Tramonto

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Scende il sole, alla sera, fra i ghiacci,
per rifugiarsi dietro le montagne:
è una grande palla di fuoco,
densa, che getta i suoi ultimi raggi
sul mare gelido, mosso, tanto scuro,
dov’è finita la tempesta, ma la calma
deve ancora arrivare del tutto.
Lievi qui soffiano tutto il giorno i venti,
ma entro la bolla che racchiude anche le stelle
spargon tristezza i colori del tramonto,
che si diffondono lenti, come gas,
o come miele disciolto, che cola.
E il tramonto, quaggiù, dura per mesi.
Eppure fuori, oltre la superficie
della bolla che imprigiona anche le stelle,
tutti quanti stiamo andando ad una festa
che si celebrerà sotto altre stelle.
Il mondo lassù è caldo e colorato,
e quale dei due è vero, non si sa.

"Le case con gli occhi verdi"

frattaruolo

«Intanto strofiniamo parole
Il fuoco primitivo
ci brucia le dita e la lingua
Lasciamo che scoppiettino nel burro le paure
e si aprano a fiore le cattive intenzioni
Ignoro il tempo e il modo
in cui bruceranno
se saranno fiamme dell’inferno
o brace delle costine della domenica
Apriamo la busta di pop corn
e godiamoci
nello spettacolo della vita»

Curatissima anche nella veste grafica, questa plaquette di Rosanna Frattaruolo -affidata a un editore che è garanzia di qualità, Babbomorto– riesce nell’intento di tradurre “la nomenclatura chimica degli umori” in immagini quotidiane sottratte alla quotidianità e trasformate in allucinazioni, come in un quadro surrealista. Ironica ma anche lacerante, Rosanna Frattaruolo esprime un’esigenza di sogno, un’esigenza combattiva di coltivare l’altrove:

«e se gli occhi non posso chiudere
allora li cavo e scavo
fino all’orbita»

Inoltre esprime una passionalità scarnificata, come in questi versi:

«è sul ring che mi vuole
non preda ma arpia
diseducata all’amore
mal educata dall’amore»

o in questi:

«ci siamo seduti così vicini
che gli occhi non ci servivano più
stavamo parlando con dio
e contro dio
e non lo sapevamo»

o infine in questi:

«un paio di volte
ti ho preso le misure come un sarto
per capire come mi avrebbe vestita il tuo corpo

ho scucito tutti gli orli»

Ma Rosanna è capace anche di un profondissimo disincanto:

«la fiaba si ferma all’apparenza e ci spaventa
non si ascolta mai la versione del lupo»

È una poesia secca ma dalle smisurate visioni quella di Rosanna Frattaruolo, una poesia che ci fa pensare al romanticismo e alla smisurata realtà di Cortázar -del Cortázar poeta- o alle favole disincantate e metafisiche di Charms. È anche una poesia a suo modo sapienziale, che denota una conoscenza e un’esperienza dell’animo umano vissuta con amarezza e leggerezza -come diceva Nietzsche: si deve essere superficiali per profondità– Una poesia salvifica infine, che permette all’autrice di affermare con orgoglio:

«Mi salvo dalla mania
di conservazione del pensiero»

