Le strade del mondo

Esodi-1rrrr-1024x597

Chiunque Tu sia, Adonai
E ovunque il Tuo letto di morte
Guardaci sporchi di sabbia
Il sole ci cuoce addosso la pioggia

Qualunque strada, o Lord
Qualunque polveriera
Ci conduce allo stesso posto
A tappe forzate, in catene
Ci conduce allo stesso posto

Ho messo calce sui muri d’Europa
Ho riparato i tubi
Degli acquedotti dei secoli
Ho marciato sotto Ataturk, Berija, Assurbanipal

Belli e duri come i sassi, o Deus
Non puliti e non sudici
Ma tostati dal legno e dalla luna

Chiunque Tu sia, Adonai
Ovunque Tu ti sia perso
Le rotte degli esuli
Sono impregnate del Tuo nome

Lungo le strade che non portano a niente
E’ pieno del Tuo nome
Del Tuo nome che non esiste
Del Tuo nome che non risponde

Annunci

Mattinata a Pescara

Mare-dinverno

Tu sembri un’altra città la mattina
quando sul mare biancheggia un po’ di spuma
ribelle e fresca, a tormentare il lastricato d’acqua azzurra
scistoso come la superficie di una pietra.
Non si vede una vela, né gabbiani,
l’inverno sciorina la sua fredda luce
in un cielo di vetro,
azzurro di un azzurro di ghiacciaia.
Non ti hanno ancora invasa i catrami
delle auto nelle ore di lavoro.
Non sei bella, sei solo luminosa.
Qui in fondo a questo buco di provincia
noi non si può vedere un mare puro
simile all’Oceano che a Lisbona
ci richiedeva odi e non poesie
e si stendeva come il verso di Walt Whitman.
Qui il massimo che si possa domandare
è l’argento di questa mattina
questo cemento che almeno un po’ riluce
questa marina che si vede a pezzi
dietro le reti che ingabbiano le barche.
E forse siamo come quelle barche
fragiline, che vorrebbero partire
e che la rete trattiene dietro a sé.

Patrizia Sardisco, Una lettera a Ventimiglia


patrizia sardisco

Patrizia Sardisco per Delia, la barista di Ventimiglia che offre sostegno ai migranti nell’ostilità dei concittadini.

Mia sorella che insegni il tarlo ai legni lievi
e a cosa servono le mani degli umani:
Delia non siedi mai per noia
col fiato alla finestra
non fai vapori e nebbia sopra un vetro
e non appanni il grido
l’enigma del finito
nell’infinito ciclo delle erranze: Delia
tu senti il vento e apri
e vedi, Delia
la pace a piedi nudi un uomo e nulla
di te come di lui resta al riparo e i continenti
scaraventati di colpo sul bancone
che tremano coi piedi nella neve: tu li vedi.
E non hai sonno, non tentenni in ipnosi.
Le mani, Delia: le tue anche per me, per noi
spezzano i no e il pane e infrangono frontiere
lacerano il velario al palco sordido
del teatrino barbaro di un mare di derive.
Spalanchi Delia, a mille cristi e a me
che sento il loro freddo e il basto
dell’inadeguatezza occidentale
il guado che piega le ginocchia
a fare calchi ignobili sulla terra che frana
spalanchi la tua porta all’innocente erranza.
La piaga fuori, un ronzio di locuste, non sovrasta:
il giusto, Delia, sparge germi incendiari
e gesti udibili oltre gli echi dell’odio
faville limpidissime
– contagi

(Patrizia Sardisco, Poesia per Delia – Una lettera a Ventimiglia, inedito)

La morte del poeta

giorgio-de-chirico-ritratto-premonitore-di-apollinaire

Passeggiava nel vento Picasso, uomo antichissimo dalle visioni moderne. Era il 9 novembre, quasi l’estate di San Martino. Dai balconi pendevano panni stesi ad asciugare al sole e al vento. Picasso non era di buon umore. In guerra aveva perso tanti amici, alcuni perché erano partiti al fronte, altri perché non gli avevano perdonato di non essersi arruolato: eri nessuno quando sei venuto in Francia, gli dicevano, e con tutto quello che la Francia ha fatto per te… ma a Picasso non andava giù che, per ringraziare la Francia, doveva piantare una baionetta nelle viscere di un tedesco. Era il 9 novembre del 1918. Si contavano i morti, e Picasso contava gli amici persi. Un artista è sempre solo, pensava, ma lui era ancora più solo. Molti amici artisti s’erano uniti alla guerra per essere meno soli, per fare parte di un coro anziché cantare da soli. Si contavano i morti anche fra loro. Picasso comprò un giornale. La Francia aveva vinto. Una ventata gli portò via il basco. Alzò gli occhi. Dai balconi pendevano panni stesi ad asciugare al vento e al sole. Un velo nero lo raggiunse in faccia. Quando se lo tolse, il basco non si vedeva più, e una vedova di guerra si scusava: il velo era suo.

