Furto d’anima, di Marco Ercolani e Lucetta Frisa


furto d'anima
«
E noi mostri, noi artisti, lo abbiamo avuto, questo amore? Penso che l’arte, talvolta, supplisca a modo suo un atto d’amore mancato.»

Furto d’anima (Greco & Greco, 2018) è un libro di lettere reali e immaginarie. Qualcuno scrive e qualcun altro risponde. Ma non si tratta di qualcuno anonimi. Si tratta di Kleist, Constable, La Rochefoucauld, Cristina Campo… Come in molte loro opere maggiori, Marco Ercolani e Lucetta Frisa assumono di volta in volta l’identità di un personaggio del passato, componendo testi apocrifi. Sono un’ottantina di lettere, botta e risposta, suddivise in quarantadue capitoli o racconti: in ogni capitolo o racconto, dialogano una voce maschile e una femminile. Capita a volte che uno dei due personaggi sia non l’autore, ma l’argomento della lettera; o che la seconda voce sia implicata in un’unica lettera, ad esempio per mezzo di citazioni. Ma sono casi marginali. La struttura del libro prevede il dialogo effettivo -botta e risposta- tra un io e un tu uomo e donna.

La prima cosa notevole è l’equilibrio delle voci: quelle di Marco Ercolani e Lucetta Frisa, da sempre in dialogo sia nella vita -sono marito e moglie- che nella scrittura, e qui in un dialogo tòcco dalla grazia; e poi le voci altre: Kleist, Flaubert, Artaud, Kafka, Katherine Mansfield… Le lettere autentiche si inseriscono nella partitura del libro in un modo che, se da un lato preserva l’illusione di realtà, dall’altro crea il piacere giocoso di abbandonarsi alla finzione anche dopo ch’è stata svelata. Il primo impulso, di fronte alla lettera, per esempio, di Flaubert, è di leggerla come apocrifo. Ma l’asterisco, ben visibile in alto al centro della pagina,segnala ch’è una lettera vera. E leggendola come lettera vera, ci accorgiamo che sembra irreale quanto le altre. Non sembri un appunto beffardo. Ho detto che ogni coppia di lettere costituisce un racconto: e i racconti non devono essere verosimili, non sono come i romanzi. Devono essere fatti a regola d’arte. Sono un mondo chiuso che deve funzionare di per se stesso, mentre i romanzi sono più umani, più impastati di realtà, più implicati nelle convenzioni sociali del loro tempo. Di un vero racconto non importa che sia credibile, ma che sia funzionante al suo interno e nell’insieme di cui è parte. Poter leggere un documento vero come fosse finto, in una raccolta di racconti, vuol dire che l’esperimento è riuscito. Ercolani e Frisa sottopongono la loro opera a un test interno: mischiando lettere vere e false, e dichiarando chiaramente, di ognuna, se è vera o falsa, non proteggono la finzione e il mistero; ma abbattono il muro della finzione, sconfessano il mistero. Il fatto che sia i racconti, che il libro nel suo insieme, funzionino lo stesso, va a loro merito.

Mandata all’aria la credibilità, i due autori mettono il lettore nella posizione di un post-lettore che legge dopo che l’inganno è stato svelato. In questo “al di qua della convenzione narrativa”, le voci femminili sono toccanti e vere in un modo sbalorditivo! Lucetta Frisa, qui “addetta” alle voci femminili, è soprattutto una poetessa -una delle poetesse più vive del nostro tempo- ma qui si rivela anche sapiente prosatrice. Il suo fraseggio è armonioso e pulsante come nella poesia, ha la stessa vitalità nello scandagliare l’abisso mantenendo la forza architettonica. Solo un piccolo appunto: qualche volta il discorso sulle possibilità creative e intellettuali femminili compresse da secoli di maschilismo è un po’ troppo dichiarato, e sarebbe meglio che emergesse dal racconto anziché essere detto a chiare lettere. Ma è un peccato minuscolo in un’opera così viva, e oltretutto accade veramente di rado.

