Il registratore del mondo – 20

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Quando Daniil esce, una macchina nera coi vetri oscurati fa la sua apparizione all’angolo della strada e si ferma proprio davanti a lui. Gli impedisce di attraversare.

-Oh. Che è matto? Mi aveva quasi ammazzato.

-Venga.

-Che vuole?

-Salga su. Venga.

Daniil urla: -Ma chi è? Che vuole?

-Niente storie.

Daniil si mette a correre, un tizio esce dalla macchina con una pistola, lo insegue, lo acciuffa per il cappotto.

-Non faccia lo stronzo.

-Io non ho fatto niente!

-E voi -dice rivolto ai passanti- mezza parola e potete giurare che la vostra vita non sarà più quella di prima.

La tabaccaia è in lacrime sull’uscio, trema. L’uomo le si avvicina e le sussurra:

-Vuole che Ilya faccia l’università? Bene, allora quello che ha visto non è mai successo.

Un altro uomo è uscito dall’auto. In due spingono Daniil dentro la macchina.

-Aiuto… Che volete? Io non ho fatto niente… Non ho fatto niente.

La macchina si chiude. Una voce disperata urla da dentro: -Marinaaa! Marina aiutooo!

L’urlo sembra quello di una belva, non riconosci la voce stentorea ma fine, ipnotica di Daniil.

Sei paralizzato. Sai che non puoi cambiare quello che sta accadendo. Sai che l’uomo con la pistola può spararti.

Senti rumori di colluttazione, non si vede nulla dentro la macchina perché i vetri sono oscurati, ma ti sembra di sentire delle botte. Senti la voce di un uomo che geme. Senti la voce dell’uomo con la pistola gridare: -Zitto! Zitto, buffone! Hai finito di fare il buffone.

La macchina parte, un pedone che attraversa la strada ci finisce quasi sotto. Si apre il finestrino, una mano con una pistola, partono tre colpi.

-Alzati! Muoviti!

Il poveraccio che stava attraversando si sposta tutto intonito. La tabaccaia piange, piegata in due, appoggiandosi allo stipite della porta.

-Era un bravo cristiano… un bravo cristiano.

E rompe in singhiozzi. -Era matto, ma non ha mai fatto male a nessuno…

A lungo ti sarebbe risuonato nelle orecchie l’urlo di Daniil. L’esteta, l’uomo sempre in posa, sempre intento a sfoderare il suo charme anche nelle situazioni più assurde, pronto a dimenticare la sua stessa paura per una scena madre in mezzo alla strada o davanti alla polizia segreta, urla come una bestia. La paura ha vinto, stavolta davvero.

Il registratore del mondo – 19

TERZA PASSEGGIATA

21 AGOSTO 1941

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Un uomo è uscito di casa
Con un bastone e un tascapane…

C’è una particolarità nell’opera di Daniil, ed è che spesso tutto ha origine con qualcuno o qualcosa che sparisce. Come nel suo racconto più famoso:

C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.

E’ il 21 agosto 1941. L’estate a San Pietroburgo è torrida. Daniil esce di casa. E’ magrissimo, i vestiti sporchi, lui stesso, se gli vai vicino puzza -ed è strano perché Daniil è sempre stato molto pulito. Di una pulizia maniacale, per l’epoca. Ha un’espressione insolita: se non lo vedessi così sfatto, la diresti un’espressione energica.

-Daniil Ivanovič!

E’ il rigattiere, quello che nella passeggiata di marzo gli aveva mostrato certi almanacchi buddhisti.

-Oh, è lei… Mi scusi, sono un po’ rintronato quest’oggi.

-Oggi le chiedo un consiglio per me. Di questi libri, quale è migliore per iniziare a comprendere la magia?

-La magia, dice? Mah, non lo so, non m’intendo di manuali di magia. La magia l’ho imparata fin da bambino, vede. Ma una cosa gliela posso dire: il libro giusto è il più scientifico.

-Il più scientifico.

-Sì, la magia è una scienza, e molto esatta. Come la poesia. In magia, se fai un piccolo errore, si vede il trucco. In poesia, se non azzecchi tutte le parole, tutti i ritmi, tutti i suoni, si vede che qualcosa è andato storto. Il pubblico vuole vedere il prodigio, non il meccanismo sottostante. Se uno sbaglia una parola in poesia, sa che succede?

-Che succede?

-Che il pubblico non vede più quello che dice la poesia: vede lei al lavoro. Le faccio un esempio più semplice: se Mravinskij si fosse presentato a dirigere impreparato, il pubblico l’avrebbe goduta la sinfonia di Shostakovich?