Il Santo fregato dalla storia

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Francesco d’Assisi, santo e poeta. E’ il Santo per eccellenza, e il più fregato dalla Storia. La sua figura reale si può provare a ricostruirla solo guardando fra le pieghe dell’agiografia che la Chiesa e lo stesso Ordine francescano -che non doveva, per Francesco, essere un Ordine- gli hanno appioppato addosso. La leggenda e la mistificazione hanno soverchiato e nascosto la realtà come la “cupola bella del Vignola” -che in realtà non è del Vignola- della gelida e mastodontica Santa Maria degli Angeli ha soverchiato e nascosto la piccola e calda Porziuncola, dove Francesco agì e morì. Tommaso da Celano scrisse ben tre biografie di Francesco, una diversa dall’altra a seconda di come tiravano il vento e le convenienze della Chiesa. Per fare chiarezza, Bonaventura da Bagnoregio scrisse l’agiografia definitiva e ordinò la distruzione di tutte le altre. Con quell’agiografia Francesco, alter Christus, perfetto e inimitabile come Cristo, cessò di suscitare inquietudini e il suo caso fu archiviato. Le fonti storiche hanno cominciato a riemergere solo nel tardo Ottocento, e parlano di un santo anomalo, che non voleva essere santo, non voleva fondare un Ordine, che forse non conosceva nemmeno direttamente i Vangeli -Francesco era solo un diacono, quindi un laico, e i laici all’epoca non potevano leggere i Vangeli, solo ascoltare le letture e le prediche- forse fu un uomo colto e forse no, un uomo del Medioevo in ogni caso, non un pacifista, non un ecologista; forse non predicava agli uccelli ma ai criminali; fu un uomo duro che fece una vita dura, animato da un unico scopo febbrile: seguire Gesù Cristo alla lettera. Non fu il fondatore di un Ordine, perché far parte di un Ordine significava per lui ottenere uno status, e lui non voleva uno status, voleva essere povero e incognito come Cristo, e voleva che così fosse chi lo seguiva. Scrisse le prime grandi poesie e prose della letteratura italiana, ma si vergognava del suo amore per la poesia e la letteratura perché non li considerava adeguati a chi voleva vivere solo della Parola di Cristo. (Ma fu amore per la letteratura scritta? Difficile dirlo. All’epoca, la letteratura, specie quella cortese, la si udiva recitata più di quanto non la si leggesse. San Francesco certamente la conosceva, ma non sappiamo se lesse o udì, né se scrisse di suo pugno o dettò, anche perché negli ultimi anni un tracoma lo aveva reso quasi cieco. Fu in ogni caso un uomo colto di una sua particolare cultura: come quei montanari che facevano gare di endecasillabi, o quei paesani che conoscevano la musica classica meglio di un laureato d’oggi perché l’avevano udita dalle bande.)

L’agiografia ha rubato a Francesco anche la giovinezza. Il giovane Francesco “peccatore” non fu forse più peccatore di qualunque altro giovane del suo tempo. A quel tempo, i giovani ricchi saltavano addosso alle contadine, tiravano di spada e ammazzavano in guerra. Questo fu il mondo in cui Francesco fu giovane, e dobbiamo supporre che si comportasse come gli altri. E quando Francesco scrive, nel Testamento, “ero nei peccati”, dice semplicemente, alla maniera medioevale, che faceva una vita da laico. Ebbe tormenti, ebbe fegato, carisma; scelse la vita più dura e lo status più infame del mondo religioso medioevale: quello di laico “penitente”. Se, fra i tanti penitenti del suo tempo, lui è arrivato fino a noi, è per la sua istrionica personalità, per l’intelligenza che lo tenne lontano dalle autoflagellazioni e dalle altre manifestazioni del fanatismo. Il suo unico fanatismo fu di seguire Gesù Cristo alla lettera. Non criticò nessuno, non si oppose mai a nulla: lavorò unicamente su di sé e su chi sceglieva di seguirlo. Fu, diremmo oggi, un comunicatore, capace di usare le tecniche dei giullari e dei cantastorie per parlare sia alla plebe che ai nobili. Tutta qui la sua vita. Santificato, agiografato, Francesco fu poco popolare fino a quando il Romanticismo non se ne appropriò. Assisi fu poco santa fino a quando il fascismo se ne appropriò, e si appropriò del suo illustre cittadino per consacrarlo patrono d’Italia.

