La pipa dei sogni

pipaNon era questione di fumo, ma d’identità. Da quando aveva perso il lavoro aveva perso anche quella, la cercava e s’aggrappava ai dettagli per trovarla. Un giorno, durante una passeggiata, aveva visto quella pipa sulla vetrina della tabaccheria vicino al mare: dritta, elegante, rusticata, dello stesso color del tabacco. Ma costava ottanta euro. Ne aveva comprata una quando aveva ancora il lavoro, ma l’aveva presa economica perché i soldi erano già pochi. Si divertiva a fumarla, ma niente di più. Non era una pipa di qualità, l’aveva presa così, tanto per sfizio. Era un modo come un altro di fumare. La pipa della tabaccheria vicino al mare, invece, l’aveva incantato. Se la poteva permettere meno di prima, non era economica -anche se ottanta euro per una pipa non sono tanti- ma gli sembrava essenziale. Aveva voglia a ripetersi che c’erano cose più serie a cui pensare, che poteva fumare senza spender tanto, che non era il momento! Aveva voglia a soppesare quanto lavorava la sua compagna per mettere da parte ottanta euro! Lui aveva deciso che avrebbe messo nella custodia degli occhiali le monetine che gli avanzavano ogni giorno fino a raggiungere gli ottanta euro, così si sarebbe sentito meno ladro. Se lo sarebbe goduto di più il fumo di una pipa così sofferta. Ma ogni settimana doveva attingere al portaocchiali perché c’erano tante spese e pochi soldi, e allora ricominciava da capo. Quando aveva mezz’ora libera faceva una passeggiata fino al mare per controllare che la pipa fosse lì ancora. C’era, e lui se ne tornava a casa pregustando il possesso della pipa, sognandosi in bocca il cannellino e l’aroma legnoso, perché immaginarsi con quella pipa lì per lui non era una questione di fumo, ma d’identità.

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192 // PORTOFRANCO 10 // Alba Gnazi. Senza titolo (e una nota sulla rubrica)

Peripli // Post Scriptum

Quanto accaduto in questi giorni (trovate un resoconto negli ultimi articoli del blog) mi spinge ad alcune riflessioni e sprona a insistere, con rinnovata speranza, su una strada che sempre più mi appare come giusta.

Può ancora la poesia essere in grado di resistere e reagire al logoramento del sentire, grazie alla propria capacità di farsi carico dell’umano?
Può ancora essa tentare le vie di una soluzione catartica delle tensioni dell’intimità e della collettività?
Può ancora la scrittura essere un luogo di mediazione, di scambio relazionale paritario, un luogo di riflessione sui propri limiti, capace di includere l’altro da sé?

Le fulgide voci poetiche che stanno partecipando a questa rubrica credono fermamente di sì. E scelgono di condividere il proprio pensiero in un luogo plurale. Per questo continuerò a ringraziarle e a sostenerle in ogni modo.

Peripli e Portofranco sono un sogno resistente, un dolce lavorio di onde, un invito rivolto a…

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Le vite parallele

immagineIn una ero direttore d’orchestra. La Quarta di Brahms, Sibelius e Dvorak erano i miei cavalli di battaglia nel repertorio tradizionale, ma la mia specialità era quello moderno. Facevo Prokof’ev come un direttore russo, il Neoclassicismo sotto la mia bacchetta suonava limpido e infuocato, Richard Strauss e Mahler suonavano puri come Mozart e tragici come Orlando Gibbons. La critica si meravigliava del mio gesto piccolo e semplice. Alle prove, stabilivo con l’orchestra un rapporto di assoluta familiarità: finita è l’epoca dei direttori autoritari, l’esecuzione  si fa tutti insieme, dicevo: e scherzavo coi miei orchestrali, chiedevo loro scusa se sbagliavo, se non mi seguivano chiedevo se occorreva loro un battito più chiaro; li persuadevo della mia interpretazione più che imporgliela, lasciavo loro la libertà di realizzare la musica nel modo che gli fosse più congeniale e accoglievo le loro risposte badando solo di armonizzarle. Ma l’ultima parola era la mia. I commentatori notavano ch’ero un direttore moderno, ma con un che di antico nello stile, certi rubati da direttore ottocentesco, un’insofferenza agli eccessi di sfumature… Mi scagliavo nelle interviste contro il suono tecnologicamente sofisticato e pretendevo dai tecnici, in sala d’incisione, una fotografia realistica del suono delle mie orchestre.