-Io non conosco né Mravinskij né Shostakovich!

-Va be’, era per dire… Insomma, se un musicista non si prepara in modo scientifico, la magia non viene, il pubblico sente che c’è qualcosa di sbagliato e la magia non viene. Ma non si deve fare come quei musicisti di oggi che si comportano sul palco come scalmanati. Freddi bisogna stare. E’ il pubblico che si deve scaldare, non loro. Mi spiego?

-E che cosa c’entra la magia?

-C’entra, perché il pubblico si deve sbalordire, ma il mago no. Il mago deve essere perfettamente in controllo di un meccanismo scientifico oliato fin nei minimi particolari. Mi spiego?

-Ma non può farmi un esempio?

-Dopo, carissimo, dopo. Adesso devo andare a comprare le sigarette. Dopo il mio ritorno parliamo di tutto quello che vuole, e le faccio vedere cosa intendo.

-Va bene, illustrissimo. A più tardi.

Daniil si allontana quasi correndo. Sembra che abbia molta fretta. Dalla finestra si affaccia Marina.

-Danja! Lo zucchero!

-Sì.

-Torna subito!

-Sì!

Daniil attraversa la strada. Al primo tabaccaio, trova chiuso. Va dal secondo, tre strade più in là. E’ insolita questa situazione. Deve aver ricevuto dei soldi. Lo vedi traversare la seconda strada, poi la terza, sempre più veloce, con il passo svelto di un gatto. Entra dal tabaccaio.

A Giorgia Monti (su "La balena")

giorgia montiCara Giorgia,

ho letto La balena e provo a scriverti le mie prime impressioni. Ti dirò prima quello che mi piace, poi quello che non mi convince. Roba che davvero non mi piace non ce n’è.

Mi piace la tua disobbedienza perché non è esteriore, è reale, e in un’epoca in cui i disobbedienti sono così comuni che non hanno più niente di disobbediente, tu sei un minerale raro. Certo, non è un valore in sé essere disobbedienti. Ma nel tuo caso ha un significato particolare: disobbedire significa avere una spiccata personalità in un mondo sociale che tende all’annullamento delle identità. Tu questa identità ce l’hai, è spiccata, è avvincente ed è tua. Non ti si può rimproverare di aver scritto parole che non ti corrispondano, anzi tu dai diritto di cittadinanza solo alle parole che sono passate al vaglio della tua coscienza. Questa onestà con se stessi è disobbedire, perché il mondo in cui viviamo non tollera né l’identità forte né la coscienza forte.

Mi piace il tuo modo di scrivere diretto. I momenti più diretti bisogna leggerli con gli occhiali da sole per non restare abbagliati.

Mi piace l’umanità che c’è dietro -la tua- perché è quella di una donna che sente con intensità e che non cerca di darsi un tono che non sia esclusivamente il suo.

Mi piacciono le tue poesie d’amore, perché riesci a rinfrescare, grazie ai tuoi modi “spicci” e alla tua ironia, un genere. Ah, ecco un’altra cosa che mi piace: la tua ironia.

Mi piacciono certe immagini che sparano negli occhi, potenti, e che si alzano all’improvviso anche da testi non memorabili: “Ho una mente assolata”, “nella perseveranza di una vita storta”, “Si prega per entrare”.

Mi piace l’autoritratto che fai alla fine di Il quarto:

«Mi realizzo nell’eclissi,
nelle variazioni di grado
fra gli specchi,
nell’approssimazione
delle distanze
calcolate con gli occhi.

Sono il mondo obliquo
dei segni contrari.
Il finimento regio
del regno dei sogni
mancanti»

Questo per me è un momento di grande poesia, il più alto di tutta la raccolta.

Mi piace la tua rabbia perché è come il tuo amore e la tua sensualità: immediata. Sembra che tu abbia bruciato libri -che pure hai letto- per cercare un modo di esprimerti genuino, vicino alle cose. Per disintermediare tra parola e cosa, come se la cultura ti fosse di peso, come se fosse necessario dimenticare tutto e ricominciare da capo.