*

Passeggiava tra la folla Ungaretti. La folla gridava à bas Guillaume, à bas Guillaume, à bas Guillaume! Guillaume era l’imperatore tedesco Wilhelm II. Stavano festeggiando la vittoria. Era quasi l’estate di San Martino e c’erano sole e vento. Ungaretti aveva addosso tutta la pena della guerra. Ma portava notizie di vittoria. E quelli gridavano: à bas Guillaume, à bas Guillaume, à bas Guillaume! C’era qualcosa di nero in quell’urlo, quasi un brutto presentimento.

*

Picasso seppe della morte di Guillaume Apollinaire appena tornato a casa. Colpito in faccia dal velo nero di una vedova di guerra, l’aveva preso per un segno di sfortuna ed era tornato a casa ad aspettare la cattiva notizia. Era un uomo antichissimo e superstizioso. Ungaretti salì nell’attico dell’amico la mattina del 9 novembre 1918 per portargli dei sigari toscani e parlare della vittoria dell’Intesa. Lo trovò in stato d’incoscienza, forse già morto. Sua moglie, Jacqueline Kohl, era accanto al letto e piangeva, in stato di chock, non riuscendo né a muoversi né ad aiutarlo. All’ospedale italiano di Parigi lo dichiararono morto. La folla giù in strada gridava: à bas Guillaume, à bas Guillaume, à bas Guillaume!

*

Apollinaire era andato a combattere perché aveva bisogno di una patria. L’epoca degli imperi è stata un’epoca a modo suo internazionale. Apollinaire aveva sangue svizzero e polacco, era nato a Roma ma vissuto in Francia fin da giovane. Voleva diventare cittadino francese. Ungaretti era uno degl’italiani di Alessandria d’Egitto ed era andato a combattere per appartenere a una patria che aveva visto solo da adulto.

Il soldato Guillaume Apollinaire venne ferito alla testa e congedato, anche se lui avrebbe voluto continuare a combattere. Dopo il congedo s’era ammalato di spagnola e ne era morto.

(E la folla gridava: à bas Guillaume, à bas Guillaume, à bas Guillaume!…)

“America primo amore”

Mario-Soldati

Soldati è stato un grande stilista. Non so se è stato anche un grande scrittore. S’è sviluppato più in quantità che in qualità. La sua disponibilità a tutto gli ha impedito di decidere quali esperienze contassero per la sua vita spirituale, e ne ha fatto un prosatore brillante e gradevole, un oratore elegante e coinvolgente che seduce di qualsiasi cosa parli, ma che di rado va oltre l’affabulazione. Il suo temperamento è quello di un bon viveur dotato di leggerezza e chiarezza francesi e d’un tocco di morbosità decadente. Ma è stato fregato dalla sua bonomia. Avesse avuto più cinismo, e il graffio d’un’ironia più noncurante delle buone maniere, forse sarebbe stata un’altra storia.

La prosa soldatiana scivola via con leggerezza: è “priva di attrito” diceva Pasolini, “priva di adesività”: a volte sembra non invitare a soffermarcisi, a rifletterci su; ma piuttosto ad essere consumata, voracemente, velocemente, americanamente. Soldati è un viaggiatore sensibile, di grande forza rappresentativa e visionaria. Non ha la tempra del Savinio di Dico a te, Clio. Savinio entra nella Storia a porle quelle domande che la mettono in imbarazzo; Soldati si trova di fronte a un luogo senza storia, anzi non si trova di fronte, ci si trova immerso, con passione: con quell’amore che, scriveva Citati, “non sapeva trovare un limite nelle cose”.

