Pulsione e deserto

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L’unica pulsione che spinge alla scrittura è il bisogno di condividere, anche a distanza, anche da morti, anche con interlocutori misteriosi o solo possibili, pur di colmare lo iato tra l’amore di cui abbiamo bisogno e quello che possiamo ricevere. Tomi e tomi di teoria cadono dinanzi all’insondabilità di questo bisogno insaziabile. Il disagio che ci procurano gli scrittori appagati, soddisfatti del loro mestiere, nasce proprio dal fatto che la scrittura è sete e può adempiersi solo in chi la legge –mai in chi la scrive. Uno scrittore dissetato perde qualsiasi interesse, qualsiasi autorevolezza ai nostri occhi.

Al tempo stesso, proprio perché la scrittura non è mai autoriferita, non avere interlocutori e non riuscire più nemmeno a immaginarli può essere così amaro da spegnerla.

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Lina e il canto del mare

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Quante opere, di quante arti, hanno evocato il moto e la profondità del mare? Tante, più di quante io ne conosca. Ma ci sono opere che fanno rivivere il mare attraverso un incrocio di linguaggi. Penso all’Otello di Orson Welles: di fronte al mare in tempesta né le voci umane, né il tonfo del mare sono potenti -anzi si coprono a vicenda: le parole sono sussurrate e la voce del mare è solo un sibilo- ma proprio così si crea un cosmo sonoro violento, dove le voci della natura e le parole degli uomini sono amplificate dal destino.

Flora Farina e Laura Riccioli creano un libro “marino”, un libro di voci, usando due arti non risonanti: una prosa per bambini limpida e scarna -del miglior tipo di prosa per bambini, quella che “distilla” storie anziché raccontarle- e illustrazioni alla Chagall, con le figure sempre inquadrate di sguincio, di profilo, di tre quarti, sempre in movimento, sempre inserite in una composizione ricca di elementi arabeggianti, attraversata dal contrasto fra il nero del mare di notte e i colori caldi del giorno nel Sud.

“Lina ha sette anni, una voglia a forma di cuore sotto l’occhio sinistro e vive con Gelsomina, sua nonna, in un paesino vicino al mare, con tante case rimaste chiuse perché chi le abitava è emigrato, come i genitori di Lina. Ma proprio dal mare, in una notte di tempesta, arriveranno i nuovi abitanti che ripopoleranno il paesino.” Così dice il risvolto di copertina. Ci suonano familiari, reali quegli arrivi dal mare? Senz’altro sì. Ma cosa vuol dire “arriveranno i nuovi abitanti che ripopoleranno quel paesino”? Questa, vi starete dicendo, dev’essere la parte fantastica, onirica, d’invenzione. Invece no: ci avvertono le autrici che “questa storia è ispirata ai fatti avvenuti alla fine del secolo scorso a Badolato e a Riace, quando una nave proveniente dal Kurdistan sbarcò sulla costa ionica calabrese. I sindaci dei sue paesi, Gerardo Mannello e Domenico Lucano, decisero di ospitare i migranti nelle case che gli abitanti del paese avevano lasciato quando in Italia la guerra era finita da poco, scappando dalla vita difficile e dalla povertà…”.

Dunque una storia vera. Raccontata, anzi poetizzata, in una fiaba per bambini che potrebbe educare anche molti adulti.

Lina e il canto del mare (Mesogea ragazzi, 2017) è una piccola opera d’arte che fa risuonare il mare gremito di migranti e un paese scarso d’abitanti in un coro coeso, rispecchiando la realtà ma sfumandola in un sogno lieve e inquietante -come lieve e inquietante è la rievocazione del recupero dei bronzi di Riace, raccontata in forma di fiaba da nonna Gelsomina e poi sognata da Lina, con le due statue che diventano due divinità benevole: due, perché in Lina nessuno sta mai solo e i simboli della solidarietà sono dovunque. E non c’è nulla di didattico, non una goccia di retorica o di sentimentalismo. E’ un libro essenziale.

Un grande poeta, René Char, disse di Van Gogh: “Egli stava lavorando per noi”. Flora Farina e Laura Riccioli hanno scritto un piccolo libro che unisce il valore artistico a quello civico e umano. Si sono ricordate, in un periodo di scrittori narcisi e di scritture egocentriche, che chi pratica l’arte “sta lavorando per noi”.