Non mi convince invece il fatto che usi tante parole. Non è che tu non conosca l’arte del togliere, base della scrittura. Tu conosci la scrittura, ma poi nell’impeto oratorio, nel furore emotivo, dilaghi. E, anche se questo è un difetto dal punto di vista della poesia, dal punto di vista umano mi piace. Nelle poesie civili questo difetto si sente di più. In Dachau, per esempio. Ti ho ascoltata recitarla, e nella recitazione è tutta un’altra cosa. Forse perché l’oralità ha bisogno di più parole per generare più risonanza nell’immediato, per sopperire alla naturale perdita d’informazioni nell’uditore. Eppure, per parlare di disumanità, non bisognerebbe mai usare la parola “disumanità”: bisognerebbe mostrarla. Una Dachau solo per immagini e senza concetti, pensa che forza di poesia sarebbe! Ma attenzione. Tu non fai “letteratura”, fai una scrittura che è impastata di vita, e la storia di Dachau rivela molto di te: l’impossibilità di dire l’orrore prima, e poi l’impossibilità di trovare le parole per dirlo, il girarci attorno sconvolti perché non è possibile nemmeno nominarlo -e però il coraggio di provarci, a nominarlo. Tutto questo dice che persona sei e che sensibilità hai.

In definitiva, tu sei una bellissima pietra grezza, che sarà ancora più bella da levigata.

Ti elenco le mie poesie preferite, quelle accanto a cui la mia matita ha segnato una X o un punto esclamativo:

Jeanne Hébuterne

Di te

Invito

Abbi fede

Neve nera

Il mio orco

Succose cose

Nessuno

Di notte

La balena

Le bambine di Jambiani

The policeman

Se sei dentro

Le mani a coppa

La parte bianca del fiore

Mi piacciono perché lì sei a totale contatto con te stessa, sia quando indossi i tuoi panni, sia quando ti fai osservatrice e narratrice d’altri o ti travesti indossando i panni apocrifi della compagna di Modigliani. E mi piacciono perché tu sei una specie di Jacques Brel, rabbiosa e tenera, spigolosa, scomoda. Ma devi imparare a togliere un po’ di parole, a dire solo il necessario, altrimenti questa tua forza risulta annacquata e ci si può togliere gli occhiali da sole per leggerti. Il che è un peccato.

Questa, amica mia, la mia impressione sulla tua poesia. Ti ho letta velocemente, ma ho riletto alcuni testi più volte, perché, anche se sembrano “facili”, non lo sono.

balenaNon mi trovo d’accordo con la prefazione perché la tua non è una poesia narrativa. E’ una poesia che conserva traccia dell’occasione concreta che l’ha generata, e questo fa parte del tuo modo di essere: non sei una poetessa da “poesia pura”, ma hai la voce sporca e tendi ad andare oltre il testo, suggerendo la presenza di tutto il resto del mondo. E’ una tua caratteristica ed è molto interessante, ma non dà luogo necessariamente a una poesia narrativa. Nella cronaca di viaggio, ad esempio, i testi che ho preferito sono quelli in cui la narrazione è sospesa e si passa alla stasi di momenti iconici, che hanno la durezza delle pietre e dei miti.

Diventa la miglior te stessa possibile, Giorgia. E’ quello che mi sento di suggerirti. Fallo scegliendo ferocemente le parole che ti servono e scartando senza pietà le altre.

Vorrei scrivere qualcosa sul tuo libro, ma non vorrei fare una “recensione” perché le recensioni non sono adatte a te, e poi perché mi sono stufato di pontificare sul lavoro altrui. Io non sono un critico di poesia, sono uno che impara dai poeti. Scrivo dichiarazioni d’amore, non recensioni, e nessuno lo ha capito. Allora pubblico proprio questa lettera, dichiarazione d’amore a una crisalide poetica che si sta schiudendo.

(Giorgia Monti, La balena, Cicorivolta edizioni, 2020, con prefazione di Serena Piccoli)

A Lucetta Frisa (su "Cronache di estinzioni")