La sua scrittura, raffinatissima, scorre via quasi inavvertibile, è talmente bella da potersi permettere il lusso di qualche imperfezione, di qualche “svista”, di arieggiare il parlato senza che nulla vada perso in eleganza. E’ una prosa che impiega tutta la sua maestria per rendersi invisibile; ma che alla fine è l’attrattiva principale del libro, il motivo per cui lo leggiamo. E’ la sua prosa a inchiodarci fino alla fine a una lettura altrimenti privata, turistica. La parte razionale del libro non va oltre un turismo intelligente. Ma c’è l’altra parte, la febbre vitale del giovane Soldati, il fuoco divampato al contatto con l’altra febbre vitale, quella dell’America. Non solo, ma il Soldati che scrive è anche stato deluso dall’America. E la sua delusione rende queste pagine più infocate: evidentemente, Soldati non sapeva non vivere con passione anche la delusione: quella delusione che, in fondo, discende dall’amore, e di cui l’amore è conditio sine qua non. Soldati non conosce la metafisica di Savinio: il suo amore è fisico, è sensuale, è tutto carne, è qui ed ora. Anche la critica all’America è realizzata descrivendo condizioni fisiche, situazioni materiali, episodi e atteggiamenti rivelatori. Il pensiero astratto non esiste, e quando c’è sembra quasi una forzatura, un tentativo di nobilitarsi. Più sincero è il racconto della cena con un nobile decaduto, l’unico personaggio indimenticabile in quella macina d’esseri umani ch’è l’America. Soldati è a suo agio quando trova una situazione adeguata alla sua esuberanza, a quella sua immaginazione cui, per amore di realtà, dà i contorni stessi della realtà. E il suo corposo realismo visionario gli chiede d’essere espresso in una prosa trasparente.

Autoritratto sul Golgota

gauguin golgota

Questa non è la morte. E’ prima della morte. E’ la scelta di non vivere. Non come la gente vive. Non chiedete a un poeta di amare più la sua donna che la penna. Egli mentirà, spergiurerà, ma io vi dico ch’è la penna il suo vero amore. Sono nato con un gettone per la pittura ed uno per la felicità terrena. Potevo sceglierne uno solo. Non è per egoismo che ho abbandonato mia moglie, che ho investito in colori i soldi destinati a mia figlia. No. E’ per la pittura. I missionari non possono guardare in faccia a nessuno. Gli altri per loro si dividono in utili o inutili alla missione. Chi vuole convertire gl’indigeni non vede in loro persone, ma anime salve o dannate. Così sono io. Non un brav’uomo, ma poco importa. La personalità umana di un artista è la negazione stessa della vita. Chi mai dedicherebbe tutte le sue emozioni a qualcosa che non ti chiama, non risponde, non vive, non ha bisogno di te? Solo l’artista. Che come un missionario non può avere legami. Sono freddo. L’emozione la trovo sulla tela e non nella realtà. La realtà è solo un pretesto per accendere la tela; poi è lì che tutto si anima. Io, disanimato, non ho mai goduto una felicità di uomo, forse una di pittore. E forse neanche quella, giacché la tela per me è solo fatica, è negli occhi degli altri che diventa gioia. No, non sono egoista. Fossi stato egoista mi sarei tenuto mia moglie, mia figlia, un lavoro e del danaro. Ho rinunciato a tutto. Spoglio di tutto sono venuto in Polinesia non a convertire gli indigeni, ma a  vivere come un indigeno. Ma io non sono un indigeno. O meglio lo sono solo per la pittura. Solo, perché per fare arte bisogna essere soli.  Voi mi chiedete: se la pittura è gelo e rinuncia, com’è che Monet è un buon marito, un buon padre, un cuoco e un gourmet? Semplice, Monet è un genio e può contare sull’inventiva felice del genio. Io no. Tutto quello che ottengo, è frutto di fatica. E non posso permettermi distrazioni.

Processo all’Italia

9 sauvetages en 15h. SOSMEDITERRANEE, MSF et l'Aquarius battent le record de personnes sauvées