In un’altra ero un grande giornalista. Mi battevo per un giornalismo all’inglese, che scorporasse i fatti dalle opinioni, e scrivevo in una prosa cristallina ma musicale, combinando le parole con un’abilità che a volte attingeva alle combinazioni e ai ritmi della poesia. Lucido osservatore non solo della politica e del costume ma del giornalismo stesso, ero considerato un esempio di etica giornalistica e coltivavo l’arte di star dentro al mondo dei media come un corpo estraneo. Avevo lo stile sobrio dei personaggi pubblici d’un tempo, vestivo in dolce vita e giacca e conciliavo così l’odio per il mio tempo col bisogno di partecipare al mio tempo.

In una delle mie vite stavo girando un film. Anche come regista avevo un atteggiamento familiare con attori e tecnici, impostavo con loro un lavoro di squadra e mi ponevo alla pari col gruppo –benché fossi uno dei più importanti registi viventi. Abile nel creare atmosfere e nel descrivere psicologie con pochi tocchi, preferivo girare dal vero piuttosto che in studio perché credevo che la realtà avesse sempre una sua poesia, ma volevo che i dialoghi fossero realizzati in sala di doppiaggio per assicurarmi l’effetto sinfonico avvolgente e rustico tipico del sonoro dei miei film. Preferivo scolorire gli acuti e ridurre la gamma delle dinamiche per conferire alle colonne sonore una certa patina antica.  A volte ero anche prim’attore e autore delle musiche. Il mio stile di recitazione sobrio, quasi impersonale, mi dava l’autorità di chi un’autorità non la cerca, il carisma paradossale delle figure non forti ma tenaci. Coltivavo con onesto compiacimento l’arte di nascondermi sotto le luci della ribalta.

Infine, in un’altra vita ero uno scrittore. Applicavo volute di prosa alla Bruno Schultz a una materia documentaria e grezza, di cronaca. Mi assicuravo così la presa sul mio tempo, la presenza nel dibattito culturale e civile del mio tempo ma anche l’estraneità di chi viene da altri tempi, di chi vive d’altri tempi ed è di passaggio nela sua epoca come quel solitario che non sfuggiva alla gente di Italo Calvino.

Queste vite le ho vissute tutte e nessuna. Ho voluto mantenere intera la gamma della mia complessità, conservare vergine e vertiginoso il terreno delle mie potenzialità, e non ho mai scelto. Ogni volta che ho desiderato qualcosa, qualsiasi cosa, mi sono scontrato col fiume dei miei ripensamenti, e alla fine la mia vita è stata esile e inutile come la nuvoletta di fumo che sale dalla pipa verso il cielo. Qui è rimasta soltanto la vita che non volevo.

“Il Dio illuminato della Levità”: Emilia Barbato

il-rigo-tra-i-rami-del-sambucoUna poesia urgente e saggia, mi ero detto un anno fa al primo contatto con la poesia di Emilia Barbato. Non mi sbagliavo, e Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre vive, 2018) me lo conferma. Chi ha la gioia, come me, di essere anche amico dell’autrice, di conoscere la sua tenace empatia di fronte al dolore, ritrova nella sua opera quegli stessi meravigliosi tratti umani. Ma non mi si fraintenda: non voglio assolutamente dire che Emilia mischia la poesia con la vita. Emilia è una poetessa consapevole, meditata e depositata per vocazione. Non può che scrivere a bocce ferme, filtrare, perché è un processo che in lei si compie naturalmente. La sua sensibilità quasi adolescenziale –ma matura- si coniuga con una mente razionale, e la delicatezza della poetessa Emilia ricorda la delicatezza del direttore d’orchestra Guido Cantelli, interprete classico e romantico a un tempo, e perciò quasi infallibile. Emilia è una bella persona che scrive bella poesia. E potrei anche concludere così, perché avrei detto tutto l’essenziale. Invece voglio dir altro, perché il mondo ha bisogno analisi più lunghe per apprezzare e la poesia di Emilia merita l’apprezzamento del mondo.