LucettaFrisaCara Lucetta,

con le tue Cronache di estinzioni hai dimostrato che si può fare della splendida poesia civile senza parlare né di lotte di classe né di lotte di liberazione, senza agganciarsi a nessuno stato eccezionale della storia ma scavando nella cosiddetta normalità. Non sei stata l’unica a farlo, ma è unico, per quanto ne so, il registro che hai scelto: quello della leggerezza e dell’ironia. I tuoi versi sono trasparenti e lievi, eppure feriscono, incidono, turbano. Hai realizzato un poema distopico senza distorcere di una virgola la realtà, ma solo mostrandola. Per di più, questo poema distopico -così essenziale e luminoso che, a confronto, la distopia accennata nella Postfazione riesce greve- non è fatto da qualcuno che cerca di superare i confini della poesia e di espanderla nel cosiddetto mondo concreto, ma è tutto guardato dal punto di vista della poesia, della poesia messa a rischio da un mondo che sta distruggendo se stesso e quindi ciò di cui la poesia si nutre. La società è sotto accusa perché ha rimosso da sé la bellezza, colpa originaria da cui discendono tutte le possibili ingiurie e ingiustizie. Porre l’accento su questo è l’unico vero compito civile che spetta oggi al poeta, e tu l’hai realizzato. Per di più, hai rinnovato il tuo stile con una giovinezza, lasciamelo dire, che incanta. Sembrano davvero versi scritti da una poetessa giovanissima, una poetessa che si accosta appena alla dizione poetica. Come Picasso ha impiegato tutta la vita a disegnare come un bambino, tu sei arrivata a un punto del tuo itinerario in cui scrivi come qualcuno che sta iniziando a scrivere. Sei arrivata all’origine della scrittura, a uno stadio che precede la forma, che presente la forma. Ma questo presentimento della forma è la tua guida nello scrivere. Non si direbbe quasi che in realtà è un post-sentimento della forma, è il punto d’arrivo di un cammino tra i più consapevoli e più tecnicamente agguerriti messi in campo da un poeta vivente. Sei tornata alla giovinezza come una giovane, Lucetta, non come ad una giovinezza di ritorno.

Mi resta da dire, cara amica, che questa è una delle tue opere più compatte, forse la più compatta. Un poema, coeso dall’inizio alla fine, con forse solo un lieve calo di tensione nelle battute finali. Leggerlo adesso, in un momento in cui la strage del Coronavirus ci ha resi improvvisamente consapevoli della nostra estinguibilità, della precarietà della nostra condizione di esseri avanzati, fa pensare a una tua capacità profetica. Ma io diffido sempre di chi vede in un’opera di letteratura una profezia. Semplicemente, tu hai guardato a fondo la realtà e la realtà ha provato che avevi ragione. Siamo tutti vittime dell’epoca, anche coloro che nell’epoca ci sguazzano e che le sono adatti.

cronache-di-estinzioniFaccio seguire questa lettera da tre tue poesie. Mi sembra che la tua opera parli così bene da sola, che è inutile appesantirla con troppi voli critici; anche perché il bello di ciò che hai scritto è proprio nella sua immediatezza radente -simile a quella di una lettera che passa direttamente dalla tastiera alla tua casella di posta, senza filtri. Tu hai la capacità di un’innocenza assoluta, di uno sguardo trasparente. Sei “il registratore del mondo”, come il Charms del mio breve romanzo, e registrare il mondo così com’è, senza nessun arretramento di fronte all’assurdo, è il dono di quelle anime fragilissime che, come Kafka e Charms, sono stati, del mondo, i più grandi accusatori.

*

Da Cronache di estinzioni (Puntoacapo, 2019, con prefazione di Elio Grasso e postfazione di Mauro Macario)

ANNEGATI

Nell’antico Egitto chi annegava nel Nilo
diventava un dio ed era onorato
forse perché entrando nel mistero
sarebbe un giorno o l’altro ritornato
a raccontare il vero.

Ora davanti al mare occidentale
nessuno prega né guarda l’orizzonte
davanti a sé eppure questo mare
pullula di annegati sul fondale
di ogni razza ed età.

Non diventeranno mai divinità.
E li lasciamo soli nella morte
anche gli dei si sono inabissati
in quale mare morto non si sa.

*

SOTTRAZIONE

Non dobbiamo godere il bel paesaggio
nascosto dalle alte barriere autostradali
che ci tutelano dagli impulsi suicidi,
volontari e involontari, delle nostre macchine.
Chi ci ripagherà delle sottrazioni
dei nostri sguardi alla bellezza
di noi ingabbiati e di là
il libero paesaggio del mare?
Non possiamo mica lottare
per una sciocchezza simile
come fanno i messicani
alla frontiera con gli Stati Uniti.
Chi si batte per la bellezza
non ha niente da fare
è solo un guardone, povero pazzo
che non ha voglia di lavorare.
Dunque corriamo avanti senza distrazioni
sul canale liscio dell’asfalto
con gli occhi fissi al volante
senza voltarci indietro o di lato
-è come pensare al passato-
a quello che raccontano i romantici.
Ai nostri fianchi che cosa sfila
che non sia
questo nostro correre avanti avanti?

Ma arriveremo prima.

