
angelo volato via
del mio fratello gay
che quando mi ha detto di esserlo
era più rosso del fuoco
“tranquillo amico mio:
tu sei gay
e io sono poeta
certe cose in certi ambienti è meglio tacerle
e di certo
tra le due
la più scandalosa è la poesia.”

*

Ti daranno infinite occasioni per piegarti
e tu non ti piegare,
basterà uno sguardo a certe facce
per sentire minacciata la tua fede,
ma tu credi, credi sempre figlio mio,
e non credere che ogni credo poi non muti,
ma dentro quel mutare qualcosa si conserva:
quel passarci dentro agli occhi un po’ di luce,
quel dirti a bassa voce solamente che ci siamo,
che per te volevamo solo esserci
e, miracolosamente,
nel miracolo della tua vita,
per un po’
ci siamo stati.

*

Così chiedo agli avi i futuri codici
per attraversarla senza perdere niente questa nostra vita
per mettere in mio figlio e in tutti i figli
una traccia di senso possibile, un amore, una passione
per non perdermi pur perdendo continuamente
poiché la vittoria appare chiara e vacua in questo mondo
e a noi piace la piena ombra
poesia come massimo grado della sconfitta
poesia come massima distanza dalla resa
camminare a piccoli passi, ma camminare
dire poche parole, ma dirle
perché noi crediamo nella parola
e forse più in quella data
prima ancora che scritta.

*

Meglio saperla
tutta la forza,
tutta la fragilità
se vuoi che si plasmi in forma d’uomo il tuo viso.
Allora nella notte non perderti d’animo,
nel chiarore resta sempre vigile.
C’è un fuoco da portare,
da passarci di mano,
da restituire alla terra.

Eliza Macadan: un poema come d’amore

zamalekRare volte la scrittura sa essere insieme diretta e profonda. Sono due qualità che sembrano escludersi a vicenda. Eliza Macadan invece le concilia, con una naturalezza disarmante. Disarmante ancor di più se pensiamo che la sua poesia è scritta in una lingua che non è quella che parla ogni giorno. Romena vissuta in Italia, giornalista di professione, Eliza scrive in un italiano scarnificato che non è la sua lingua madre, ma è la lingua della sua poesia. La lingua scelta per la sua poesia. Volutamente non rifinita – non per mancanza di senso della forma, ma per sensibilità ai limiti della parola. Il reale filtra attraverso il suo italiano con freschezza e vigore. E per “reale” non intendo solo i dati di realtà, ma anche i sentimenti che vi si accompagnano. La scrittura lascia loro spazio, è una scrittura non protagonista. La musica di questi versi non è musica italiana, non solo perché non usa la metrica italiana, ma perché fa a meno della nostra tradizione. E’ estranea a quel classicismo con cui tutti noi ci confrontiamo, anche per stravolgerlo. Ma è estranea anche alla nostra sensibilità, alle convenzioni sociali legate alla nostra lingua. Espressioni e rime che noi eviteremmo perché sanno di canzone, lei le scrive senza imbarazzo. Non cerca con esse un contrasto o un’accentuazione espressiva, una spezzatura del discorso: no, lei le scrive perché le vengono. Non lavora troppo di lima. La poesia le appare come un tutt’uno, chiaro nelle sue articolazioni. E lei la passa a noi, spostandola dal luogo in cui le è apparsa a quello in cui noi la leggiamo. Scrive quasi di getto. Usa le parole come sfumature del volto, percepibili solo da uno sguardo attento. Poco autoriale, poco autoritaria, nelle fotografie Eliza è una donna di 51 anni, bella e giovanile, con un sorriso triste, un po’ sfuggente e senza un filo di trucco. La sua poesia somiglia al suo aspetto. E’ limpida e intensa, e nulla che non sia espressivo vi ha diritto di cittadinanza. E così, diagnosi atroci le cadono dalla penna quasi inavvertite. Frasi di una malinconia desolata le vengono come sorrisi. Umana, disincantata, tragicamente giocosa, Eliza non custodisce la sua creatività come un fuoco sacro. Quando ne parla, anzi, ne parla come di una cosa che le accade quasi controvoglia; che le passa attraverso; che è più una sorgente d’ansia che un dono.