Pacata e incisiva com’è, la sua poesia mi ricorda quella del rimpianto Christian Tito. Ma Emilia è più radicata nella vita. E’, come si definisce lei stessa, un’indomita sognatrice: che fa sogni frugali, malinconici, pieni di piccole cose e segnali di fragilità. Piccoli sogni che sono sacche di resilienza e di resistenza nella desolazione. Emilia conosce bene la desolazione, “il bianco” che nei suoi lavori precedenti simboleggiava una disperazione abbagliante –quindi lucida. Un suo distico dice “qualcuno strilla parole remote / di una bellezza senza fiducia”. Lei, Emilia, fa lo stesso. Alla sua indole sognante non è sconosciuto l’orrore della realtà, l’orrore di dire parole a un’epoca che non ascolta. Due fatti sono alla base della composizione del Rigo, e ce li ricorda lei stessa nel frontespizio, con la dedica “A mia mamma, a mia nonna, alla terra che brucia di notte”. Una grave malattia della madre, e i roghi di cui è piena la sua Campania, sono dunque all’origine della raccolta. Il tumore di una persona amata e il tumore di una terra che potrebbe essere rigogliosa e invece è stata resa desolata. Il veleno che cresce dentro la gioia. C’è questo alle radici della sua ultima fatica in poesia. E ci sono le radici, incarnate dalla figura un po’ vera e un po’ mitologica, della nonna, a tener vivo il legame di questa poesia con l’antico, con una tradizione che ama e da cui discende, pur rivedendola traverso la cronaca e i sogni di una ragazza moderna.

«E’ benigno?
Perdoni la domanda,
io non conosco la parola storta
che cresce nell’intestino di mia mamma.
[…]
Osso dopo osso,
nel letto spoglio dove finiscono le ore
c’è la terra dei fuochi di mia mamma.»

C’è qualcosa di zavattiniano in questa forza piccola, in questa sua umile resistenza. L’inverno interiore che evoca somiglia all’inverno di Schubert, il compositore che giovanissimo cantò il disfarsi di una vita che lo coinvolgeva tragicamente. L’amore per tutte le cose rende più forti gli urli di Emilia: la “parola storta”, la “terra dei fuochi di mia mamma”, il “giorno del giudizio dei girasoli”, “la bellezza si fa piena se incompiuta”… La gamma espressiva spazia dalla petrosa tristezza di questi versi

«Ti scrivo in giorni di apparente luce
-penso di scriverti ma non lo faccio
il buio entra in forma di punteruoli
che aprono in silenzio-
Con la maniera affannata dei pomeriggi
inseguo raggi, i favori del cielo,
il corpo di una sconosciuta che mi precede
e ondeggia sulla strada come un metronomo,
fuori tutto si direbbe procedere
con l’entusiasmo dell’estate
ma dentro sono ferma, stretta
a una nuova chiarezza,
mi chiedo quando questo sasso
che mi distacca abbia formato
una tale consistenza e quante
cose in questo mondo io manchi.»

al calore visionario di questi altri

«L’Apocalisse è vicina, se proprio deve
compiersi trafigga quei mondi contenuti
in bracci di peluria, siano i piccoli i soli
a pungere come tradimenti di una divinità.
Se proprio dobbiamo intuire le tracce
della fine sia il giorno del giudizio dei girasoli,
levino un crepitio nel vento, dove ruotavano
un sorriso aprano un vuoto sui balconi.»