*

CADUTA DEL SOLE

Il sole si è spaccato a metà
come un’arancia accoltellata.
Esatto il taglio, nessuna sbavatura e finalmente
ha dato chiare indicazioni. O stai da una metà o
dall’altra
scegli l’emisfero unico la sua religione la segnaletica
senza incroci.
Non ci saranno più i dubbi tormentosi
le risposte imbarazzate.
Si tornerà alla prima infanzia
dentro la gioia senza occhi della luce.
Ciechi. Assoluti. Decapitati.
Nessuno si chiederà cosa c’è nell’altra metà.
Cosa sia il chiaroscuro
che genericamente chiamano Mistero.

Il registratore del mondo – 18

charms

Appena fuori dal bar, un tuffo al cuore. Qualcosa ti riporta indietro di decenni. Da piccolo, ascoltavi su un nastro a casa di tuo nonno una ninna-nanna cantata da Beniamino Gigli. Poi il nastro s’era rotto e tu non avevi più ascoltato la ninna-nanna. Non sapevi neanche cosa fosse. Ti ricordavi solo due versi. “Una luce del sole / che accarezza il dì”. Erano le uniche parole che ricordavi. E la loro musica. Ed era proprio quella che stai ascoltando.

-Scusi, cosa sta ascoltando? -chiedi tutto frastornato all’automobilista.

-Non me ne intendo molto, aspetti, vediamo che numero è…

Sei talmente emozionato che passi sopra alla delusione di quel “Non me ne intendo molto”. Dunque non c’è qualcuno come te. E’ solo un tizio a cui hanno regalato un po’ di musica e se la sta sparando in macchina a un’ora in cui non ha niente da fare.

-La canzone è Mille cherubini in coro, l’autore è Schubert.

-Me la fa riascoltare? Scusi, me la facevano ascoltare da piccolo e non sapevo assolutamente cosa fosse…

-Ma sì -fa l’uomo con benevolenza -tanto non c’ho niente da fare. Sto in pensione. A mio nipote piacciono ‘ste cose e me le ha regalate. So belle, solo che io non me ne intendo…

Forse suo nipote è come me, pensi.

Ascolti. Non hai il coraggio di chiedere di riascoltare una terza volta. Le parole non sono quelle che ricordavi. Non era “Una luce del sole / che accarezza il dì”, ma “Una dolce canzone / t’accarezza il crin”. Ringrazi il pensionato, e speri che suo nipote sia una persona come te.

Scrivi a tua moglie: “Non ci crederai, ma ho appena scoperto cos’è la ninna-nanna di quando ero bambino. Al ritorno ti racconto. Sono a Civitavecchia, senza traffico torno in un’ora e mezza-due”.

Il tempo era cambiato, era diventato più ventoso, si era rannuvolato il cielo.

Guidi tranquillo, quando una lamiera nera ti passa davanti come un’eclissi, la paura schizza come inchiostro, è tutto nero e poi di un chiarore abbagliante. Ti sembra di essere cieco anche se ci vedi. La macchina aveva attraversato tre corsie come se niente fosse e aveva continuato ad andare, come se niente fosse. Ti era parso di morire. L’automobilista che ti aveva tagliato la strada si sporge dal finestrino e ti urla: -A stronzo, vai come se fosse morto tu’ nonno! Ma li mortacci tua!

Il tuo primo pensiero è: ho bisogno di fermarmi. Ti è venuto di nuovo da pisciare.

La piazzola di sosta è vasta. C’è un’altra macchina con una signora grassa dentro. Non l’avevi nemmeno vista. Spaventato com’eri, le avevi fatto la pipì davanti e non t’eri accorto di lei.

-Ma che se sente male?

-Eh… scusi, sì… uno stronzo m’ha tagliato la strada…

-Eh, a me un regazzino m’ha rubato la borzetta, sto cercando de chiama’ la polizia.

-Rubato la borsetta? In macchina?

-E sì! Al semaforo, là dietro. Un ragazzino scuro, sarà stato marocchino o zingaro. Non aveva manco quindici anni, ma questi a quest’età so già professionisti, ce l’hanno proprio scritto nella razza. Io ero ferma al semaforo, s’avvicina e pensavo fosse un lavavetri, invece m’infila la mano nel finestrino e si prende la borsa. “Ridammi almeno i documenti!” gli ho detto. Lui è ritornato indietro e m’ha ridato i documenti e cinque euro. Ha detto “Scusa, non volevo. Con questi ci paghi la benzina”. E se n’è andato. Ma nun è scappato: s’è allontanato tranquillo, tanto sta sicuro che rimarrà impunito… Capito come funziona in Italia? Ma io lo denuncio. Non servirà a gnente, ma lo denuncio.