Parliamoci chiaro: oggi, essere una sinistra significa innanzitutto avere a cuore i diritti dei migranti. Si può fare rapidamente un test per verificare se un tale è di sinistra oppure no: si può pronunciare in sua presenza la parola migranti. Se dice qualcosa di razzista, quel tale non è di sinistra. Non voglio dire con questo che gli elettori di centro e di destra siano razzisti. Voglio dire che una sinistra ha senso, oggi, solo se si fa carico, razionalmente, realisticamente e con umanità dei problemi che la gestione delle migrazioni comporta. E’ questa la battaglia storica che oggi la sinistra è chiamata a combattere, è questo il punto su cui si misurerà il valore e il senso della sua esistenza. La sinistra è chiamata a resistere sul terreno della razionalità e dell’umanità rispetto a un’emotività disumana che oggi piange per la morte di un bambino e domani vorrebbe tutti, bambini e adulti, affogati nel Mediterraneo, senza pietà ma senza nemmeno logica, coerenza, una linea riconoscibile di pensiero. All’irrazionalismo dei leader avventurieri che vellicano la pancia del Paese, con i suoi istinti più violenti, bisogna non adeguarsi -come ha fatto troppe volte la sinistra “renziana”, che ha inseguito i populisti sul terreno del populismo- ma contrapporsi. Con argomenti comprensibili ma lucidi, perché gli irrazionalisti hanno dalla loro la semplicità e la violenza dei messaggi. Bisogna saper comunicare con un’efficacia senza semplificazioni, con una fermezza che esclude la violenza. La sinistra recente la violenza non ha saputo escluderla perché non ha saputo nemmeno chiamarla violenza. E’ questa la sua colpa storica. Non ha commesso violenza, ma l’ha permessa per mancanza di autorevolezza. L’aver teso la mano ai populisti nella criminalizzazione delle Ong, l’aver scimmiottato lo slogan razzista “Aiutiamoli casa loro”, queste sono state le sconfitte della sinistra prima ancora che quella del quattro marzo.

Questo per la sinistra riformista. E per quella massimalista?

Il suo spettacolo è ancora più desolante. Anzi direi ch’è squallido. Agli italiani di “estrema sinistra” potrei solo dire: vergognatevi. Vergognatevi perché, coscienti o incoscienti, quello che sta succedendo a migranti e Ong era quello che volevate. Non intrattenetemi con incredibili distinguo tra leghisti e grillini perché sono uguali e contrari e, se non lo avete visto, vuol dire che avevate gli occhi guasti. Non fate sermoni sulla sinistra che non è più sinistra e sulle vostre ideologie, perché sapevate che poteva accadere e avete lasciato che accadesse. Siete colpevoli. Vergognatevi.

La sinistra che vede il suo avversario nell'”ortoliberismo” dei riformisti e non nel neofascismo leghista e grillino dà prova della stessa cecità di quei signori che, nel 1921, diressero tutto il loro odio verso i colleghi della sinistra riformista, permettendo a Mussolini di arrivare indisturbato al potere. La sinistra che si allontana dalle istituzioni non ha capito che è solo dentro le istituzioni che si può operare il cambiamento. La sinistra che sposa le battaglie “sociali” dei grillini è vittima di un clamoroso equivoco, perché l’identità della sinistra non è solo nella sua attenzione alla disuguaglianza sociale, è nella sua attenzione alla disuguaglianza. Che i diritti sociali siano prioritari rispetto ai diritti civili e umani è una sciocchezza che non sta in piedi. I diritti non sono un elenco: sono un circolo, che può essere vizioso o virtuoso. Spezzare questo circolo è sempre vizioso. Lo dimostra il fatto che l’averlo spezzato nella coscienza del Paese -come hanno fatto gli ideologi dell’estrema destra, dell’estrema sinistra e dei grillini- ha portato odio e razzismo.

Io non credo alla teoria della “guerra tra poveri”. Le dinamiche tra lavoratori inglesi e irlandesi descritte da Marx e oggi chiamate in causa per giustificare il razzismo delle classi meno abbienti sono dinamiche di quasi due secoli fa, prive di un legame storico concreto col presente. Non è nelle dinamiche sociali che va cercato il perché del razzismo in Italia, ma nelle dinamiche delle idee. Le idee degli italiani, oggi, sono improntate a un nazionalismo, a un maschilismo, a un cattolicesimo bigotto e identitario vecchi di cent’anni. C’era più consapevolezza dei diritti delle donne nelle donne di trent’anni fa che in quelle d’oggi, c’era meno nazionalismo trent’anni fa che oggi -anche se oggi lo si chiama “sovranismo”.

A una nota trasmissione televisiva, un cuoco calabrese fa una figuraccia. Sul web, gli spettatori lo linciano “per la figura che ha fatto fare alla Calabria”. Non ha fatto una figuraccia il cuoco in quanto individuo maleducato, ma l’ha fatta fare a tutta la comunità. L’etica comunitaria è tornata. L’etica comunitaria è quella che contiene, in germe, il nazionalismo.