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Ultimi pensieri di Boris Vian

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Boris Vian morì d’infarto mentre assisteva all’anteprima di un film tratto dal suo romanzo Sputerò sulle vostre tombe. Era il 1959 e Vian aveva 37 anni. Era stato ingegnere, attore, autore di canzoni. Aveva scritto romanzi bellissimi come La schiuma dei giorni, e altri scritti solo per soldi, come appunto Sputerò sulle vostre tombe, pubblicato sotto falso nome, l’unico grosso successo della sua carriera. Ma soprattutto fu trombettista di jazz. Forse proprio per questo suo eclettismo, il mondo letterario non lo prese mai troppo sul serio. Raymond Quenau, nella prefazione a La schiuma dei giorni, scrisse che in quel libro “Boris Vian si avviava a diventare Boris Vian”. Ma Vian era già diventato se stesso, e la sua vita anzi volgeva alla fine.

Uno muore dei dispiaceri della vita mentre cerca di rallentare la morte. Qua fuori gli operai crepano di lavoro, chi sotto una macchina che si rompe e gli spacca la testa, chi perché beve sistematicamente per dimenticare i dispiaceri di una vita di merda e poi crepa di cirrosi. Non si vorrebbe crepare, ma non si scappa. Chi muore come me dentro una sala cinematografica. Non vi affannate a soccorrermi. E’ tutto ritmo, ritmo, ritmo fino alla morte. Crepare sotto una macchina che si rompe non ha senso. Ma nulla ha senso. Scriveranno sulla mia tomba che mi sono bruciato troppo in fretta perché il jazz brucia in fretta. Cazzate. Io non sono bruciato per il jazz. Io sarei bruciato comunque. Lo sapevo che ero malato. Sapevo da quando ero piccolo che gli altri avevano un cuore da lunghi percorsi e io uno da passeggiate brevi. Mica vero che nel jazz si muore in fretta. Guardate Duke Ellington e Bix. Duke ha un cuore da lunghi percorsi e morirà vecchio. Bix aveva un cuore come il mio. Duke, in virtù del suo cuore da lunghi percorsi, ha insinuato nel jazz una calma da classico. Per questo nulla ha senso, eccetto la musica di Duke Ellington e poche altre cose. Ha senso solo chi riesce a fare l’incredibile. Per questo io ho fatto un mucchio di cose: per fare qualcosa di incredibile. Non si rallenta la morte. Si può solo disperderla. E’ come spezzettare l’anima e farle vivere più vite, muoversi su più piani per recuperare in larghezza quello che in durata non mi è concesso. Mi potevo allargare nello spazio, non nel tempo. Quenau ha preso un abbaglio quando ha scritto che mi stavo preparando a diventare Boris Vian. Io ero già Boris Vian, e lui non ha voluto sostenermi perché a un letterato non conviene sostenere un collega che è conosciuto per il jazz, le canzoni e un romanzo scandaloso scritto solo per fare soldi con lo scandalo. Proprio quel romanzo di merda da cui è tratto questo film. Non affannatevi a soccorrermi. Titolate pure “Boris Vian muore all’anteprima di un film tratto da un libro che non aveva nemmeno firmato.” L’unico mio libro di successo è un libro di merda che non ho nemmeno firmato. Ci sono grandi esseri, come Mozart, a cui sono concessi pochi anni, ma che lasciano il segno in una cosa. E gente come me, che non ha il genio e la calma di Mozart -o di Duke Ellington- e si dedica a tante cose, sperando così di avere la sensazione di non dover morire presto. I letterati come Quenau diranno che non ho avuto il tempo di trovare la mia forma. Cazzate. E’ proprio questo fare e strafare la mia forma. Io non sono stato l’autore della Schiuma dei giorni. Ma uno che suonava la tromba, faceva l’ingegnere, faceva parte dell’Accademia di Patafisica, scriveva La schiuma dei giorni e scriveva anche racconti e romanzi di merda, per soldi… Io non sono uno scrittore o un cantante o un musicista di jazz, io sono Boris Vian. Il più artistico casinista delle notti parigine e il più casinista degli artisti mancati. Se non potevo essere grande in una cosa, volevo almeno esserlo per tutte le cose che facevo. Il risultato? La mia ex moglie scopa con Sartre.