-Mah, da quello che dice, era solo un ragazzino che ha fame…

-Eh ma io sto andando a lavoro. Me lo rimborsano come infortunio in itinere. Che devo rinuncia’ a dei soldi pe’ n’extracomunitario? Tanto prima o poi lo pigliano, o per furto o per droga… Ma che a lei je prende il telefono? A me dice che nun c’è campo, posso chiamare la polizia dal suo?

-No, anche per me non c’è campo.

Ti rimetti in macchina, amareggiato. La ninna-nanna di Schubert ti ha ricordato un momento in cui forse non era felice, ma il tuo unico compito era vivere e sognare. Realizzare quei sogni, provarci e fallire, sarebbe venuto dopo. Allora dovevi solo esistere, e sognare.

E’ questo che ti è venuto in mente ora che ti senti impotente di fronte alla rovina di Daniil.

Sul nulla

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Un pomeriggio di aprile del 1998 un impiegato delle Poste di 59 anni, Ferdinando Ambrosoli, uscì sul balcone per fumare la sua pipa. “Mannaggia a te e alla pipa che mi impuzzonisce tutta casa!” gli gridò dietro sua moglie. Erano anni che lui e la moglie non andavano d’accordo, Ferdinando Ambrosoli si chiese per l’ennesima volta se valesse la pena andare avanti o se non dovesse prendere il coraggio di chiedere il divorzio, soppesò vantaggi e svantaggi della separazione mentre caricava la pipa, pensò agli aspetti economici e alla reazione dei figli, pensò che da anni non avevano più rapporti sessuali e che lui sognava avventure con tutte le sue colleghe, avventure che poi non aveva il coraggio di mettere in pratica perché gli rimaneva un fondo di integrità morale; valutò tutto questo in pochi secondi mentre caricava e accendeva la pipa, poi si diede a fumarla con boccate corpose. “Vado troppo svelto” si disse, osservando che stava consumando il tabacco con troppa rapidità. Diede un’occhiata al cielo, sospirando, non sapendo bene quale soluzione aspettarsi da lassù, e ne diede un’altra al vicino che stava preparando i rulli per ritinteggiare le pareti. Fece un cenno di saluto al vicino, che però non lo vide e rientrò. Sentiva un peso al petto, colpa del pranzo ingurgitato troppo in fretta, e “Devo fare un rutto” pensò mentre il senso di oppressione aumentava, “fa male” pensò mentre iniziava a sentire anche un po’ di dolore. “Chiudi che entra la puzza!” gli intimò la moglie, e lui scocciato si avvicinò alla portafinestra per chiuderla. Non vide e non sentì più nulla, tranne che il dolore aumentava. Gli era venuto un colpo, e questo è tutto.

Il registratore del mondo – 17

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Ora sei entrato nel bar. Chiedi un caffè e un bicchiere d’acqua. Poi chiedi dov’è il bagno. Bevi il caffè tutto d’un fiato. E’ bollente, ma te la stai facendo addosso. Ti peli la lingua. Non fa niente, l’importante è pisciare. In macchina lo stimolo ti era parso sopportabile, ma adesso, in piedi…

Entri in bagno. Chiudi la porta. Subito qualcuno gira la maniglia.

Hello! -dice quel qualcuno bussando –Hello! Insiste continuando a bussare.

E adesso come si dice occupato in inglese? Urli: –There is a man inside!

Oh, I’m sorry!

Sulla porta c’è scritto Non girare la chiave, ma tu non hai guardato. Quando ti scappa da pisciare non giri mai la chiave, ma proprio stavolta hai deciso di farlo. Provi ad aprire. La chiave gira a vuoto. Provi ancora. Provi a girare la chiave tenendola più su, più giù, più a destra, più a sinistra, più in dentro, più in fuori… Niente, sei sudato fradicio e prigioniero nel cesso. Provi a bussare. Ma c’è l’antibagno ed è impossibile che ti sentano dal bar. Doveva andarsene proprio ora, l’americano? Ma aspetta, sta entrando qualcuno.

-Scusi, può avvertire il bar che sono chiuso dentro?

Is it still busy?

E’ l’americano che aveva aspettato tutto quel tempo. Busy, per la madosca. Occupato si dice busy.

It’s not just busy… I’m…

Come si dice intrappolato?

I’m in jail in here… I cannot go out…

Forse l’americano ti stava prendendo per pazzo.

The key doesn’t work… please inform the desk… I am not able to round the key… the key is broken...

Oh, I see! Just a moment!

Avrà capito, l’americano?

-Ma nun sa leggere? Ce sta scritto de non gira’ la chiave!