Le 20 poesie di Zamalek – Solo andata (Editura Eikon, Bucarest, 2018) “parlano” d’amore, e pur nel pudore dei mezzi, scoprono un lato ardente dell’autrice, un dolore entusiastico. Nelle letterature dell’Est, il contatto col dolore è a volte così diretto da riuscire esaltante. E’ così anche in questa poesia, che “traduce” dalla lingua interiore a una lingua che sembra adottata per la sua possibilità di oggettivare, di porre alla giusta distanza una materia incandescente per restituirla al massimo della nitidezza.

Eccoci dunque a questo modernissimo canto di un amore vissuto solo in parte. “Un poema come d’amore”, è il sottotitolo della plaquette. Ma questo come amore è forte come un amore vissuto. Gli amanti si sognano, si desiderano, si scrivono, ma quasi mai s’incontrano. Anzi, s’incontrano un’unica volta:

«avrei voluto fumare
le ultime due sigarette della
mia vita con te
e non è stato
il destino a opporsi
ma un mero
satellite lo stesso
che ci ha permesso
il nostro unico
momento di intimità
in un bagno pubblico
parigino»

Una conflagrazione cosmica, quasi una nuova deriva dei continenti si configura nelle prime due poesie. “La tua carezza è l’unica dimora che ho” dichiara impavida l’autrice. E inscena un amore smembrato tra città e continenti diversi:

«questo è un letto
poggiato su due continenti
qui i respiri si tagliano
a vicenda
si procrea senza semi
sta cambiando il DNA
non c’è più bisogno di corpi
solo le menti ci possono salvare»

I testi nominano Oxford e Vienna, nominano la depressione e la nevrosi. Con prode semplicità, Eliza mette a nudo l’amore al tempo di Internet, un amore incorporeo o poco corporeo, fatto d’impulso elettrico:

«… le notizie stanno ferme
nelle fibre ottiche
tu mi manchi e mi manchi
e non so mentire
è così che ti posso tenere solo per me»

Tra impeti giovanili (“dovevi arrivare tu / cavalcando le nuvole”) e tracciati di un erotismo più esplicito (“occhi forbici pronte / per fare a pezzi / i miei vestiti”) si rappresenta il dramma di un sentimento ostacolato dai dati di realtà e che solo l’immaginazione rende vivibile nella sua pienezza. Le parole, mezzo d’espressione di un amore che non trova un corpo, sono al contempo benedette e maledette, offrono una temporanea liberazione e sanciscono una impossibilità concreta:

«la distanza è sicurezza
le parole
incubi in allestimento»

«lei ti diceva che i versi si scrivono
in lacrime con il grido chiuso in gola
e tu ridevi
ridi ora che ti si sgretolano
le ossa dal dolore»

«è questo il mistero che
nessuno sa slegare
il nettare che dal dolore
fuoriesce
e ci spinge avanti nella
specie
poi si scrive poesia
nella tortura
amara o dolce che sia
si fa forte»

Esortazioni (“ora metti sul tavolo / i soldi per l’anima / e portami con te”), invettive (“toglimi dalla tua preghiera / così posso tornare / al mio Dio”), frammenti di disperazione (“dormivo nella morte”) scandiscono il racconto di questo come amore. Un amore che si autoalimenta, si avvolge su se stesso, cresce. Il punto di rottura è continuamente vicino, ma non viene mai raggiunto:

«potrei amarti ancora
ma scelgo
di liberarti ora
ammazziamo però tutti i diavoli
prima di dormire»

Così è scritto nella poesia V. Ma le ultime parole del poema sono parole di fuoco:

«bruciamo tutto
siamo vandali noi due
siamo un’orda
pronta ad appendersi
alla stessa corda»

Sostando su riflessioni esistenziali e su oasi di pacatezza inquieta, il tragitto del poema non si compie. Non c’è conclusione in questa narrazione e, soprattutto, la conclusione non ci riguarda: riguarda solo i due protagonisti e le loro vite, non attiene al campo semantico del come amore messo in moto dall’autrice.

Una poesia soggettiva dunque, ma universale. Eliza non ha paura di dire io, ma a volte si distacca e scrive in terza persona. Scrive di se stessa con distacco, in quei momenti, o scrive d’altri? Non lo sappiamo e non importa. Non importa il fatto, ma la sua traccia. Il diagramma lasciato dalle sue tracce. Da tempo siamo abituati a biasimare l’io in letteratura, vi vediamo un segno d’adolescenza e di dannunzianesimo. L’io di Eliza Macadan è segno, invece, d’estremo disincanto. Pensare che la scrittura si scriva da sola, senza l’ingombro dell’io, è un mito romantico all’inverso. E qui non ci sono miti, al massimo visioni. Vissute e riferite, però, con un’onestà radicale. La stessa che fa adottare come lingua poetica un italiano quasi minimo, e che fa dire “io” perché ogni esperienza, per quanto universale, è circoscritta.