Gli scrittori inutili

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Non resterà nulla di noi. Quando il sole avrà invaso lo specchio dei pianeti, bruceranno anche le carte dei grandi. E di noi non resterà nulla. Nella conflagrazione delle stelle tutto esplode od implode. Nella piccola conflagrazione della morte ogni nostra fatica scompare. Avremo scritto lettere a nessuno, messaggi in bottiglia –raccolti da chi? Ci leggiamo a vicenda, eremi che dialogano con altri eremi, da lontano. Le notti al lume di una sigaretta per cercare una parola o la musica di una frase, le forze strappate al lavoro che ci dà il pane e al sonno che ci riposa, la forza di opporre un muro al muro d’ironia di chi ci dice “Non perdete tempo”, e gli amplessi rinviati, le risate mancate, le gioie gustate per metà in nome di una vita segreta che non s’adempie in noi ma negli altri –chi?-, operai coscienziosi che agiscono di notte come ladri, scelgono passi da tornire e passi da lasciare grezzi, lavorano colle mani sul foglio; e il rigore infuocato che ci consuma, il mondo che ci urla dentro e chiede di essere espresso, la grazia cercata con furia e quella che arriva non richiesta, e dare forma a tutto questo a ritmo di veglie e letture strappate… Non ne resterà nulla. Abbiamo creato un laboratorio eterno, in eterno movimento  lontano dagli occhi, un cantiere dove tutto si trasforma e nulla mai si riposa, lontano dagli occhi, nessuno ci viene a chieder conto di nulla e di noi non resterà nulla, qui lontano dagli occhi, noi abbiamo la scrittura come unica ragione di scrivere e scriviamo lettere a nessuno, messaggi in bottiglia –per chi?

Una melodia di Ilaria Seclì

Scrive Antonio Devicienti: “Una cantilena che mi sembra discendere fino alle nostre perdute radici di umani in simbiosi con i cicli delle stagioni; emozione pura, luce commovente questo testo novembrino”. Con la sua lontananza avvolgente, con la sua luce corpuscolare, questa melopea è una delle più lievi e più penetranti creature di quella creatura che è Ilaria Seclì, poetessa fino alle radici delle sue radici.

le ragioni dell'acqua

Il borgo il globo l’astro il cerchio

irradia ignoto lontano estinto

fin qui pulviscoli oro mercuriali danze

villaggio dei villaggi girotondo

fin qui pomeriggi bianchi senza desiderio

novembre che respingi l’elettrico del mondo

affondi dita calde tra gli ulivi

fino a stanze vittoriane velluti rossi

verde salvia per il buono che rimane

vita che respiri il necessario

mano che ti allunghi e porgi

mano che ricevi e custodisci

occhio che occhio trova

dice confida ama

gazza che atterra e poi risale

per la luce inaugurale

l’avvento senza eventi

aurora che ignori mezzogiorno

per Santa Caterina d’Alessandria

per i cingoli che aspergono silenzi

tagliano l’aria rigano un registro                     

per grazia di un decoro trasparente

la donna curva fa tornare i conti

tra gli appena vivi e i non più presenti

l’aria buona nessun suono s’inimica

l’aria buona che il globo ha…

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Autunno romano

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La gente aspetta una rivoluzione che non vuole. E’ l’estate di San Martino. L’estate vera è una stagione violenta, che nuoce agli spiriti ombreggiati. Le persone d’estate s’affaticano sotto il peso del sole, e solo gl’insetti gironzolano nell’aria, loro che sono leggeri. Ma qui, nell’attesa dell’inverno, i bambini cercano di espandersi per strada, subito richiamati dai genitori, avvicinano i musi agli aranci che vegetano nelle aiuole e i genitori gl’impongono subito di non pensarci, guardano con curiosità i vestiti di una famiglia musulmana e i genitori impongono di non sognarselo nemmeno e li rimboccano sotto il loro razzismo. I quartieri di Roma sono delle colate d’arancio sotto il sole fresco di San Martino. Quando i bambini torneranno, la prossima estate, saranno già cambiati –io lo so, li ho già visti- sembrerà che siano nati già adatti. La gente ha trasmesso loro una rabbia che non vuole essudare, solo tramandarsi di generazione in generazione. Le allegre rivoluzioni, le violente e gioiose estati non sbocciano più. I quartieri di Roma color arancio guardano avvizziti questi uomini plumbei. Al posto dell’odio fragoroso dei bambini che vogliono rifare il mondo, gli uomini hanno in tasca uno scalpello che sgretola i colori del mondo. L’arancio è triste di non splendere più per nessuno, e piange -come il sole piange raggi amari.