E’ tutto collegato. Il familismo significa che ognuno è chiamato a rappresentare nel mondo non se stesso, ma la famiglia cui appartiene. E di lì, via via, la comunità, la regione, la nazione cui appartiene. Se ognuno conta per la comunità cui appartiene, ognuno vale per la comunità a cui appartiene. L’Italia è un paese profondamente familista. Era quindi fatale che, nell’incontro con il villaggio globale, sperimentasse una chiusura razzista.

Non facciamoci illudere dalle teorie consolatorie sul sovranismo che è solo odio per la moneta unica europea, che ha indebolito i ceti medi e bassi. Quella è solo un’ideologia di copertura. La realtà è che l’Italia sta facendo esperienza del suo più cancrenoso problema. L’organizzazione sociale moderna nasce dal deferimento allo Stato dei poteri prima assegnati ai clan e ai piccoli gruppi. In Italia questo deferimento non c’è mai stato. La famiglia, il paesotto, il campanile, perfino la regione sono sempre stati contrapposti allo Stato in una guerra a osservarsi e fregarsi avendo a cuore il proprio interesse particolare. Non si è mai usciti fuori da questa logica arcaica, che è la logica clanica delle società mediterranee che non sono passate attraverso la rivoluzione illuminista. L’Italia è un Paese europeo solo per posizione geografica e forza economica. Per cultura, è rimasto ancorato al peggio delle società tradizionali. Il boom economico ha colpito un Paese arretrato e impreparato. Gli italiani vestono con una ricercatezza che non è eleganza, ma ostentazione del benessere. Non importa che accostino gli abiti con gusto, ma solo che mostrino quanto hanno speso per comprarli. Quelle orrende passerelle delle città provinciali, in cui i ragazzi sfilano coperti di marche e di firme, simili più a insegne pubblicitarie che a ragazzi!… E’ la pacchianeria tipica dei parvenu. Gli altri popoli europei non hanno la stessa ossessione delle apparenze. La abbiamo noi perché siamo i cafoni del benessere, i tipici nuovi arricchiti.

A un Nord tronfio nella fierezza del reddito, che giudica calvinisticamente gli esseri umani in base al denaro e al successo -ma senza l’etica austera dei calvinisti- si contrappone un sud dove la popolazione fa scudo col proprio corpo per impedire la cattura di un mafioso, e però spara alle persone di colore. E’ così ch’è divisa l’Italia in questo momento. Ed è divisa così non per economia, ma per cultura. Per come le diverse situazioni economiche si sono innestate su un terreno arcaico e privo di una coscienza civile moderna.

E’ vero che la crisi economica e il processo europeo hanno portato ovunque a una rinascita dei nazionalismi. E’ vero che dappertutto i neofascismi hanno cavalcato lo scontento sociale. Ma è vero anche che in nessun Paese dell’Europa ricca democratica e centrale si è raggiunto un simile livello. E il fatto sembra essere che le istanze populiste dei neofascisti attecchiscono meglio su un terreno patriarcale e premoderno com’è quello italiano.

Qual è dunque la colpa dell’estrema sinistra italiana? E’ di aver confuso il suo linguaggio con quello della destra sociale neofascista. Termini come “turbocapitalismo”, concetti “sovranisti” li abbiamo sentiti tanto dai neonazisti che dai veteromarxisti. L’estrema sinistra oggi rappresenta un popolo ideologicamente più simile a Trump che a Luciano Lama, e usa concetti e termini che si sovrappongono a quelli di Trupm -anche se conservano qualche ricordo di Luciano Lama. Una sinistra così non sarà mai veramente antirazzista, perché i suoi interessi costeggeranno quelli dei razzisti. Con una battuta, questa estrema sinistra sarebbe più disposta a farsi capitanare da un nuovo Mussolini, che “di cose per il sociale ne ha fatte”, che da un nuovo Churchill, colpevole di essere un “ortoliberista”.

E, finché sarà così, saremo un Paese razzista.

Elì (preghiera in mare)

 

 

Sale dal fondo della terra un canto di disperati. Sale il logos degli esseri privi di colpa. Una mandola, un sitar, un gatto nascosto nella stiva. Dormono sotto terra, non dormono in pace. Dormono senza terra. Dormono in mare. Dormono con gli occhi scavati. Dormono senza occhi, diventati corridoi d’acqua marina, gallerie di plancton. La vita continua, loro no. Il mare continua, loro no. E l’Italia, un sogno di maggio. E l’Italia, un naufragio ad ottobre.