-Mi scusi, mi scappava e non ci ho fatto caso…

-E perché se vede che a tutti l’altri che vengono qua non scappa!

Il barista, incazzato nero: -Tolga la chiave da là dentro che ce metto la mia… tiri la porta indietro… no, non così indietro, un po’ più avanti… ecco, così… no, nun se mova, tenga la mano ferma che se je trema io non riesco ad apri’… così… no, ma se vole sta’ fermo?

-Eh mi scusi, mi sto affaticando un po’…

-E perché io me sto a diverti’! Stia fermo co’ quella mano!

Dopo cinque minuti la porta si è aperta. Un po’ vergognoso e un po’ trionfante sei passato davanti alla cassa. -Grazie! -hai detto.

-Che grazie, aoh? Me devi paga’!

Già, te n’eri dimenticato.

Notizie dalla frontiera

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Ildegarda di Bingen fu una grandissima intellettuale del Medioevo: inventò per prima la lingua universale -un esperanto di mille anni fa. Fu compositrice, scrittrice e molto altro. Fu anche una grande visionaria. Ebbe visioni mistiche e le descrisse con dovizia di particolari -con tanta dovizia di particolari che, secoli dopo, gli scienziati poterono appurare che soffriva di emicrania con aura e che, ogni volta che partiva lo scotoma scintillante, lo scambiava per le Porte del Paradiso.

Dicono che al Centro per l’Impiego del Polo Nord gli impiegati sono diventati gentilissimi con i disoccupati perché gli hanno detto che tutti loro verranno licenziati e tutti allora hanno cominciato a immedesimarsi.

Dicono che in Patagonia ci sia ancora un vento gelido e che, malgrado i cambiamenti climatici, la solitudine sia rimasta la stessa.

*

La macchina si ferma quasi senza far rumore. Ne scendono tre giovani dall’aria spaesata. Non c’è nulla da diversi chilometri, non un centro abitato. Sembra di guidare in certe regioni del Portogallo, dove non trovi una città per ore, e anche quando l’hai trovata è deserta, non c’è una persona in giro, o a una porta, o a una finestra, nemmeno se paghi a peso d’oro.

-Sì, l’abbiamo capito che ti ricorda il Portogallo, ma questo non ci aiuta a orientarci.

-Il navigatore dice che stiamo andando bene.

-Tu e il navigatore avete rotto il cazzo. Ritorniamo indietro e cerchiamo di capire dove abbiamo sbagliato.

-Qua non c’è che nebbia.

Nella casa, la nipote dice al nonno: -Mi sembra di aver sentito delle voci.

-I fantasmi?- scherza il nonno.

-No, no, ho sentito fermarsi una macchina. Credo.

-Si saranno persi.

La nipote si affaccia alla finestra. -Ehi?

Silenzio.

-Ehi?

*

Dicono che Gesù Cristo si è ripresentato nella città di Odessa e che nessuno l’ha riconosciuto. Un’altra versione della leggenda vuole che sia stato riconosciuto e per questo cacciato.

Dicono che verrà la morte.

Il registratore del mondo – 16

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Guidavi sul lungomare di Civitavecchia. Respiravi il profumo del mare. Osservavi la striscia di vegetazione selvaggia, i colori, le rose, il verde molto verde. T’eri fermato a prendere un caffè: ed eri così sfinito dalla guidata in montagna che nel caffè avevi messo gli ottanta centesimi anziché lo zucchero. Guidavi sul lungomare, e ti dava un senso di libertà. Il mare era mosso e l’avventura tra le montagne ti aveva spossato. C’era un secondo bar a poca distanza e avevi pensato: -Perché no? Ormai prendo uno stipendio. Posso permettermi un altro caffè.

Per anni andare al bar era stato un problema. Ci andavi, ma con senso di colpa. I soldi non erano tuoi, venivano da tua moglie, tu ci mettevi solo una piccola parte coi lavori che riuscivi a fare. Il caffè ti sembrava rubato.

Per anni avevi letto solo annunci di lavoro e scritto solo lettere di presentazione. Anche adesso che lavoravi ti sentivi disoccupato, perché la disoccupazione non è una condizione economica, è uno stato interiore. Uno è disoccupato dentro. La disoccupazione ti lascia una tacca che il tempo trasforma in una tara. Anche dopo dieci anni che lavori, una parte di te pensa ancora da disoccupato. Per anni eri stato come uno studente che viene interrogato -e bocciato- ogni giorno. Avevi fatto più colloqui di lavoro al giorno. E quando lavoravi, lavoravi con contratti brevi, anche settimanali, o a provvigione, e ogni giorno era come se fosse il primo -o l’ultimo. Dovevi sempre dimostrare da capo che ti meritavi il lavoro, sempre riconquistarti la fiducia del capo, ogni giorno, e ogni giorno rischiavi d’essere licenziato. In queste condizioni, come potevi pensare alla letteratura? Leggevi e scrivevi di notte, come un ladro, come se stessi facendo qualcosa di vietato. E ti sentivi in colpa, perché il tempo della scrittura era sottratto alla ricerca del lavoro.