Certo, come in tutti i libri di racconti, c’è qualche disuguaglianza, e come in tutti i libri che vengono a capo di una poetica sviluppata in lungo e in largo -qui, la poetica dell’apocrifo- c’è qualche momento di stanca. Ma non è questo l’importante. Semmai è importante che, rispetto alla produzione precedente, si avverte una certa stanchezza nei confronti dell’apocrifo “puro”. I migliori racconti (Rochefoucauld-la Fayette, Clarin-Bèjart, Orazio e Artemisia Gentileschi, Mary e Charles Lamb, i fratelli James, Rodin-Claudel) tendono a costruire delle vere e proprie trame, fatte con gli elementi base della trama: il conflitto e il mistero. Azioni drammatiche (Rodin-Claudel) e piccoli gialli (Clarin-Bèjart). Sembra che gli autori si stiano riappropriando dell’ossatura narrativa classica a partire dalle sue cellule elementari.

C’è un’altra cosa che emerge dal libro con una sferzante evidenza. Le lettere rivelano tutta la desolazione umana di questo “mondo artistico”. L’anaffettività, la miserabile egolatria di Kafka. L’ipocrisia dei Claudel, vera famiglia tradizionale cattolica, e la debolezza melliflua di Paul. La brutale misoginia di Artaud, autoelettosi sacerdote del proprio mistero. Kleist che vuole quasi fabbricarsi la fidanzata ideale prendendo spunto da quella vera. Henry James che brucia il diario della sorella perché contiene troppa verità. Elias Canetti che annulla la consorte come donna e come scrittrice. Affiora la disumana invidia della parte maschile del mondo verso i doni creativi e intellettuali delle donne. Ercolani e Frisa tolgono la maschera all’arte. Sembra che una carenza di sensibilità umana sia connaturale al fare artistico. Che esso assorba così tante energie affettive da ottundere la sensibilità umana. Addirittura ch’esso nasca da tale ottusità! Questi uomini sembrano considerarsi il massimo dell’umanità e sono invece, umanamente, molto piccoli. Inutile dire che le donne fanno una figura migliore (ma non tutte: il libro evita una visione manichea). Ma questa è una ben magra consolazione.

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Homeless

giacometti

Colombo non ha mai scoperto niente
potrebbe essersi svegliato una mattina
-per quanto ne so- ed aver detto
ho sognato l’America

la vita qua
è come il moto senza senso
di un turacciolo
che posato sul picco dell’onda
non avanza né arretra
ma compie semplicemente un
moto circolare

la vita qua
è un legno fracico
è una vita che ha il cuore malato
ma stupenda una periferia
ed è così stupenda quella periferia
così succosi i frutti
che il suo autunno ci nevica addosso
che noi vogliamo succhiarla tutta
anche a costo di toccare
-prima o poi- il suo midollo d’orrore

e Colombo non ha inventato niente
l’America da noi si allontana
come quei sogni dove corri corri
e il traguardo non lo raggiungi mai

lungo le strade della brava gente
i passanti mi guardano male
perché puzzo
perché giro mezzo nudo fra i vestiti
ma io
io ho il coltello dalla parte del manico
gli altri domani possono essere me

O…

boccioni

correre trasognando
d’esuberanza amara
cadere dentro a un fosso
e porgere la gola
all’acqua che non scende

oppure satollarsi di stelle
restando in fondo al fosso
non correre e non chiedere
finché il cielo casca addosso

modellare il tuo corpo
con mani da vasaio
scolpirlo con la forza
crearti con passione
e inchiodarti alla stella più alta
che ci annienti nella sua combustione

o invecchiare goccia a goccia
invecchiare sulla spiaggia
invecchiare solidali
saldati dai rituali

incendiare fogli
con parole troppo accese
o far l’amanuense
usando parole già spese