a questo spleen

«Sempre più cammino
su un terreno spugnoso
con cavità scurissime,
sempre più diminuiscono le resistenze
e so che questo lascia margini
a una malerba spinosa
che danneggia le piante utili
parassitandole nelle ore senza
che io muova alcuna intenzione
di intromissione, senza
che sottragga questo suolo
a una rovinosa pastura.»

fino alla ricerca di varchi da cui contemplare l’angoscia

«In attesa di farmi una ragione
assisto a un miracolo, ascolto in silenzio
il verbo del cielo nella pronuncia
frettolosa di una moltitudine,
-la pioggia trilla trasparenze- suoni d’acqua
s’aprono trattenendo un’impressione
di colore: in un bianco pigmento
il Dio illuminato della Levità.»

alla leggerezza un po’ orientale di certi tocchi di paesaggio che, più che indurre la riflessione, sembrano contenerla

«La precarietà delle prime ore di primavera
si raccoglie nei respiri lentissimi delle fresie,
sfioriscono con la stessa levità dei pensieri
felici quando le lacrime rigano il viso.
Nella bruma dell’alba
il ciliegio si prepara
alla sua piena fioritura, sopraggiunge
l’ora della bellezza e della morte.»

e alla stilizzazione di tocchi di paesaggio che una sorridente sognerìa traduce quasi in haiku

«Sommo lo sguardo,
nuvole di ciliegi
piovono piano.»

E se c’è qualche cedimento all’intimismo, resta in ogni caso fascinosa la concretezza con cui sono delineate situazioni reali e crude –che permette alla classica Emilia di  fare anche un po’ di sperimentalismo linguistico nell’usare le sigle e i termini scientifici incontrati nella condizione ospedaliera della madre.

Una poesia somiglia in particolare all’Emilia tenera e forte che conosco

«Si muore nell’inatteso di un giorno,
per una falla di pianificazione,
si resta pietrificati e freddi
sul baratro della sorpresa.
Semino ore in una terra arida,
disconosco il fuoco
e poi misuro i decibel di un urlo
-se solo riuscissi a liberarlo-»

ma è difficile isolare testi in una raccolta che semina perle quasi per caso, come in un discorso cominciato sottovoce e che poi via via si appassiona. Tutti i componimenti del Rigo sono elementi di un poemetto che, preso tutto insieme, è bello, funziona e commuove di una genuina commozione. Un piccolo tesoro di umanità che si condensa in forma. E di cui, con semplicità, ringrazio Emilia.

187 // PORTOFRANCO 9 // Cristina Polli. Immagini d’acqua per un approdo all’oltre

Peripli // Post Scriptum

Una limpida scrittura in prosa e poesia di Cristina Polli che, seguendo il filo di metafore e metonimie d’acqua, dipinge narrazioni, luoghi, erranze, capacità dialogiche, decontestualizzazioni e approdi. Grazie a un’autrice che invita costantemente a scrivere «come passaggio del pensiero», per «cercare il senso, perché pensare non ci assoggetta al discorso chiuso e preconfezionato».
(G. Asmundo)

Immagini d’acqua per un approdo all’oltre

Come pietre e ghiaia nel letto di un torrente, il caso, le scelte, la progettualità variano il corso del nostro divenire: tratti in cui l’acqua scorre limpida, a volte calma, altre impetuosa per il contrasto con i massi, altre ancora vorticando in mulinelli che ne trattengono il fluire. Non siamo mai uguali a ciò che eravamo: siamo permeabili al sogno, al ricordo e all’attesa.

Nel fluire della nostro personale racconto, ci capita di bagnarci in acque agitate in cui si rispecchia l’immagine che reca in sé il nostro…

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Il nano barbuto

Nikolay_Cherkasov_1938Chi conosce la musica di Prokof’ev sa che ogni tanto l’autore introduce un passaggio che non ha niente in comune con quanto veniva prima e  ne modifica completamente la fisionomia. Per esempio, nel Secondo concerto per pianoforte e orchestra, il grottesco scultoreo secondo tema del primo movimento spazza via il lirismo da notte invernale del primo tema, e l’asprezza del movimento finale è spezzata dall’apparizione di un tema introverso, fine, che sembra contenere in sé tutto l’inverno di Russia. E’ un tema che per la sua bellezza dilaga su tutto il resto del concerto: è uno dei più bei temi della storia.