Curriculum

Il-donatore-feliceSono nato in una provincia soffocante come la somma di tutte le province, e lì ho vissuto fino ai 19 anni. Poi sono venuti i miei anni verdi: verdi perché all’università sono sbocciato, e verdi perché vissuti in mezzo al verde, a Siena, vicino alle colline del Chianti e a pochi passi dall’Orto de’ Pecci. La mattina vedevo la levata del sole da Via del Porrione, l’Orto era ancora coperto dalla foschia, poi mano a mano si schiariva… Sono cresciuto lì la seconda volta, fra i canti dei contradaioli sbronzi e l’odore di carne delle loro interminabili cene, fra Jean Vigo alla sala cinema di Lettere e i tavolini di Amnesty International. Poi sono tornato un anno nella mia provincia, e sono di nuovo soffocato. Sono tornato in Toscana nel 2008, a Firenze. Ero completamente solo lì, avevo un’amica pazza che studiava musica e a malapena si accorgeva di avere gente intorno. Ogni tanto incontravamo qualche suonatore ambulante e lei ci si fermava a parlare. Ora so che non è più così pazza: peccato, mi piaceva la sua follia. A Firenze facevo il portinaio, stavo sprofondato tutto il giorno dietro a un vetro, alzavo e abbassavo una sbarra e scrivevo poesie di nascosto, fra l’arrivo di un camion e quello di un’autocisterna. Di notte preparavo articoli per un editore online. Nel frattempo studiavo ancora. Mi sono trasferito a Roma a trent’anni, quando ho conosciuto mia moglie. Di dove sono io? Mi affascina tutto ciò ch’è slavo, ma anche i siciliani. Qualcuno -credo Savinio- ha scritto che siciliani e russi si somigliano e che Pirandello e Dostoevskij non sono poi tanto lontani. Credo non avesse tutti i torti.

Quanto a me, pratico una scrittura di confine perché non sono abbastanza colto per la critica, né abbastanza poetico per la poesia, né così poco poetico da scrivere in prosa. Mi piacciono più i minori dei maggiori e preferisco i capolavori imperfetti.

Che altro volete sapere?

Il quoziente di salvezza della parola: su “Andare per salti” di Annamaria Ferramosca

annamaria-ferramosca-portrait-1«La prima impressione lasciatami da questa silloge di Annamaria Ferramosca è quella di uno straordinario senso di libertà, che si sprigiona da contesti di vita quotidiana (interni, passeggiate, viaggi in treno, supermercati), area domestica con segnali come recita il titolo di uno dei testi poetici» scrive Caterina Davinio nella meravigliosa prefazione. E continua: «Un’aria quasi immateriale spira nelle cose, delineate con rapidi cenni, che appaiono contaminate ad ogni passo […] dal senso del nulla, senza tuttavia accenti drammatici o tragici, come se il rigore imposto alla forma poetica smussasse tutte le asperità, le angosce, stemperandole di contemplativo, di saggia constatazione». Difficile dire meglio e più poeticamente.

In una poesia che spesso esprime l’orrore dell’umano, tutto è a misura d’uomo, tutto è rimpicciolito da un vivace understatement. Un plurilinguismo piccolo, ritmi di canzone, apparizioni di linguaggio scientifico e minime trasfigurazioni fantascientifiche. Neologismi fatti d’innesti di parole comuni. Alla minaccia del disumano, all’immanenza del Nulla, Ferramosca contrappone una misura, un’ironia, un’intimità che non è intimismo perché non scivola mai nella confessione: piuttosto è una riappropriazione di spazi di tenerezza. E procede costruendo archi robusti con cui organizzare questo vuoto. Capovolge il nulla nell’agire, in un agire pacato innervato però dalle pulsazioni di una vitalità colma di gioia e di angoscia. Non si dimentica mai né della “gioia di scrivere”, né dell’angoscia che ha dato impulso allo scrivere. Lavora di fraseggio. E difatti la memoria che lascia Andare per salti (Arcipelago Itaca Edizioni, 2017) è quella di una grande musicalità, una musicalità arieggiata impregnata di luce e di calore. E’ come ricevere il sole sotto un vasto portico. Scrivere è trattenere ciò che di umano e gioioso sta per scappare dalle mani, si direbbe.