e correre trasognando
d’esuberanza amara
cadere dentro a un fosso
e porgere la gola
all’acqua che non scende

o satollarsi di stelle
restando in fondo al fosso
non correre e non chiedere
finché il cielo casca addosso

chant d’amour

15469795791_eecc6d582a_b

le mie mani passando sul tuo corpo
sono le mani della primavera
che quando la bronzea campana d’inverno
ha cessato i rintocchi gelati
riportano acqua e frutta e fiori e luce e calore

le mie mani passando sul tuo corpo
sono le mani di un restauratore
che toglie la polvere frutto dei letarghi del tempo
e riporta alla luce il tesoro della tua bellezza

ho suonato arpe
con le mie dita di poeta

ho raccolto ogni tua goccia di sudore
con queste mani che passando sul tuo corpo
lo hanno ripulito
dal dolore

Ispirazione

gould

Glenn Gould (Toronto, 1932-1982), pianista, compositore e critico, si compiaceva di avere una mente musicale scientifica, di guardare molto alla struttura profonda della musica –l’armonia- e poco al suo aspetto esteriore –la melodia, il timbro. Eppure, quando gli domandarono in che cosa consistesse la sua arte pianistica, rispose: “Non voglio pensarci troppo, ho paura di fare come quel millepiedi che, dopo essersi chiesto quale zampa muovesse per prima,si bloccò e non riuscì più a camminare”.

Anche Stravinsky, compositore “lucido” quant’altri mai, ricordando il tempo in cui componeva Le sacre du printmps, dichiarò: “I did not create Le sacre du printemps. I was just the vessel, though which Le sacre passed”.

Le più toccanti descrizioni dell’ispirazione vengono dai grandi razionali.

“Pelle di fantasma” di Chiara Romanini: due note


chiara romanini

E’ un mondo di fantasmi quello di Chiara Romanini. Un mondo attraversare il quale è ipnotizzante. Il dolore innominabile, senza volto, che le sue visioni calcificano evoca più di un riferimento ai maestri, dai volti velati di Magritte all’accumulo di oggetti morti di Boltansky, da Man Ray alle melodie visive della pittura metafisica. Ma la mia cassetta degli attrezzi è troppo povera di riferimenti fronte a quest’arte perturbante. Quello che mi ha conquistato -e conquistato proprio come si conquista un innamorato, con finezza ma anche con primitività- è la poetica coerenza: così granitica che sembra non richiedere alcun obiettivo, alcun punto di vista. Sembra che le cose stiano proprio così come Chiara Romanini le ritrae. Che l’immagine si sia fatta da sola, sia sorta, si sia conglomerata nei millenni, si sia depositata sulla lastra fotografica. Oggettiva. Con la sua classica bellezza e la sua polverosa sporcizia. Col suo erotismo e il suo profumo di morte. Come una scrittura che si scriva da sé, senza l’ingombro dell’io di uno scrittore. Un miracolo che forse riesce meno laddove è riconoscibile la natura materiale degli oggetti raffigurati, o quando il dolore e l’eros sono riferibili ad un corpo e ad un’anima individuali: quelli dell’artista. Ma che riesce magnifico, invece, quando tutto è sovrapersonale e minerale. Quando il corpo di donna e gli oggetti partecipano dello stesso destino, e il volto invisibile canta il suo dolore senza identità. Allora questa fotografia fa bene come sa far bene l’arte quando affonda nell’orrore dell’umano e ce lo restituisce luminoso, perché tradotto in forma. Le fotografie in bianco e nero di Chiara Romanini non sono degli autoritratti: non ritraggono il corpo dell’artista, ma estraggono dalle sue forme un canto. Canto di un dolore gelido e universale. Tanto più corale quanto più spudoratamente ella mostra -o nasconde- se stessa.