Questa mobilità degli stati d’animo, che trascolorano l’uno nell’altro, si giustappongono e a volte anche si sovrappongono, è tipica dell’anima slava e la troviamo allo stato puro, forse, nella musica di Leoš Janáček. Ma la troviamo anche in letteratura e nel cinema. Subito dopo aver visto l’Aleksandr Nevskij, ne parlai ad un mio conoscente. Erano gli anni dell’università. Dissi ch’ero rimasto stupito sia da una concezione del cinema che puntava al montaggio e all’immagine a discapito del “realismo” nella recitazione e nei dialoghi, sia dalla presenza di situazioni prive di necessità narrativa e persino un po’ comiche: come quando un nano barbuto, che sembra preso di peso dal Signore degli anelli, a Nevskij che brinda solennemente alla Patria risponde con un cavernoso “Urrà” e tracanna una coppa di vino in modo così goffamente vichinghesco da far venir da ridere.

“E’ vero”, rispose il mio interlocutore, “ma è tipico della cultura russa introdurre, di tanto in tanto, qualche elemento estraneo al contesto. Ad esempio, in Dostoevskij è pieno di nani barbuti”.

Sì, la teoria del nano barbuto funziona -a patto di dire che la grandezza di Dostoevskij è anche quella di organizzare i nani barbuti dentro le sue poderose strutture. Ho incontrato, nella mia vita di lettore e di ascoltatore, molti nani barbuti non necessariamente slavi; ma è rimasta unica, per me, la capacità degli artisti slavi di introdurli con naturalezza. L’artista occidentale introduce un nano barbuto per ottenere un certo effetto; il collega slavo lo fa perché non c’è niente di strano, per lui, nell’introdurre un nano barbuto.

Bach, Concerto per due violini BWW 1043, Largo ma non tanto

Un canto d’amore
S’espande fra aliti di chiesa
Ma d’una chiesa dove l’organo è grande come la Terra
Dalle profondità delle caverne, dai mari
Salgono soffi che fan vibrare canne immense
Come in uno strano quieto maremoto
Tremano giunco e palude
La terra si riscuote, freme, grida di passione
Rivolge i suoi fiati immensi al Cielo sovrano
A quel cielo al quale due violini
Sciolgono un canto di lode

La morte

L’odore della morte l’ho sentito
quando nella vasta piana
del cimitero, sparsa di tombe e di fiori,
fra le croci ed i segni che parlano
di devozione e paure medioevali,
sopra il viale di loculi
che corre verso i colli e verso il mare,
passa un uccello
che -mentre un po’ di vento sfiora l’erba-
emette un grido secco,
stridulo, e va via.

Chiara Romanini, “Voci di pietra”


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Dal 1° marzo al 31 ottobre 2019 si potrà assistere al MEC – Museo Emozionale di Craco, presso il convento di San Pietro, alla nuova esposizione fotografica di Chiara Romanini, Voci di pietra. La mostra rientra fra le iniziative messe in atto per “Matera capitale europea della cultura 2019”. Tutte le informazioni sul sito ufficiale del Museo, www.cracomuseum.eu.

Felice di essere discretamente accanto a un’amica e a un’artista come Chiara Romanini con la mia nota critica, ma più felice ancora per l’arte di Chiara, una delle più coerenti e poetiche che io conosca, un’esperienza umana e artistica che mi arricchisce e mi entusiasma ogni giorno. Grazie anche a Giovanni Asmundo per aver tradotto i nostri testi.