Non è senza significato che la sua maggiore biografa italiana è Chiara Frugoni, figlia di quell’Arsenio Frugoni che rinunciò al concetto stesso di “biografia” per scrivere la vita di Arnaldo da Brescia. Medioevalisti eccentrici per il più illustre eccentrico del Medioevo. Ma forse, per conoscere da vicino San Francesco, bisogna leggere il poco che ha scritto -scritto o dettato non importa: la serenità e musicalità dei suoi testi, la bellezza nuda, l’armonia raggiunta sono il risultato, e in arte conta solo il risultato: non importa dunque se l’ha raggiunta per sensibilità d’orecchio o per studio della pagina.

Sonetto skat

L’allungamento dell’aspiratore
mi muove alla conquista dell’ugello:
scomparvero all’ingresso dell’avello
prenotazioni per il Salvatore.

Vercingetorige il cospiratore
cinge d’infarto Circe col tranello,
sparge di sperma tutto il suo vascello
e dà l’avvio alla macchina a vapore.

Troccoli zoccoli moccoli a mille
asciuga la fontana d’Aretusa:
sono stracazzi sabbatici e bassi

sulla patonza degli schiacciasassi,
ma, ai fasti avvezzi, quei vecchi matusa
fan tropopausa con troppe postille.

Seconda favola skat

C’era un’enorme pancia di difficoltà, messa lì a peruviare il perculìno. Con ondilla staccata, il ruvatore insorse. Durò pochi cannuti, ma fu strenno. Poi la caorta si flemmò, e tutti insieme persono lo stilanco con un pizzico di podarico, tontolando il cinnò delle sei. Lo stranno fu il primo a lambruscare, e quando fu a chino labbalò. Tutti trescarono allora, abbadarono il frusco, e morsero felici e contenti.

Favola skat

La tropopausa avanzava, cadategorizzando la calù di vita breve. Il mototrofo tronfiava cazzicando la marù per due corni, quando un protrombo percussò una chiavicola e protruppe in un ronfolìo. Lo scrubo si cintò, protruppero in due e annacquarono la calù con un martello. Si cazzicarono tutti, e la città intera cornucopiò, cozzola e madida. I cittadini cadategorizzarono tutti insieme, finché il mototronfo non fu ripercusso, e allora matrapparono, cullarono e maventarono come mai prima, e dinanzi a un lanfrusco furono felici e contenti.

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Loredana

23 agosto

Chris, Cristina è morta. Mi ha chiamato stamattina la mia collega. Non saprà mai che ci stiamo interessando di lei, né che qualcuno ammira la sua fotografia. E noi non sapremo mai se avrebbe voluto che noi la conoscessimo e la mostrassimo al pubblico -sia pure un pubblico esiguo come quello che possiamo raccattare noi.

Adesso, con la morte nel cuore, possiamo fare la mostra.

La tua Lore

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Loredana

22 agosto

Mi dispiace per tuo cognato e per la tua amica. Anche su Cristina non ci sono buone notizie: sta male, è sedata e le danno pochi giorni di vita. Non ha eredi, non ha nessuno, per cui nessuno può rivendicare le foto, ma è tutto così desolante!

Cosa posso dirti, se non che ti stringo e che attraverso questo dolore con te?

Lore

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Christian

20 agosto

Cara, ti rispondo in ritardo perché faccio fatica a scrivere: Ilaria sta male, è tesa e depressa; io non sto bene, il disturbo ossessivo-compulsivo mi sfilaccia la mente e non riesco a concentrarmi. Per di più sono perseguitato da un moraviano senso di noia. Insomma, ho l’animo più malato del solito e anche il corpo si adegua dandomi nausea e disgusto, capogiri e astenia. Da quando c’è stato il lockdown è come se non fossimo mai usciti: come se da marzo qualcosa di noi fosse rimasto chiuso in casa. E poi stiamo ricevendo brutte notizie: devono operare mio cognato al cuore, potrebbe non superare l’intervento. Da un momento all’altro potrebbero chiamarci per andare a Milano dalla famiglia di Ilaria. La nostra amica di Napoli che combatte da anni contro un tumore al cervello s’è aggravata, pare che non sempre sia lucida. La hanno trasferita in una struttura. Stiamo cercando di capire con i suoi amici di lì quando è il momento di andarla a trovare.