(Giorgio Galli)

la pelle del fantasma

«Noi che il dolore ha fatto viaggiare nella nostra anima alla ricerca di un luogo di calma a cui appoggiarci, alla ricerca della stabilità nel male come gli altri nel bene, noi non siamo folli, siamo dei medici meravigliosi»: scrive Antonin Artaud. Per ogni artista queste parole risuonano sempre valide. Ogni opera – e questa mostra fotografica di Chiara Romanini Pelle di fantasma lo evidenzia – è un percorso non tanto di guarigione quanto di messa a fuoco del proprio personale dolore. Questa pudica e sofferta galleria di autoritratti spesso visti di schiena accenna a un silenzio tragico, a un non dicibile del vivente, nell’ottica di una via non maestra che costeggia i territori della conclamata o nascosta follia. «Dietro le facciate vedere quel / che mai avrei voluto sapere, dietro / ogni facciata vedere / quel che oggi non v’è» scrive Amelia Rosselli. Nell’essere “inadatti alla vita” pulsa l’energia sotterranea della vita e dell’arte, e il solo modo di costruire una nuova ragione è vivere intensamente la polifonia delle non-ragioni che la nutrono, senza temerne la complessità, e da lì trarne immagini. Ogni artista autentico è traversato da un turbamento psichico capace di amplificare, come cassa di risonanza, l’originalità utopica del suo pensiero-opera. Non è facile dimenticare questi gelidi e febbrili autoscatti, ora dentro una stanza, ora vicino a una finestra, ora in cortili chiusi, dove un personaggio femminile interagisce con i suoi fantasmi in modo sommesso e gentile, come dischiudendo una porta e permettendo all’osservatore di guardare. Ma l’arte di Chiara Romanini è proprio saper orientare quello sguardo nella direzione voluta dall’inconscio e dalla coscienza, usando l’arte fotografica come sonda psichica.

(Marco Ercolani)

mostra chiara romaniniA questo link una panoramica del lavoro fotografico di Chiara Romanini

Chiara Romanini, La valse (1)

di Chiara Romanini. In La foce e la sorgente, n. 2, fascicolo primo

«…c’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta l’anima»

Queste parole, scritte al suo amante Rodin da Camille Claudel, mi si sono tatuate nell’anima, tanto mi rappresentano. La Valse, l’opera che tanto amo, racchiude, in un nome solo, tutta la passione e fragilità che sento per la vita.

Con il mio lavoro accolgo tutti i giorni il dolore, mi entra dentro come sangue caldo, parlo con persone che soffrono, che in alcuni casi non sanno sino a quando potranno abbracciare l’amato, tutte queste sensazioni mi si tatuano nell’anima e non si può mettere un muro, bisogna imparare a gestirle, a esprimere ciò che si prova. Perché siamo tutti figli, genitori, mogli e amanti, e tutti abbiamo il nostro supplizio interiore, nessuno può permettersi di giudicarlo, bisogna semplicemente accettarlo e ascoltarlo per riuscire a superarlo.

Le immagini sono l’elaborazione di ciò che sento quando la soglia è troppo alta. Queste mie fotografie, appartengono a un dialogo interiore, non è il corpo a scoprirsi ma i sentimenti.

La.Valse indossa l’animo di una Donna negata, raccolta nelle sue stanze, riflessa in un caleidoscopio di specchi; un silenzioso e lento mutamento. Un sentire continuo e sgretolante come un lamento perpetuo; una riflessione su esseri vomitati nel proprio destino, incisi da un profondo senso di inadeguatezza.

Figure frutto di una elaborazione di spiriti dolenti incontrati in sentieri nebbiosi.