Il mezzo principe di questo trattenere è uno sperimentalismo pacato, un pluristilismo attinto dalla quotidianità, che fa avvertire come una piazza vociante dietro il canto limpido dell’autrice. Un canto mai dimentico del reale e mai degli altri: mai intimistico, dunque, perché mai solitario.

Per quest’autrice, fondamentale è il quoziente di salvezza -non in senso religioso- che la parola contiene anche là dove dice la disperazione: e questo contenuto salvifico non può prescindere dal riconoscimento degli affetti. Dove questa poesia è laudativa, lo è per scelta e in conseguenza della problematica che adotta, non per un abbandono incontrollato alle emozioni che è completamente estraneo al suo carattere. Certo, Ferramosca non teme le emozioni, non teme di dire gli affetti. Ma li risolve in forma. Per questo usa una lingua così mossa e, al contempo, pacata. E’ un’artista di sintesi, che agisce tuttavia nelle sconnessure. Solo l’inconciliabile la interessa, ma lo accosta con lo spirito di un medico, che nella malattia affonda avendo per obiettivo la salute. Quando entra in contatto con l’immedicabile, il suo lirismo si fa straziante. Ma l’interrogazione non cessa d’essere tagliente. Come vediamo in Capigliatura di medusa, dedicata «a chi mi ha tolto Sandra, Liviana, Assunta, Gianmario»:

«procedi per allusioni
per sotterfugi sottili ti sottrai
e intanto lievita
questa bella estate di frutti e led

ora so di aver vissuto solo per stanarti
un’intera villa a decrittare invano
i cartelli che pianti sulle svolte
le scritte pallide     le frasi
lasciate qua e là smozzicate
(per discrezione o forse
per una più veloce eutanasia)     ma
sai bene quanto intollerabile sia
conoscere i dettagli del viaggio se
non si è in vista dell’approdo
mentre stordisce intorno
il profumo dell’erba e tutto il moto amoroso
dei corpi ignari

quale l’inganno originario quale la colpa
e tutto quel riso sardonico
che aleggia nell’universo
(si scende dal monte con la maschera
dalle labbra tirate per aver dovuto assistere
alla morte dei padri)
siamo impotenti     innocenti
curvi sotto il peso del nulla

non si chiede di nascere per la morte
non si chiede di morire per un’altra nascita

continuo a inseguirti a riconoscerti
continuo a non comprenderti»

Ma lo vediamo anche -a conferma della natura mai intimistica di questo poetare- nello splendido incipit di una poesia dedicata a Giulio Regeni («in una visione», scrive Caterina Davinio, «che ci presenta lo studioso, il pensatore, quale egli era, più che il caso politico e diplomatico», e quindi che gli restituisce l’umanità sottrattagli dalla visione dei media, e che sottrae quindi la «poesia civile» a tutto ciò che vi può essere di retorico e celebrativo):

«seduto
sul ramo impazzito del tempo
occhi sereni sui secoli
sulle ginocchia un taccuino di dubbi
in petto la certezza»

Forse l’unico appunto che si può fare all’autrice è di essersi lasciata andare, qua e là, ad una vena speculativa troppo esplicita, a un razionalismo ch’è parte integrante di lei, ma che preferiamo trovare nei risultati piuttosto che dichiarato in teorie. Tutto il discorso sull’homo insipiens contemporaneo e sulle sue aberrazioni è meno caldo e meno intenso delle allusioni, nascoste in un verso o sottolineate con un un neologismo, che ci mostrano quest’aberrazione.

Da questa poesia di può uscire rassicurati. E’ un punto debole? Non sempre. La scrittura dev’essere perturbante, lo sappiamo. Ma quella di Andare per salti  non è poesia che conferma nelle certezze, non ci lascia tali quali eravamo ad apertura di libro. Piuttosto, ci lascia quella pace che solo si realizza nello stile. Solo lo stile può trascendere inquietudine e orrore senza rifiutarli, e può comprendere il lato noto e banale di una cosa assieme a quello sconosciuto e sconvolgente. La luminosità del ricomprendere. Questa è la luminosità con cui chiudiamo il libro.