Con l’editore abbiamo fatto un giro di bozze, poi è sparito di nuovo. Domani gli mando una mail di sollecito. Ho fretta di prendere congedo da quei racconti. Sono poetici, e quelli che scrivo adesso sono tutt’altra cosa. Non riuscirei più ad affrontare quella scrittura poetica perché è il momento di una scrittura più crudele. A volte mi chiedo a chi arriverà questa scrittura: il mio blog raccatta sì e no una decina di visite al giorno e non tutte saranno di lettori attenti e il destino dei miei libri pubblicati lo puoi ben immaginare. Non coltivo ambizioni, ma ho desiderio d’ascolto, e l’ascolto di cui godo mi basta sempre meno. Mi sento solo letterariamente non meno di quanto lo sia nella vita, e mi sembra di fare dei lunghi monologhi e niente più. Questi racconti nuovi compongono un libro di lampi, una rapsodia di episodi brevissimi, quando non di aforismi. Ma dietro la scelta stilistica c’è una difficoltà sempre più forte a scrivere, una farragine, una sempre minore fluidità. Anche mettere insieme questa lettera è stato complicato. La mia scrittura sta andando in pensione?

Le foto vanno benissimo, direi che possiamo aggiungerne un’altra decina e poi siamo a posto. Le ho girate anche a Silvia, che ne è entusiasta. Ho già qualche idea per la nota critica. Ne scriverò una per te e una per Cristina.

Ti bacio

Chris

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Loredana

16 agosto

Chris, che fine ha fatto l’editore del tuo libro? Si è dato alla macchia? Ormai sono passati almeno due mesi.

Ho chiesto alla mia amica se è possibile parlare con Cristina. Mi ha detto che mi farà sapere. Intanto qui un nuovo motivo di dolore, una nuova morte. Un ragazzo di 25 anni, poeta di talento, già abbastanza conosciuto nel suo ambiente. I giornali hanno scritto che si è suicidato, addirittura che è morto suicida declamando una sua poesia o contando le copie invendute del suo libro, ma è tutto sensazionalismo. Non si sa di che cosa sia morto, nemmeno l’autopsia ha dato risultati certi. Adesso tutti parlano di lui, ma bisognerebbe leggere i poeti da vivi e non glorificarli dopo la morte. Anche tu sei a tuo modo un poeta. Io lo so. Potresti essere molto famoso, ma al giorno d’oggi è difficile farsi vedere in mezzo a tanto frastuono di parole. Mi ricordo un film di Fellini che concludeva dicendo: “Forse, se tutti cominciassimo a fare un po’ più di silenzio, si capirebbe di più”. Io sono una persona silenziosa, e anche tu. È difficile vivere da esseri silenziosi in un mondo che parla a vanvera. Ed anche vivere senza maschere in un mondo che ne porta a sfare.

Ieri ho visto in tv l’ultimo film tratto da Anna Karenina. Sembrava una parodia. Uomini e donne dell’Ottocento non avevano quegli atteggiamenti svenevoli, non ammiccavano in quel modo. La loro condotta sociale era severa, eroica. Noi abbiamo un comportamento sociale basato sull’eros, ma a quei tempi non era pensabile. Attribuire quelle moine a quei personaggi è un crimine. È volgare. Evidentemente chi ha fatto il film contava sulla condivisione della volgarità fra il pubblico. Dio, come fanno le persone a non vergognarsi pensando che, fra cinquecento anni, qualcuno che vorrà testimoniare della nostra civiltà troverà che i suoi tratti distintivi erano mollezza e volgarità?

Ti getto le braccia al collo, stanca e desiderosa di rivederti presto. Ti mando in allegato le prime foto che ho scelto per la mostra. Dimmi cosa ne pensi.