Per ora sono questa: una donna che, raccolta nelle sue stanze, rimuove la stoffa dal suo animo…

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Comunicare

(Su Postpopuli del 3 ottobre 2014. Fotografia di Giovanni Asmundo)

Il responsabile dei servizi per la Comunicazione era il dottor Fausto Torrefranca. Il dottor Torrefranca era un comunicatore così perfetto che a tavola lo si poteva reggere al massimo per un quarto d’ora, dopodiché la sua comunicativa faceva l’effetto di un robot programmato per comportarsi come un imbonitore di piazza, ma che, per un errore di programmazione, continuava a fare l’imbonitore di piazza anche mentre deglutiva uno gnocco al ragù. A un corso di formazione per aspiranti assicuratori, il dottor Torrefranca aveva tenuto in scacco un’intera classe di aspiranti assicuratori, e per una domenica intera aveva insegnato loro la gestualità da adottare, le parole da usare o da evitare, le tecniche di rispecchiamento con cui abbindolare il cliente; ed era riuscito a umiliare tutti spiegando come e qualmente mancassero di un atteggiamento professionale, come le donne avessero più un atteggiamento da locanda a ore che di professionale ruffianeria, come il più emotivo del gruppo avesse una gestualità da dissociato e il più timido apparisse debole come un agnellino su cui i lupi si sarebbero gettati per sbranarlo, perché, ricordatelo bene, l’essere umano è un animale e quando sente l’odore del sangue si getta sulla preda, e chi si mostra debole è destinato a far da preda perché gli altri sentono l’odore del suo sangue. Questi ed altri eran gl’insegnamenti che colavano come oro dalla bocca del dottor Torrefranca, almeno per quella parte della comunicazione che è chiamata non verbale o paraverbale. Il suo insegnamento riguardo la verbalità poteva invece riassumersi in principi molto semplici: usare moltissime parole; evitare le parole concrete; se una cosa era concreta, non dirla. Naturalmente, per una buona comunicazione verbale era preferibile aver conseguito almeno un master in un Paese angloamericano, dove s’imparavano tante parole angloamericane che facevano più comunicazione rispetto alle gemelle italiane. Era come nella nota battuta: se nella vita uno dice “Voglio aprire una salumeria”, nella comunicazione deve quantomeno spiegare che intende aprire una startup innovativa destinata alla produzione e commercializzazione degli insaccati sliced.

Questo era l’insegnamento del dottor Torrefranca. Non un movimento della mano, non una alzata di sopracciglio, non una incrinatura nel tono della voce (vale a dire uno scarto nel mood della voce) appariva lasciato al caso. Il dottor Fausto Torrefranca era professionale financo quando espletava i suoi bisogni corporali. Aveva sempre la risposta pronta, anche se raramente si poteva capire il contenuto della risposta stessa. E quella sera di maggio, era domenica, gli aspiranti assicuratori avevano passato tutto il pomeriggio nelle grinfie del dottor Torrefranca ed erano onorati di poterci andare a cena nella mensa convenzionata colla compagnia assicurativa; e le rondini potevano lanciare a gola spiegata il loro stridìo fendiporpora nel cielo che imbruniva; e un ranuncolo poteva essere sorto come un errore in quel quartiere dove nessuna aiuola aveva interrotto l’efficienza dei capannoni destinati alla produzione di beni e dei palazzoni destinati alla produzione di soldi; e il mondo circostante poteva avere in serbo ogni sorta di sorprese, potevano arrivare pure gli extraterrestri quella sera, ma gli aspiranti assicuratori non avrebbero avuto occhi e orecchi che per il dottor Fausto Torrefranca. Il quale però non si rivelò un commensale all’altezza delle aspettative: prima intrattenne tutti i convitati col racconto dei suoi tempestosi rapporti col padre , poi colla storia di come e qualmente quest’ultimo non l’avesse mai riconosciuto e avesse quindi abbandonato lui e sua madre, onde il dottor Torrefranca portava il cognome della madre; poi andò a proporre i propri mirabolanti servigi comunicativi al direttore della mensa convenzionata colla compagnia assicurativa; e infine si prese una ciucca triste così triste che attaccò a cantare tristissime canzoni slave, spiegando che il suo cattivo padre era croato e che per questo lui conosceva quella musica e quella lingua; e il corpo controllatissimo del dottor Torrefranca, un vero strumento, durante il giorno, nelle mani della comunicazione aziendale, era divenuto, di sera, quello d’un bambino da portare a letto perché da solo non ce l’avrebbe fatta mai. Sia il suo verbale che il suo paraverbale avevano fatto cilecca quella sera. Ed al rientro in albergo, qualcuno degli aspiranti assicuratori era andato a letto colla sensazione d’aver sprecato una domenica e col rimpianto per quei filmati d’epoca dove si vede com’era la gestualità reale delle persone, prima che i consulenti d’immagine intervenissero a rovinarla.