Wunderkammer 7: gli edifici pericolanti di Massimiliano Damaggio

“Faccio una battuta e sopravvivo
ma prendo per amore l’elemosina
e sosto, senza amore, perché è facile
condividere del prossimo
il meno e non il più a noi prossimo”

perìgeion

diAntonio Devicienti

Duole constatare come i libri (anche i pochi di valore) vengano pubblicati, ricevano magari alcune recensioni (talvolta di circostanza, talaltra superficiali, raramente approfondite) che compaiono a breve distanza di tempo le une dalle altre in riviste e spazi web e poi vengano di fatto dimenticati (e questo vale ancor di più per i libri di poesia).
Auguro a questo libro di Massimiliano Damaggio un destino opposto: che lo si legga, che se ne scriva, che l’attenzione nei suoi confronti si protragga nel tempo – questa mia non è né una recensione, né un atto dovuto ad amico caro, ma un pensiero personale che mi azzardo a rendere pubblico: so, insieme con non pochi altri, che per Damaggio vita e poesia non sono distinte, so che la sua passione vitale coincide esatta con il suo scrivere, so che questo libro vede la luce dopo un periodo lungo e…

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I gatti di Arachova

(Su Postpopuli col titolo Nei dintorni di Delfi, tra gatti e silenzio)

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È curioso, ma il nome di Delfi non evoca in me l’antica Grecia, bensì una poesia di Lee Masters, l’ultima dell’Antologia di Spoon River:

Tu non ricordi o Delfico Apollo,
l’ora del tramonto sul fiume, quando Mickey M’Grew
disse “È un fantasma”, e io “È il Delfico Apollo”,
e il figlio del banchiere ci beffò dicendo “È il riflesso
dei giaggioli sul ciglio dell’acqua, voi stupidi sciocchi.”

Delfi per me non è Delfi. È un non luogo, o come si direbbe oggi un iperluogo. Forse è per questo che non sono riuscito ad andarci. Il mio senso dell’orientamento è inesistente, senza il navigatore non ricordo nemmeno le strade che faccio ogni giorno. Ma il navigatore ignora diverse strade in Grecia; la più aggiornata mappa satellitare della Grecia è una mappa incompleta. Anche i cartelli stradali sono imprecisi: seguo un’inequivocabile indicazione per Epidauro e dopo pochi secondi freno sulla riva di uno specchio d’acqua, dove danzano starnazzando le paperelle. Forse perché Delfi non è Delfi credo di potere in un giorno partire da Nauplia (vicino Atene), visitare Olimpia e poi dirigermi verso la stanza che ho prenotato ad Arachova, una frazione appunto di Delfi. Finisce che arrivo nel pomeriggio a Olimpia, vedo sul navigatore quanto ci vuole per Arachova e riparto da Olimpia senza averla visitata.

Le autostrade greche non sono come quelle italiane, che col buio diventano vene dove il sangue delle macchine scorre verso il cuore delle città. Le autostrade greche sono quasi vuote, si possono fare chilometri e rimanerne i padroni incontrastati. Ci si addentra da soli in un paesaggio che non cessa mai di cambiare, che in pochi chilometri varia dalla macchia mediterranea a delle strane cave violacee, dalla montagna nietzscheana a corsi d’acqua così inabissati nelle valli che sembrano davvero l’Acheronte. Quasi nulla, della Grecia, suggerisce l’antica Grecia, tranne il paesaggio. Le autostrade greche, d’estate, sono anche piene di cani. Non cani randagi. Cani abbandonati. Inseguono le macchine sperando che passi quella del padrone. Forse un giorno, da quelle macchine, qualcuno li prenderà per portarli a casa. Più facilmente, un giorno, qualcuna di quelle macchine li prenderà sotto, o getterà un altro cane sull’asfalto. L’abbandono degli animali in Grecia è altissimo. Il rispetto delle regole, in Grecia, è bassissimo. Non si incontra quasi nessuno in autostrada, ma quando lo si incontra bisogna stare attenti perché corre come un pazzo. C’è il limite di velocità, ci sono i rilevatori, ma è come se non ci fossero. Il limite di velocità per i greci è un concetto astratto come per me Delfi. Se qualcuno vuole andare piano, te lo comunica mettendosi in corsia d’emergenza. Se tu vuoi guidare piano, ti conviene metterti in corsia d’emergenza.

Articolo completo su Postpopuli

Rivoluzione negli occhi di un gattino

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Boumil Hrabal, in Treni strettamente sorvegliati, ha dipinto la ferocia del nazismo attraverso la sofferenza degli animali. Ed anche nelle lettere ad Aprilina la Rivoluzione di velluto sembra filtrata traverso lo sguardo bambino e sornione dei gatti. Scelte poeticissime ed icastiche. l’Inquisizione bruciò tutti i gatti neri perché li credeva imparentati col demonio. E forse nulla fa capire fin dove si spinse la sua fanatica follia più dell’immagine di quei gattini miagolanti tra le fiamme…