*

Nota critica di Giorgio Galli

Si produce una singolare reazione chimica quando l’arte di Chiara Romanini incontra la rocca di Craco. Sembra che quel paese, un tempo roccaforte strategica e ora accumulo di case morte, stia lì per incontrare la trasfigurazione della sua fotografia. La poetica di fantasmi della giovane artista persiste in una luce nuova, non intima e crepuscolare come nei suoi lavori precedenti, non tessuta di buio e penombra: una luce meridiana, d’aria aperta e vasti spazi aridi. In questa luce la figura della sposa dal volto nascosto – marchio ossessivo dello stile della fotografa – affiora come da un passato antichissimo, che solo le pietre conoscono. Una figura che parla la stessa lingua delle pietre. Tra resti di palazzi e chiese, scale che attendono qualcuno che le salga, scenari sassosi butterati da un’aspra macchia mediterranea, la donna dal volto nascosto, la bambola, l’abito bianco dal gusto retrò emergono come presenze perturbanti ma familiari, come se di questo canto delle case morte fossero visitatori abituali, apparizioni che la materia stessa ha suscitato. Come segni di un simbolismo indecifrabile, che ha lo stesso fascino delle lingue morte. Come il suono delle lingue morte infatti sale dall’inconscio ma è anche evento esterno, fatto oggettivo. In questo mucchio di foto simile a un mucchio di sassi, conglomerati nevrotici ed elementi del paesaggio condividono la stessa sostanza. Chiara Romanini fotografa il substrato mitico della psiche, il cumulo di detriti nei depositi nell’inconscio collettivo. Al contatto con l’aria di Craco, il massimo dell’intimità e il massimo della spersonalizzazione – i due poli del lavoro dell’artista – combaciano per rovente fusione. Voci di pietra è titolo esatto. Definisce l’asprezza e la pietà dell’opera di Romanini, e la potenzialità musicale che nella sua arte visiva – secondo una linea che discende da de Chirico e Savinio – si crea dai rapporti plastici tra le figure. La macchina fotografica scarcera voci mitiche, e pietosamente le riconsegna al silenzio della materia. Nell’antichità, l’ora dei fantasmi non era come per noi la mezzanotte, ma il mezzogiorno. È nella luce meridiana che apparivano le creature ultramondane. Una tradizione che si è conservata in certe culture contadine, se la mitica taranta mordeva nel primo pomeriggio. In questa scheggia di Basilicata, in questa rocca resa disabitata dalle frane, i fantasmi di Chiara Romanini affiorano come, nell’antichità, i demoni di mezzogiorno.

*

Nota autobiografica di Chiara Romanini

«Sono nata a Parma nel 1973. Dopo un breve periodo a Bologna mi sono trasferita a Pistoia, dove ero giunta per caso e poi sono rimasta per scelta in virtù del tempo a dimensione umana che vi si respira. Fotografa appassionata, per realizzare le foto presenti in questa mostra di Craco ho colto l’ispirazione dalla poesia di René Daumal La pelle del Fantasma ed anche dal mio desiderio di accogliere, attraverso visioni, tutte quelle presenze ormai scomparse che hanno lasciato questo meraviglioso luogo, abbandonato ormai al decadimento e alla commiserazione. Un luogo che non ha retto a quel progresso senza rispetto destinato ormai a un futuro incerto. Presenze ormai dimenticate che aleggiano al crepuscolo come ricordi annebbiati e che si aggirano spezzate da una solitudine senza ritorno. Craco accoglie uno spirito come fosse un fantasma di quello che fu. Questo progetto vuole mostrare, attraverso immagini, in modo quasi surreale, una dimensione in cui le anime passate sono rimaste ancorate fra i sassi con gli abiti a brandelli e i sogni strangolati. Quella forma di ‘sentire’, che ho voluto chiamare LaValse, è ben presente in me, provo sistematicamente a cancellare il mondo esterno e a far emergere tutto il mio cosmo interiore. Le mie fotografie appartengono a un dialogo intimo, non è il corpo a scoprirsi ma i sentimenti; sono una donna che, raccolta nelle sue stanze, rimuove la stoffa dal suo animo.»

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