Il dottor Fausto Torrefranca aveva svolto la sua professione come un apostolato, e come a un apostolato aveva sacrificato la sua vita: di sua moglie e di sua figlia s’eran presi cura i deboli, quelli di cui il dottore sentiva l’odore del sangue. Lui s’era accontentato di consolarsi nelle camere con coperta che la compagnia assicurativa gli metteva generosamente a disposizione. Il dottor Fausto Torrefranca svolgeva anche un fervente apostolato in chiesa, perché, quando il lavoro lo permetteva, andava a messa ed era molto devoto; e si pentiva sinceramente della sua passione per le camere con coperta, sì da ottenere l’assoluzione che poi gli consentiva di riprendere tutto come prima e di godere dei piacere di altre camere con coperta. Ma quella ciucca triste non passò inosservata. Il dottor Torrefranca aveva cinquantuno anni, era venuto il momento che si prendesse una lunga vacanza, che facesse spazio ad un giovane più appealing e più comunicativo, e soprattutto figlio del miglior district manager della compagnia, un giovanotto che, oltretutto, era stato davvero in America e aveva imparato tante parole angloamericane più affascinanti di quelle del dottor Torrefranca. Trovarsi senza lavoro fu, per quest’ultimo, come trovarsi all’improvviso apostolo di veruna chiesa; e una sera, un mese dopo la sera della ciucca, le rondini stavano stridendo a gola spiegata nel cielo azzurreggiante di giugno, quando il cadavere del dottor Torrefranca venne recuperato nel Tevere.

Voci

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(Su Postpopuli del 22 febbraio 2016)

Il deserto rende pazzi. La tortura rende pazzi. Il mare rende pazzi. Una giovinezza mal vissuta può rendere pazzi.

VOCE DAL DESERTO – Sia in mare sia nel deserto, la fine del viaggio è un mistero. Ti puoi orientare con le stelle, ma non è solo il punto della carta geografica. E’ anche il punto della carta politica. Sulla carta geografica l’Eritrea è una terra d’olivi e di rovi, che si fa dolce e spiana verso il mare, e il mare è il Mar Rosso dell’antichità. Sulla carta politica, l’Eritrea è una terra rosso sangue. La leva dura dai diciotto ai cinquant’anni-quaranta per le donne. A diciassette anni fai l’ultimo anno di scuola in una scuola militare, poi non sai più quando finisci: potresti finire a cinquant’anni se sei un uomo, a quaranta se sei una donna, oppure -ed è più facile- potresti finire tu prima d’aver finito la leva. La guerra non finisce mai, e il viaggio, invece, a volte può finire. La leva inizia dall’anno prima dei diciotto anni, quando fai l’ultimo anno in una scuola militare, e poi dura finché dura. Il viaggio, se lo cominci prima, dovrebbe finire prima. Se lancio i dadi, il conto è a favore del viaggio.