Sale un salmo: Adonai!

Sale un urlo: Elì!

(Elì, la sua voce bianca di ragazzo di Aleppo…)

“Nel fermo centro di polvere”: il canto di Marco Ercolani

nel fermo di polvere-600x600

Una silloge traversata da un’atmosfera di catastrofe e da colori freddi o autunnali. Presenza costante, il mare. Paesaggi marini che ricordano la pittura di Savinio, agitati da presenze ex-umane.

E’ Ercolani stesso a fornirci le chiavi d’accesso alla sua opera, rispondendo, in appendice, alle Tre domande indiscrete di Gabriela Fantato:

Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio -che è anche l’approdo- di sé.

Vediamo allora alcuni di questi frammenti, di queste voci sopravvissute:

«Devi essere musicale. Camminare con loro,
giovani, sonnambuli, leggeri,
come se il sole fosse fermo.
Hanno vestiti che perdono luce. Le finestre tornano vetri
spaccati. E quel suono indecifrabile, come di risacca.
Devi essere musicale, trascrivere con giustizia.
Fuggire l’ansia del foglio.
Orchestrare con strumenti che spariranno.
Sei chi resiste sull’orlo perché la vita in te
fermi i suoi segni e le lacrime fuggano.»

«Sulla riva del mare
stregando animali smuovendo pietre
incantando terra e inferno
preda
delle voci mute che abbandonasti
diventando parola,
per desiderio
ti volti, la guardi.
Legge infranta. Il nulla. L’invisibile
tornato nero,
il silenzio fitto di voci,
fine violenta
all’ordine del canto.»

«Nell’erba il sasso è le mani vive
che lo scelsero e scagliarono.
Tronco per tronco, di nuovo, dentro
la foresta, veloci e calme
le sillabe, oltre gli uomini uccisi: miraggi
tornati parole.»

E’ un’ermeneutica di segni semi-morti, di tracce lasciate da creature in uno stato di perenne addio alla vita. Maestro di scrittura apocrifa, Ercolani nella poesia scontorna i confini realistici dei suoi racconti, fa a meno della cornice narrativa e si abbandona alla pura evocazione di fantasmi. Il suono dei suoi versi è un suono semisoffocato, le voci dolentissime provengono da una dimensione che non è più di vita ma neanche conosce la pace della morte. E’ come ascoltare onde sonore ancestrali, rimaste a vagare nell’aria: tracce lasciate nel vento da antichi Romani e Greci che parlavano, voci sfrangiate dai secoli e appartenute a una civiltà cancellata. Cancellare è atto centrale in Ercolani. Nei racconti egli cancella l’io scrivente tramite l’io dell’apocrifo. Qui i versi hanno la leggerezza di iscrizioni a malapena intravisibili sopra una lapide. E’ tutta un’evocazione di mondi perduti, affioranti da un inconscio destituito di ogni identità individuale.

Impossibile tornare alla vita. I fantasmi di Ercolani si aggirano per il libro come ne fossero prigionieri. Non possono più essere altro che scrittura. Sono intrappolati nelle parole. Dice lo stesso Ercolani, rispondendo alle Domande già citate:

la mia scrittura narra solo la scrittura: è il fumo di un incendio dove non ricordo quale forma abbiano avuto le cose che sento arse dal fuoco.

E dice in una poesia:

«Questo è un rumore di pietre. Ma perché l’aria è vuota?
Perché non vedo chi le scaglia, chi ne è colpito?
Dentro le case, grida inudibili. Inutili si agitano mani adulte.
Ci vorrebbe un abbraccio, un ipnosi, un essere nuovi.
Ma la ferita non si chiude, è scuro racconto, è
lacrime delle cose.»

Nessuno scrittore come Marco Ercolani ha assunto su di sé il dramma della post-scrittura. Un tempo si scriveva a partire da un atto di superbia: ho qualcosa di nuovo e inaudito da dire. Oggi si scrive a partire da un atto di umiltà: tutto è già stato scritto, scrivo per rimanere aggrappato a questa nave -la nave dell’umanesimo occidentale che s’inabissa, di una civiltà estetica che scompare. Si scrive per disperazione, e si scrive su altra scrittura, perché non c’è più da aggiungere il proprio tassello alla storia vastissima della Bellezza: si può solo mettere stucco fra gl’interstizi del mosaico. E se una vitalità è ancora possibile è proprio fra le tessere nel mosaico, in questo persistere e restare. Nella vitalità segreta che pulsa come vena sotterranea. Basta invertire il moto di questa ex-vita e otterremo forse una resurrezione, una di-nuovo-vita. Ma come?