Sei arrivato al bar. Parcheggi la macchina vicino a un albero. Ti viene in mente che sulla disoccupazione avevi scritto anche una poesia. Una poesia brutta, perché la disoccupazione è brutta.

Andavo per mari e monti come per una galera.
Clandestino del mondo, il suolo che calpestavo non era
mai mio, né mai alcun diritto
potevo vantare sulle case che mi ospitavano.
La terra sotto i miei piedi era la faglia
di un terremoto che durava da mill’anni,
il glu-glu delle fontane si faceva sempre più veloce
e l’acqua nelle tubature diventava sempre più scarsa.
I fallimenti gravanti sulla mia groppa
facevano fallire persino i miei sensi durante l’amore.
Mentre la nave imbarcava dell’acqua
sciocco io la raccoglievo con dei secchi
anziché prendere chiodi e martello per
turare la falla. E come il mare

s’abbassava un istante, io ancor più sciocco

m’abbandonavo a una gioia che credevo lunga quanto una vita

poi l’onda si rialzava ed io tornavo

a respirare appena.

Che poesia brutta! Ma d’altra parte la disoccupazione toglie ogni poesia.

In fondo, se oggi si scrive meno bene, è colpa del lavoro, pensavi. Uno deve produrre, ottemperare agli obblighi verso la famiglia e la società. E che spazio trova per scrivere? La scrittura non è una cosa che ci si può dedicare nei ritagli di tempo. La scrittura è un mestiere. La gente pensa che uno s’alzi una mattina e scriva. Non è così. La scrittura non è l’estro, è un lavoro. E dev’essere fatto a tempo pieno. E’ un lavoro che ti porta via il tempo della vita, degli affetti. Non tutti hanno la forza di sopportarlo. Perché per scrivere bisogna rinunciare a godere. La scrittura, a chi scrive, dà solo tormenti. E’ al lettore che dà soddisfazione. E non tutti sono disposti a rinunciare a godere. Per questo tante vocazioni letterarie si perdono. Ci sono molti Giona fuggitivi per il mondo. Bisogna avere il coraggio di essere diversi. Di affrontare la discriminazione del mondo. Bisogna avere il coraggio di essere dei falliti.

Qualcuno in una macchina sta ascoltando Händel. La Water Music. E tu provi un senso di calore, di compagnia. C’è qualcun altro che ascolta Händel, pensi.

Il registratore del mondo – 15

charms

E’ sconfortante tutto questo. Ti vengono in mente pensieri banali. Tutte le volte che hai pensato alla semplice giustizia degli animali, che lottano solo per la sopravvivenza. Tutte le volte che hai pensato alle ingiustizie della tua epoca, un errore integrale in cui è sbagliato tutto, dal disprezzo verso la cultura al razzismo verso i migranti. L’impotenza che provi al sapere cosa si sta abbattendo su Marina e Daniil senza poter farci nulla. Torni nella tua stanza sconsolato. Non hai voglia, per oggi, di continuare la tua indagine. Hai capito abbastanza di come andavano le cose nella società degli uguali. I tuoi genitori erano comunisti, ti hanno cresciuto nel mito del defunto PCI. Ma il partito diverso, moralmente e antropologicamente superiore, era fatto di persone che sapevano anche tutto questo. Lo sapevano e non hanno fatto nulla. Da che parte stava la moralità?

Ti viene in mente un ricordo. E’ assurdo, questo ricordo. Non c’entra apparentemente nulla, è una di quelle immagini che si formano spontanee nella mente e s’impongono senza che tu possa farci niente. E’ un ricordo che risale a un paio d’anni prima, quando lavoravi come archivista precario all’allineamento di alcuni archivi di una compagnia assicurativa. Ma non c’entrano nulla né gli archivi né la compagnia assicurativa. Il tuo ricordo è di un giorno in cui stavi guidando verso Roma, di ritorno da un archivio in provincia di Tivoli, e stavi passando per il lungomare di Civitavecchia. Un ricordo anche quello banale. Perché ti viene alla mente proprio ora?