Così pensavo a sedici anni sotto gli alberi di mio padre vicino a Ghinda. E allora mi sono messo in viaggio. Con pochi soldi e una lista di nomi, nomi per ogni città. Perché nel viaggio ci sono tanti ostacoli, e bisogna poter chiedere aiuto. Il primo ostacolo è al confine col Sudan, dove il governo ordina di sparare a chi cerca d’attraversarlo. I soldati hanno paura a tradire il governo: ci sono la tortura, la prigione, la fucilazione. Se tradiscono il governo, deve essere per soldi. Prova a corromperne uno, e spera che vada bene. Mi è andata bene. Ho tirato i dadi, ho avuto fortuna. Ma di là dal confine c’è un altro ostacolo. Se il governo sudanese ti rintraccia, ti rimanda in Eritrea, e in Eritrea prigione e tortura. Ho cambiato giaciglio ogni notte. Ho continuato a parlare in lingua tigrina, ogni sera in un posto diverso. Non potevo mettere in pericolo quelli che mi ospitavano. Dovevo andare. A nord. Cufra. Mi hanno dato un po’ di soldi. La prima auto prende i soldi, ti porta per un po’, poi ti lascia. Poi viene la seconda auto, prende i soldi, ti porta per un po’, poi ti lascia. Se non hai più i soldi per pagare nessuna, l’auto ti lascia nel deserto. Io avevo un’altra moneta per pagare: l’auto era guasta ed io sono un meccanico. Così sono arrivato fino a Cufra. Quattro volte s’è guastata l’auto, quattro volte l’ho riparata, con le mie cose e con quelle di tutta la gente che viaggiava. C’era un mio compagno di scuola, a Cufra. Lavorava come meccanico. M’ha fatto prendere. Ho fatto il meccanico qualche anno, finché non ho messo insieme i soldi per andare via, il Mediterraneo, e l’Europa dove si è liberi. Ma dell’Europa ho visto solo un pezzo di Sicilia dove stavo per quaranta giorni in un centro. Poi indietro, verso la Libia. Perché la Libia era allora un Paese amico e l’Italia affidava i fuggitivi del mare alla custodia dei libici. I soldati libici mi hanno custodito così: mi hanno tolto tutto all’arrivo, compresi i vestiti. Mi hanno sbattuto in prigione e ogni giorno mi hanno torturato come un cane. Ogni giorno. Come tutti gli altri.

Dei rifugiati politici in Italia, storie se ne sentono tante. Ma non si sente dire che alcuni arrivano da prigioni che erano mezze italiane. Il governo italiano ci metteva soldi, nelle ventuno carceri libiche dove l’esercito di Gheddafi sbatteva chi cercava di lasciare il Paese. Mi hanno torturato come un cane. Ha pagato il riscatto il mio amico meccanico, soldi mandati da mio padre, chi sa come. Ho ricominciato a fare il meccanico. Nel frattempo era scoppiata la rivolta. La primavera del 2011 è arrivata con le bombe, il vento della primavera portava rumore di esplosioni e odore di bruciato e di cadaveri. L’esercito libico faceva carne di porco a terra, le bombe dei liberatori piovevano dal cielo a cui non si poteva più pregare, c’erano troppa gente e troppi apparecchi in mezzo tra me e Dio. E un giorno una voce all’officina m’ha detto: è uno di quelli che t’ha torchiato in prigione, ammazzalo! Ed io gli ho tirato qualcosa. Avevo sentito solo la sua voce. Il capo mi ha licenziato. E ha licenziato il mio amico che mi aveva fatto prendere. Abbiamo raccolto i soldi per fare un nuovo viaggio.