Terza e più riuscita raccolta poetica di un non-poeta che pensa poeticamente, Nel fermo centro di polvere (Il Leggio libreria editrice, 2018) è la più sofferta, più intima confessione di Ercolani: è l’ammissione della sconfitta da cui tutto il suo scrivere prende le mosse.

“Pioggia lontano” di Eliza Macadan

eliza macadan

«La poesia occidentale ha perso l’uso del grido» scrive Cioran nei Quaderni. Ma Eliza Macadan non ha paura del grido. Certo lo affianca con l’ironia, lo circoscrive col gioco: Pioggia lontano (Archinto, 2017) si apre coi versi «facciamo che / io mi nascondo qui / e tu mi trovi / fra cent’anni» nella dedica a Luca). Ma il grido rimane grido. Quasi mai esagitato, sfogato, completamente liberato. Ma grido. Come nella poesia d’apertura:

«Su letti gelidi
amori sdraiati
in attesa dell’autopsia
si accerterà chi ha ceduto per prima
la bellezza o la verità»

Perché bellezza e verità non possono più coesistere. E’ il dramma da cui scaturisce la forma sporca di questa poesia, il suo italiano ora minimalista ora visionario, ma mai armonioso:

«faccio un collage di espressioni sporche
mentre mi stringe
l’infinito».

Nulla è rassicurante:

«Una mano invisibile ha chiuso a chiave
bambini nelle madri»

«Non tesso più alcuna tela
aspetto che sia il regime a mettere
sotto la mia finestra una rete
di sicurezza».

L’ironia non redime una desolazione smisurata, il senso di un vuoto vertiginoso. Nulla si salva dalla corrosione del presente, tantomeno la libertà:

«la mia mente cerca padrone»

Il paesaggio sembra guardato traverso vetri impolverati:

«Pioggia lontano
qui bambini con pance gonfie
e occhi spenti di sete
scriviamo insieme
nella polvere
lettere a caso
di un alfabeto in via
di estinzione
solo risate forti
sveglieranno
qualche dio dormiente»

Anche quando si traduce in gioco surreale, l’osservazione del mondo anela al ritorno a una realtà più vera. E’ un surrealismo sporco, senza fiducia nel surreale, che vuole tornare alla terra:

«sopraffatta dai nonsensi
cerco il villaggio dove
il nonno veglia su di me
sotto una croce di legno fiorito
volo sopra la terra all’alba
per prendere il caffè
tra le piantagioni del brasile»

Nessuna pietà per i sognatori facili, per quelli che nascono già adatti e, mentre competono nel reale, si atteggiano a vagheggiatori di realtà altre. Ad essi Eliza Macadan contrappone la propria reale irriducibilità, e i tormenti che questa condizione le porta:

«Cadono uccelli dal cielo
incubi mi buttano nell’alba
esausta
da sei caffè
prendo la mia dose
quotidiana di umanità
evviva i sognatori scrive sulla sua bacheca
una sexypoeta sulla riva sinistra del danubio
e se ne frega delle parole
ma chi sono io senza incubi
uccelli o parole»

Talvolta, il disincanto si allarga in una cupezza profondamente slava, e i versi sembrano scritti da un Ivo Andrić senza afflato epico:

«ma il sole ci guarisce dal freddo
dai distacchi sempre uguali
sempre atroci
pugni di terra
in bocca
ora è rimasta la casa vuota
la vita vuota
la collina deserta»

L’afflato epico, negato dalla Storia, riemerge però nelle poesie ispirate al sentimento del post-Storia: qui la visione, sebbene apocalittica, si fa forte di se stessa. La scomparsa della Storia dall’orizzonte poetico ha un effetto liberatore sulla poesia:

«ciecamente sfoglio
enciclopedie antiche
muta traccio un sistema filosofico
per domani
scavo finché arrivo al presente»

«Guarda
il centro storico dell’universo
con stelle tramontate
e terreno accidentato
è qui che mi avventuro
alla ricerca di un po’ di letteratura»