Ormai sono passati cinque anni dal viaggio. Io continuavo a sentire la voce di qualcuno. Dopo la traversata continuavo a sentirla. Al centro continuavo a sentirla. Dopo che mi avevano riconosciuto rifugiato politico continuavo ancora a sentirla. Non so a quante persone avrei messo le mani addosso quando la voce mi diceva: è lui che ti ha torturato. Me ne ricordo appena. Era come se qualcun altro s’impadronisse del mio corpo. Non ero io perché mio padre m’ha insegnato che violenza chiama violenza. Adesso le voci mi parlano meno spesso, sto in una clinica per malati di mente a Roma e Semira, la mia fidanzata mi viene a trovare quando le danno il permesso. C’è tanta gente che va e viene per la clinica. Non ho mai aggredito nessuno, anche quando ho sentito la voce non le ho ubbidito. Non posso scrivere a mio padre, dall’inizio del viaggio non ho potuto più farlo. Meglio così, mi vergognerei a dire che suo figlio ora sente le voci e picchia la gente. Mio padre diceva che aveva un figlio forte. Ora la mia unica forza è Semira, non fosse stato per lei sarei tornato in prigione, forse sarei tornato in Libia o in Eritrea.

Il viaggio è finito. Grazie a Dio siamo salvi. Ma l’anima non è salva. Qualcuno prega dal fondo del Mediterraneo, dove troppi cadaveri s’interpongono fra le preghiere e Dio. Qualcuno è rimasto a pregare di là dal mare, ci sono troppe urla e troppo fragore d’artiglieria per parlare in pace con Dio. Chi è arrivato, a volte sente voci diverse dalla voce di Dio.

VOCE DAL MARE – Non ho fatto in tempo ad arrivare in Italia. Sui rifugiati politici in Italia, storie se ne sentono tante, su quanti bambini e donne spariscono, su quanto è difficile fare… Invidio loro soltanto la vita. Io all’inizio non me ne sono nemmeno accorto, sarà stata la fame, il caldo, l’aver avuto troppe visioni nel deserto, ma io non distinguevo più.

Lo scafo s’è spezzato con un rumore come quello di uno sparo, sembrava un incubo di quelli che faccio ogni notte. Gli urli di paura sembravano gli stessi della guerra ed io la guerra la sogno ancora ogni notte. Poi ho capito. Era notte, si sentiva dire qualche cosa di una nave di soccorso. Si vedevano i razzi illuminare, i soccorsi dovevano essere vicini. Ma il mare era gonfio. Non si doveva prendere il mare con un mare così gonfio. Vedevo i razzi, sentivo le voci. Il mare mi copriva, emergevo e il mare di nuovo mi copriva. Il corpo pesava. Pesava l’acqua. Di nuovo fuori, un respiro, poi sotto. Di nuovo fuori, un respiro più breve, un pezzetto di cielo rotto dai razzi. Poi sotto. Sono riuscito anche a intravederla, la motovedetta. Ma il pezzo di motoscafo era in mezzo, li vedevo qualche secondo quelli della motovedetta, loro non potevano vedermi. Un respiro brevissimo, un respiro spezzato, le mani degli altri che si arrampicavano su di me, le mie mani che cercavano di arrampicarsi su di loro. Il faro proiettato in mare è arrivato quasi vicino a noi, poi è arrivato sopra di noi quando noi eravamo già sotto. Le urla, poi l’acqua. Il corpo si dimena ma l’acqua spinge giù, spinge giù. E’ come avere le catene ai piedi. Alle mani. Alla testa. L’acqua tira. Non respiro. Sento solo l’aria che manca. Aiuto! Voglio l’aria! Voglio la vita, volevo vivere! Non sono pronto. L’aria che manca. La luce che non si vede, i razzi che non si vedono più. Dei rifugiati politici in Italia, storie se ne dicono tante. Non invidio i bambini spariti, venduti chi sa dove, chi sa se interi o a pezzi, a tutti gli altri invidio solo la vita. I polmoni si riempiono d’acqua. Non sono pronto, ho vita ancora! Non c’è più tempo. I polmoni sono pieni, i polmoni scoppiano. Acqua e più nulla.

Ci sono voci sul fondo del mare. Prima di morire erano vivi. Erano così pieni di vita da sfidare la morte per salvarsi. Ora tacciono, zittiti dal Mediterraneo. Ora dormono, sul fondo del Mediterraneo.