Eppure ci sono una vitalità, una luce nel mondo di Eliza Macadan, che non escludono la desolazione. Direi anzi che i due stati d’animo si rafforzano a vicenda, e vanno a comporre il ricchissimo mosaico umano del suo universo poetico. Di cosa sono fatte questa vitalità e questa luce? Sul piano formale, le troviamo nella forza di certi attacchi e di certe chiuse. Come Cioran, Eliza ha il dono della formula, dell’aforisma che racchiude mondi in un breve giro di parole:

«la storia mi batte nel cuore
per farne poesia»

«io piango lacrime
di vodka che mi arrivano
direttamente dal sangue
di mio padre»

«L’architettura del paradiso
rimane in bozza»

«la notte ci inghiottisce
a lotti»

Come in Cioran, decisivo all’equilibrio espressivo e stilistico è il ruolo dell’ironia:

«non credermi sulla parola controlla i battiti
del cuore della casa
mentre sono via
e non prendere sul serio tutto quello che vedi
al tg di sera»

«La mia gatta separatista
non vuole più vivere
le sono cresciuti fin d’ora
fiori di campo alle orecchie
e vagabonderà altre sei vite
senza di me
la mia gatta separatista
ha sofferto come un cane
non lotta più
è diventata troppo umana
e vuole indietro la sua vita
di gatta felice
che srotola risate»

Sul piano dei contenuti, la vitalità si afferma con l’elogio dell’istante e la fiducia nell’amore. Se la Storia è male, se l’Attualità è deserto, l’Istante è tutto ciò che possediamo ed è un istante pieno, luminoso:

«Mezzogiorno vuoto
il sole gocciola
sulla mia pelle il futuro
sta arrivando
con bambini in braccio
allaccio le scarpe all’amore
e scendo svogliata
al mare»

La desolazione non si traduce mai in disamore. E infatti, se c’è una forza capace di opporsi alla desolazione, è proprio l’amore, da cui può nascere un sorriso universale:

«Nella giornata non dichiarata dell’amore clandestino
tutte le macchine si fermano
ad un segnale interiore
sui sedili si versano desideri orizzontali
i parabrezza respirano convulsi
mettete le gambe sul volante
senza mettere la freccia
il cielo è sceso in strada per dondolare
l’amore clandestino in città
all’improvviso un cane intorno
arrossisce»

All’amore sono dedicati alcuni dei versi più forti e tersi:

«Oggi non siamo arrivati
uno all’altro
abbiamo mandato solo parole
al bersaglio
per crivellarci di colpi
io sono rimasta indietro
e dal bagaglio a mano
cadeva la mia biancheria intima
non ricordo più il tuo nome per chiamarti
tutti i sentieri intasano questo lunedì
quando non ci amiamo più
Dio guarda altrove»

«Guardiamo lo stesso abisso
vedo nuvole gravide
pronte ad annaffiarci
le radici del cuore
per risuscitare il tronco
caduto di vita in vita
vedi fuoco che brucia le cellule
del sangue fermo
di tanta fatica
dammi la mano e ti do i miei occhi
alziamoci anche se non c’è più
nulla da vivere»

 

All’amore sono dedicati anche gli unici passi in cui la fuga nel fantastico ha un tono luminoso:

«Il nonno ha intagliato l’amore
su un pezzo di tronco
rubato alla foresta
per tenerci tutti in vita
una scala esce dal mare
per portarmi
al cielo
clandestina
sono stata in terra»

E, pur nel disincanto, una dolentissima pietà umana, una mai sconfitta umanità sono nello sguardo dell’autrice:

«boemi invecchiati stanno in quattro
a tavoli da quattro
condividono fogli bruciati dalla cenere
si persuadono a vicenda
di fare letteratura e così ogni giorno
la Storia non entra più nelle taverne
fuoriesce sui marciapiedi
striscia appoggiata al bastone
fatalmente vicina alle ruote delle automobili
[…]
mi cade addosso l’amore disperato dei letterati vecchi
in cerca di opera»

«forse rimarremo chiusi ognuno a casa sua
chi con cani chi con gatti
e odieremo gli umani intorno
e alzeremo recinti
e solo i pianti e le risate
saranno unici ed incontrollabili
eventi»

Priva di narcisismo e ricca di umanità, la poesia di Eliza Macadan è una diagnosi spietata sul nostro tempo e un pozzo di pietà che lo rende più degno di essere vissuto.